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  Sanremo (2)

«CI FOSSE LA MOVIOLA...»
Il Festival secondo Raimondo, tra ricordi e battute

di GIGI VESIGNA
    

   Famiglia Cristiana n.8 del 4-3-1998 - Home Page

«Sarebbe bello rivedere al rallentatore i cantanti. Ma prometto che questa volta non farò scherzi».

Non ama i cantanti, ma a Sanremo ci va volentieri, per curiosità. Faccia a faccia con Vianello.

  • Raimondo, sei arrivato in prima pagina. Hai paura?

«Ho accettato di presentare Sanremo per curiosità, per dimostrare che so combattere la mia immensa pigrizia, per starmene una settimana in un ambiente diverso, che non conosco e che, ti dirò, non mi interessa granché. Ho sempre avuto una certa avversione per cantanti. Nei miei spettacoli televisivi ho sempre cercato di non ospitarli, anche se qualcuno di loro era anche mio amico. E proprio a loro riservai un trattamento piuttosto particolare...».

  • In che senso?

«Nel senso che, un po’ per scherzo e un po’ perché li consideravo, come i balletti, un elemento di disturbo, li maltrattavo. Per scherzo, ma li maltrattavo. A Peppino Di Capri, che cantava accompagnandosi al piano, feci scivolare via il piano al quale, senza che lui lo sapesse, era stato attaccato un cavo per trascinarlo via al momento giusto. A Peppino Gagliardi tirai una scarpa mentre cantava, e per fortuna la schivò. Come padrone di casa spesso ambientavo le loro esibizioni in luoghi strani: una toilette, un cortile con oche e galline...».

  • Questo al Festival non ti è consentito...

«Eh, purtroppo no. Ho ricevuto mille raccomandazioni: non una battuta su un cantante, nemmeno un’espressione facciale di quelle che mi vengono spontanee quando sono in scena. Dicono che basterebbe un niente per indurre le giurie a votare o a non votare l’oggetto della battuta».

  • Adesso che sai che cos’è il Festival di Sanremo, vuoi provare a definirlo?

«L’ho trovato molto simile al campionato di calcio, il nostro, quello che viene definito "il più bello del mondo". Molto tatticismo (gli abiti, le pettinature, il look), troppi stranieri. E tra questi alcuni, proprio come nel nostro campionato, non sono certo dei fuoriclasse».

  • Ascolti musica leggera?

«No, per niente. Ho partecipato, da spettatore, a qualche Sanremo, quando per la radio conducevo Gran varietà. Mi sono fermato a Modugno. La musica di oggi non mi interessa. E quando mi capita di ascoltarla, mi domando come facciano quelli che la ascoltano a ricordarsela sino a saperla persino cantare o fischiettare».

  • Ma a Sanremo tu ci sei stato anche come ospite d’onore, insieme con Ugo Tognazzi...

«Ci siamo stati nel senso che siamo stati invitati a esibirci in siparietti comici tra una canzone e l’altra. Erano i tempi di Un due tre, una trasmissione televisiva che allora vedevano tutti, anche perché c’era una sola rete televisiva e io e Ugo eravamo proprio popolari. Così andammo a Sanremo, salimmo sul palcoscenico del Teatro del Casinò, dove allora si svolgevano le tre serate (tre non bastavano?) per la prova generale. Non mi ricordo proprio cosa dicemmo. Fatto sta che, una volta ultimata la prova, si avvicinò un funzionario della Rai e garbatamente ci disse che non eravamo adatti all’atmosfera del Festival. Ci pagarono e ci rimandarono a casa. Fu il secondo cartellino rosso della mia carriera».

  • E il primo?

«Beh, quello fece scalpore: nel 1954, in una puntata di Un due tre, Ugo e io ci divertimmo a riproporre la famosa caduta da una sedia dell’allora presidente Gronchi. Ci costò il cartellino rosso dell’espulsione e anche una quarantena di quattro anni dai teleschermi».

  • Il tuo Sanremo lo consideri condotto con il pressing del calcio o spiato con la moviola?

«Pressing, ma con moderazione. Certo, la moviola sulle esibizioni dei cantanti sarebbe stata proprio divertente. Ma avrei dovuto portarmi Pistocchi, il tecnico moviolista della mia trasmissione. E non me la sono sentita».

g.v.

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