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  Dai nostri inviati - ALBANIA

ITALIANI POLIZIOTTI

di ALBERTO BOBBIO - foto di Nino Leto
    

   Famiglia Cristiana n.8 del 4-3-1998 - Home Page Il porto di Valona rimane sempre il punto di partenza dei traffici di droga e clandestini, ma intanto a Tirana e a Durazzo le nostre forze dell’ordine stanno aiutando quelle del Paese delle Aquile a riorganizzarsi. Per controllare le dogane e fermare il contrabbando. E per ridare fiducia alla gente.

Valona, febbraio

Il coprifuoco batte alle cinque della sera. Non c’è un ordine, non c’è una legge, ma al crepuscolo la città è vuota. Alle cinque della sera è l’ora dei pirati. E comincia la conta di chi partirà stanotte. Valona è tornata all’antico: traffico di uomini e traffico di droga. Qui sul lungomare dello Chalet, l’hotel di legno con le tendine a quadretti come se fossimo sulle Dolomiti, hanno costruito perfino tre moli nuovi.

C’è burrasca e gli scafi da 600 cavalli sbattono le chiglie protette da vecchi copertoni d’auto. «Stasera non si parte», dice uno. Arriva un camioncino frigorifero. «È per il pesce?». «Vai a vedere, gazetaro». Niente ghiaccio, niente pesce. Scendono sette uomini che si infilano nelle baracche bianche al limitare della spiaggia. Aspetteranno un’altra notte, un altro mare.

Valona non nasconde più il traffico degli uomini e della droga come faceva durante la rivolta dell’anno scorso, quando il porto della Tortuga era a Triport, tre anse fetide d’acqua e di fango dieci chilometri a nord. La follia delle armi che cantavano al cielo, la spavalderia di capibanda guasconi è scomparsa. È svanito anche il comitato degli insorti. La città si è ingrossata. Aveva 80 mila abitanti l’anno scorso. «Ora arriviamo a 120 mila», dice padre Giovanni Mercurio, uno dei due sacerdoti italiani (l’altro è padre Felice Pumilia) che insieme alle suore italiane di Nostra Signora della Compassione non hanno mai lasciato la città.

Addestramento delle donne poliziotto albanesi.
Addestramento delle donne poliziotto albanesi.

La gente abbandona i villaggi sulle montagne attorno alla baia: manca l’acqua, la luce elettrica. Nei campi cresce ormai quasi esclusivamente la pianta della marijuana. È pericoloso, per chi non è in affari, vivere lì e vedere. Così si allargano le baracche alla periferia di Valona. «Facciamo un po’ di scuola, teniamo vicini i bambini», dice suor Loredana Finotti. «È stata la gente a venirci a chiamare. Perché non venite più? Adesso, almeno di giorno, non sparano. Arriviamo nei villaggi in auto e con l’abito religioso. Finché ci va bene...». Fuori, davanti all’ambulatorio delle suore italiane, l’unico in tutta Valona, si allunga una fila di donne e bambini. Arriva l’ambulanza dell’ospedale. Scende un medico e chiede un paio di guanti sterili.

Non è cambiato nulla. In Albania la soluzione viene sempre domani. Ma essa è infinitamente più semplice di quanto tante ricette degli organismi internazionali vogliono far apparire. Basta avere coraggio e testa dura. Spiega padre Giovanni: «Prenda la notte di Natale. Abbiamo sfidato le bande, abbiamo detto messa a mezzanotte, che normalmente è l’ora proibita. L’unica messa di mezzanotte in tutta l’Albania. C’era gente a frotte. Si è fidata di noi. Perché il Governo non lavora per ridare fiducia alla gente?».

La nuova sala operativa della Questura di Tirana.
La nuova sala operativa della Questura di Tirana.

Sta qui il nodo della questione albanese. Non è che l’Albania non vuole essere aiutata. È che l’Albania non sa essere aiutata. Come prima Berisha, oggi Fatos Nano sta provando a governare. Il fatto è che c’è qualcuno in Albania che non si fa governare. Non è tuttavia un contropotere, non si cura di dar forza a una opposizione. Vive e basta: di traffici, di corruzione, di errori dei grandi enti internazionali. Da quando è caduto il regime comunista sono stati spesi in Albania 200 milioni di dollari per progetti, assistenza a investimenti mai fatti, insomma soldi finiti in carte o in file dentro ai computer, solo per riorganizzare l’agricoltura, che continua a non arrivare al livello di sussistenza familiare.

