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I DONI DELLO SPIRITO SANTO
E I LORO TESTIMONI

Sapienza

di ANGELO BERTANI - foto di Giancarlo Giuliani
  

   Famiglia Cristiana n.8 del 4-3-1998 - Home Page UNA QUARESIMA PER AVVICINARCI AL GIUBILEO
Per prepararci al Giubileo del 2000 siamo invitati quest’anno a riflettere sui doni dello Spirito. Niente di più concreto.
Sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio hanno guidato l’esistenza quotidiana di tanti uomini fedeli alla loro vocazione umana e cristiana. Ne abbiamo cercati alcuni, in vari angoli d’Italia, che hanno vissuto in anni non lontani e che sono stati buoni testimoni dello Spirito. Siamo andati sulle loro tracce per vedere quale eredità hanno lasciato per la coscienza di ciascuno e per tutta la Chiesa italiana, alla vigilia del terzo millennio. La prima tappa di questo itinerario, che continuerà fino a Pasqua, è Urbino, dove è ancora vivissima la presenza di un geniale pensatore cristiano, don Italo Mancini.
  

ITALO MANCINI
il Maestro di Urbino

«Ogni cosa che ha fatto, nella sua vita, è stata per restare fedele al ragazzo che era». Valerio Volpini ricorda così, commosso, don Italo Mancini; la sua citazione di Bernanos non evoca certo nostalgie di giovanilismo, ma un’idea di fedeltà al progetto originario che irrompe nella vita di ciascuno con l’incanto trasparente della fanciullezza. La sapienza di don Italo è stata la fedeltà. Fedeltà alla Chiesa, alla ricerca delle idee, alla cultura, alle amicizie… ma soprattutto al dono che lo Spirito gli aveva affidato fin da ragazzo, perché facesse molto frutto e molta luce. In ogni villaggio, diceva Papa Giovanni, c’è una fontana. È il cuore della comunità, dove ci si disseta. Le donne vanno a lavare i panni e a prendere l’acqua. Lì ci si incontra, si parla. È un segno e un dono di conviviale gratuità. A Urbino, città ideale, il cuore, più che l’acqua di una fontana, era la luce di una finestra.

Una veduta di Urbino dal Colle dei Cappuccini.
Una veduta di Urbino dal Colle dei Cappuccini.

Su, in cima alla gran piazza Rinascimento, oltre il Palazzo Ducale, di fronte al rettorato, don Italo si tratteneva coi discepoli fino a notte alta. Teneva lezione il mattino e poi lo si incontrava su e giù per l’arroccata città mentre correggeva le bozze e ascoltava gli studenti (e sono venticinquemila a Urbino, molti più degli abitanti). Nel pomeriggio apriva loro la sua biblioteca. Non che l’Ateneo ne sia sprovvisto, ma non erano solo i libri che i ragazzi cercavano, sebbene il Maestro. Lì in casa lui studiava con loro ed essi vedevano quel che significa passione e metodo. Alcuni ne venivano "afferrati". Così li aveva battezzati, quasi a distinguerli dagli "affacciati", che pur andavano a studiare, ma un po’ di cuore lo lasciavano fuori. Per tutti dopo lo studio c’era il tempo della conversazione, magari con un po’ di formaggio e di vino.

La facciata
della Chiesa di San Francesco.
La facciata della Chiesa di San Francesco.

Don Italo ascoltava, ricordava, insegnava. Si emozionano ancora ricordando quei giorni, i suoi discepoli. Come Sebastiano Miccoli, così "afferrato" dai libri che oggi forse preferisce fare il bibliotecario che il professore. Soprattutto don Italo capiva l’animo, le speranze dei ragazzi e li aiutava, era con loro sui temi della pace e della giustizia sociale. Era stato sempre dalla loro parte, anche nel ’68, quando perfino i cattedratici più illuminati non tollerarono di essere contestati. Dalla parte degli studenti quando c’erano da ottenere le borse di studio, i permessi, il posto in collegio, l’incarico per una ricerca. Se poteva, tirava fuori qualcosa di tasca sua. Sempre offriva il suo tempo e l’attenzione.