L’episodio dimostra che le autorità albanesi non si occupano del bene comune. «Non sanno cosa sia», spiega don Zeno Gabriele, missionario a Lushnje, a metà strada tra Valona e Tirana. «È cambiato il partito al potere, ma conto i morti tutte le sere e le ragazze continuano a essere comprate e vendute nei villaggi». Eppure l’Albania chiede di essere sempre più aiutata. A Tirana arrivano missioni, denaro. La comunità internazionale ha posto un’unica condizione: sospendere la legge sulla pena di morte. Forse è troppo poco. Forse alcuni interventi vanno imposti: sicurezza, semplificazioni burocratiche e tanta istruzione.

I giovani albanesi attualmente hanno solo un’alternativa: sparare in patria o spacciare in Europa. L’Italia ha messo in campo persone di primissima qualità, forse più che in passato, funzionari, poliziotti, militari. È in atto un grande sforzo per aiutare l’Albania. Funziona soprattutto in due settori, la riorganizzazione delle dogane e la lotta al contrabbando, l’addestramento della nuova polizia albanese. «Sono cose che si vedono», dicono alla nostra ambasciata, «aiutano la gente a ritrovare fiducia».

La donna più odiata in Albania si chiama Natalina Cea. È funzionaria delle dogane italiane e dal 3 giugno scorso è a capo della Customs assistance mission (Cam), missione europea per la riorganizzazione delle dogane albanesi. Viaggia protetta da una nutrita scorta, non si fa fotografare: «Ho riaperto tutti gli uffici doganali. Ho ricuperato milioni di dollari di tasse. Il livello di corruzione era ed è altissimo. Ma in questi mesi 290 funzionari su 900 sono stati rimossi, abbiamo preparato un nuovo codice doganale che il Parlamento sta discutendo. E soprattutto abbiamo fatto importanti sequestri». L’ufficio di Natalina Cea (15 funzionari internazionali, di cui cinque italiani, e 15 albanesi) si avvale anche di un satellite per sorprendere le navi.

In questo modo è stata fermata la Demon, una nave stipata di sigarette: «Abbiamo ricostruito i viaggi della Demon negli ultimi mesi. Per otto volte ha caricato e scaricato, con una perdita per lo Stato pari a sei milioni di dollari».

Una famiglia in città.
Una famiglia in città.

Così è chiaro perché la missione è assai rischiosa. Le dogane sono la voce più importante, il 70 per cento, delle entrate del bilancio albanese. La missione europea lavora insieme al 28° gruppo navale italiano e alla Guardia di Finanza, agli ordini del colonnello Fabrizio Lisi, che controlla con le motovedette la costa da Durazzo a sud. La Polizia di Stato e i Carabinieri, al comando del dottor Angelo Militello e del colonnello Raffaele Petrachi, danno assistenza alla polizia albanese. È stato creato a Tirana e Durazzo il 19, il pronto intervento, il 113 albanese: «Non c’era nulla di simile», spiega il vicequestore Pasquale Guaglione, che con il maggiore dei CC Antonio Perrotta assiste il capo della squadra volante albanese, maggiore Artur Bica. L’Italia ha allestito una sala operativa a Tirana e a Durazzo. Ha inviato 100 Fiat Brava blu, le volanti, che qui hanno chiamato "Aquile".

Nel primo mese di attività sono state quasi mille le chiamate al 19. La missione italiana sta addestrando anche le prime 12 donne poliziotto, che faranno parte degli equipaggi delle volanti. Una donna, il capitano Elda Qylfyci, è già a capo della Mobile di Durazzo. Non è facile, anche perché sono 730 i delinquenti, fuggiti dalle carceri durante la rivolta dell’anno scorso, ancora latitanti. Solo 29 sono tornati spontaneamente in galera. Ogni giorno si contano poliziotti e civili uccisi. Le sedi del Partito socialista di Scutari e di Argirocastro sono state fatte saltare con la dinamite. Mercoledì scorso una granata è stata trovata anche in Parlamento.

Alberto Bobbio

Segue: A caccia di bossoli

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