«L'ho conosciuto a 18 anni, venivo dalla campagna, dalle scuole rurali, ero intimidito dalla città. Gli devo tutto, per me non è stato solo un professore, ma un maestro di vita e mi ha aiutato in tanti modi». Così parla Giorgio Londei, laureato con don Italo con tesi "sul razionalismo di Voltaire e il misticismo di Pascal". Quel giovane è diventato sindaco di Urbino e poi senatore. Non importa neppur sapere di che partito, perché don Italo viaggiava molto al di sopra dei confini dei partiti. Ed aveva il coraggio dell’anticonformismo. All’indomani della caduta del Muro gli fu chiesto di tenere il discorso del 25 aprile, in Comune. Accettò e – nel momento in cui tutti gettavano pietre contro il socialismo reale – ricordò la pur difficile grandezza di quella eredità culturale e morale. E l’onestà di tanti che si batterono per un mondo più giusto, mentre altri – considerati con le mani pulite – si adoperavano a fare il mondo più egoista e disumano. Nessuno poté eccepire nulla, perché lui 15 anni prima aveva scritto "della fine dell’età marxistica", quando sembrava trionfante. Don Italo era così: la verità profonda degli uomini e delle cose lo interessava molto più dei discorsi di convenienza.

Per le strade di Urbino, in mezzo agli studenti: non era lì per caso. Pino Paioni, il grande semiologo, lo ricorda: «Faceva parte dell’ambiente, non era un illustre estraneo; stava dentro, come il sale e il lievito. E coi giovani era uno di loro, aveva lo stesso linguaggio». Eppure, soggiunge Enrico Moroni, un altro discepolo oggi ordinario di Filosofia del diritto, Mancini aveva anche lo stile, la "distanza" del professore, del grande accademico. Era insieme vicino e lontano, autorevole e fraterno…

Italo Mancini era nato il 4 marzo 1925 a Schieti, nelle Marche, il padre minatore, la mamma contadina. Poi il seminario, la Resistenza, gli studi all’Università Cattolica, il sacerdozio, l’insegnamento prima a Milano poi a Urbino. È morto il 7 gennaio 1993 dopo un’operazione al cuore. Ha percorso tutte le strade del pensiero moderno, ha tenuto cattedra di Filosofia della religione, Storia del cristianesimo, Filosofia del diritto. Era stato alla scuola di Bontadini, montanaro con barba e bicicletta, maestro di metafisica, anzi di ontologia, che ebbe discepoli come Severino e appunto Mancini. Splendidamente solo e immoto su Parmenide, il primo. Geniale rabdomante, capace di dialogo e simpatia con le più diverse esperienze intellettuali, il secondo. Basti dire che ha fatto conoscere in Italia Bonhoeffer, forse il pensatore religioso – e testimone di Cristo – che più affascina le giovani generazioni. E si è confrontato – come Giacobbe con l’angelo – con Bloch e Maritain, Barth e Bultmann, Dostoevskij e Manzoni, Lévinas e Heidegger. La sua bibliografia, forse incompleta, porta l’indicazione di 558 titoli.

Don Italo Mancini consegna un diploma in Scienze religiose nell'Istituto da lui fondato nel 1969.
Don Italo Mancini consegna un diploma in Scienze religiose
nell'Istituto da lui fondato nel 1969.

Insomma, Italo Mancini è probabilmente il più acuto e creativo pensatore religioso tra gli italiani di questo secolo. Quello che ha camminato di più, spaziando dalla filosofia alla teologia, dalla metafisica alla politica; esplorando ideologie e utopie, ma anche l’arte, la poesia, l’invocazione. Ha ricevuto il dono della sapienza e gli ha dedicato la vita, senza risparmio. Non la sapienza fredda, delle definizioni. Ma quella che sgorga dalla falda incandescente. Non un fascio di dottrina, ma il frutto dell’esperienza dello Spirito. E la sua fedeltà nella Chiesa! Amava citare la parola di Mazzolari: «Ricorda che solo rimanendo nella casa si può far camminare la casa». E soggiungeva: «L’apertura del cristianesimo può avvenire solo dal di dentro, non con lo scisma, la rottura o l’abbandono; bisogna prendere su di sé invece i ritardi, le infedeltà, le sollecitudini di tutte le Chiese». Amava l’uso umile dell’intelligenza e la teologia che non è tronfia dei suoi successi e delle sue definizioni. Preferiva ricordare Dionigi Areopagita: «in finem cognitionis nostrae Deum tamquam ignotum cognoscimus». Come dire che, al culmine della nostra ricerca, noi arriviamo conoscere Dio come l’Ignoto, il Mistero. E spiegava: «Nella prassi religiosa e politica una trepida, umile impostazione di questo genere è capace di rivoluzionare un costume di fraintendimenti e ricatti che ha portato tutti i disastri (ateismo in testa) propri della concezione di Dio come tappabuchi».

Certo Urbino è un unicum per tante ragioni; e la libera Università, guidata dal magnifico rettore Carlo Bo, ha un singolare, ricchissimo rapporto con il territorio. E tuttavia lecito chiedersi se sarebbe così ricco se non ci fosse stato don Italo, che ha dato smalto e calore agli incontri e alle iniziative cresciute tra l’Università Gastone Mosci.e la città. C’è la sua impronta nella fondazione e nel circolo culturale Acli, che ha sede nella stessa università e organizza da anni incontri, seminari, mostre, dibattiti dove studenti e cittadini si confrontano con studiosi italiani e stranieri. Ne è anima Gastone Mosci (nella foto), che insegna Lingua e cultura francese a Sociologia ed è stato amico e collaboratore di don Italo per quasi trent’anni. C’è l’editrice Quattroventi, uno dei gioielli della provincia italiana.

Il centro culturale a San Bernardino, la collana del "Nuovo Leopardi", la rivista Hermeneutica, pensata qui e stampata dagli amici della Morcelliana di Brescia... ed è nato qui vicino, ad Ancona, l’Istituto internazionale Jacques Maritain, che tanto ha contribuito a tirar fuori il grande pensatore cattolico dalle polverose sezioni "tomiste" della biblioteca. E infine vive qui, nella libera Università di Urbino, quello che altrove è solo un sogno: un Istituto di scienze religiose dentro l’ateneo, in dialogo con le discipline profane, con un corpo docente integrato, con studenti che sentono davvero l’osmosi fede-cultura. Progetto non facile, realizzazione anche più difficile. Ma c’era don Italo.

La sua sapienza si è espressa qui in sommo grado. Del resto non era Piergiorgio Grassi un teologo puro, ma un filosofo-teologo-pensatore cristiano. L’Istituto, oggi diretto da Piergiorgio Grassi (nella foto), è la più visibile eredità di don Italo. Un centinaio di studenti, in gran parte laici, un corpo accademico di tutta Italia, un centro interdisciplinare, dove s’incontrano sensibilità, problemi, ricerche… Negli anni più recenti l’Istituto ha preparato molti insegnanti di religione per le scuole statali; ma ora può concentrarsi sul suo compito originario, di ricerca e dialogo.

Ancora una volta l’eredità di Mancini è impellente: don Italo aveva intuito da tempo la crisi della tradizionale forma di cristianità. Come altri grandi spiriti religiosi del nostro tempo era convinto che la Chiesa dovesse spogliarsi della potenza politica, sociale e culturale. Non doveva lasciarsi sedurre dal mito di una presenza esteriore. Diceva: «Non occorre il superocchio del profeta e tanto meno la fortuna dell’indovino per capire che cosa starà nel cuore del cristianesimo in futuro... L’attuale difficoltà nasce dalla contaminazione del progetto puro, o evangelismo radicale, con la caduta nel neointegralismo. La paura di essere assenti, di non essere forti, ha fatto dimenticare che "l’alleggerito peso dell’avere era a vantaggio dell’essere"».

La sapienza di don Italo sta nel guardare lontano. La crisi della cristianità non è solo italiana. Ma può essere una crisi di crescita. La crescita della coscienza critica nella Chiesa è un patrimonio prezioso. Purtroppo, aggiungeva, non c’è ancora un’opinione pubblica, e ciò denota una mancanza di crescita comunitaria, a livello di popolo di Dio. Lo ricorda Piergiorgio Grassi, ordinario di Filosofia morale a Chieti e appassionato continuatore dell’opera e dello spirito di don Italo: di fronte alla confusa pluralità di culture, istituzioni e progetti di vita, di fronte alla ricerca anche angosciata di significati, il cristianesimo è a un bivio tra la nostalgia e il coraggio. Nostalgia di una mitica età dell’oro, quando tutti sembravano cristiani. Oppure il coraggio di riprendere in mano il progetto evangelico radicale e aprirsi al confronto con tutte le culture. Fedeltà, coraggio e creatività. Questa è l’eredità della sapienza cristiana di don Italo, nascosta in un giacimento prezioso, nelle viscere della provincia, lontano dai grandi centri di potere e di opinione.

Studenti in una sala dell'Università, tra i libri che furono di Italo Mancini.
Studenti in una sala dell'Università, tra i libri che furono di Italo Mancini.

Ma l’eredità di Mancini non è soltanto a Urbino, sebbene in ogni coscienza dove sono arrivati i suoi libri, gli articoli, le conferenze, le idee penetranti della sua meditazione originale e persuasiva. Non sono testi facili, ma affascinanti sì. Anche se non si coglie tutto, la citazione implicita, il neologismo arrischiato, il parallelo iperbolico, si capisce tuttavia l’ardimento della ricerca, la meta che attrae. Dice Salomone, nel libro della Sapienza, e sembra parlare di don Italo: «Preferii la sapienza a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia... l’amai più della salute e della bellezza, preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana. È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà. Pur rimanendo sé stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti».

Angelo Bertani
(nel prossimo numero: l’Intelletto, testimone Giorgio La Pira)

Segue: La bellezza di Dio

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