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Intervista esclusiva a Gianfranco Fini

«La mia destra? In fondo a sinistra»

di GUGLIELMO NARDOCCI
   

   Famiglia Cristiana n.8 del 4-3-1998 - Home Page

Fini svolta ancora. La crisi di Forza Italia, il cattivo risultato delle ultime elezioni amministrative e l’incombere di una nuova formazione di centro lo spingono ad affrettare la costruzione della destra. Pena il ritorno all’isolamento.

«Non è vero che Berlusconi si sta alleando con la Lega, solo perché hanno votato qualche volta insieme sulle riforme. È successo anche a noi. È normale quando si vota sulle "regole del gioco"»

«Cossiga non vuole affossare la democrazia dell’alternanza; al sistema bipolare ci crede più di tutti. Vuole un centro forte, che competa con la sinistra. Peccato che gli italiani non la pensino come lui»

«Prodi passerà sotto l’arco di trionfo, al momento del nostro ingresso in Europa. Ma entriamo nel modo più sbagliato, perché non abbiamo tagliato le spese seriamente»

«Cossiga fa strane domande, e poiché è stato capo dello Stato, lo debbo prendere sul serio. Certo che sono alternativo a D’Alema; nei valori e nel programma politico; non quando si parla di riforme, che richiedono il consenso di tutti. Io e D’Alema siamo convinti che le riforme si debbano fare in ogni modo». Inseguito dal coro di chi lo indica quale nuovo sodale del segretario del Pds, Gianfranco Fini apre questa settimana a Verona l’assise che dovrebbe definitivamente far decollare la destra italiana: «Che non c’è mai stata in Italia», dice in questa intervista a Famiglia Cristiana, «ma che è decisiva per la democrazia dell’alternanza».

  • Onorevole Fini, D’Alema sposa idee liberal-democratiche; lei vuole fare il gollista, partendo da una destra ex missina. Solo modelli in prestito?

«Questo lo dite voi giornalisti. Per quel che riguarda me, non chiedo modelli in prestito. L’Italia è l’Italia; qui c’è stato il fascismo che in Europa non c’è stato, e del pari un partito comunista fortissimo, unico in tutto l’Occidente. Il Movimento sociale italiano, essendo un partito antisistema, poteva permettersi di non confrontarsi né con l’economia né con gli altri problemi. Era neocorporativo, una parola che oggi non significa più nulla. L’Msi l’ho chiuso, con tutti i pregi, i difetti e i tanti ideali, giusti o sbagliati che fossero. A Verona facciamo la destra».

  • Però fra la sinistra che rinserra i ranghi e la destra che prende quota, nasce quella strana voglia di centro. Dice Cossiga che un’Italia che rinasce sulle ceneri degli ex comunisti e degli ex fascisti non è credibile, neanche all’estero...

«La scomparsa del centro non l’abbiamo decisa noi, ma l’indignazione degli italiani per come era stata governata la cosa pubblica. Se vuole una spiegazione più gentile, le dirò che la Dc, con la scomparsa del comunismo, non ha avuto più ragione di esistere. Cossiga comunque, che è un vero sostenitore del sistema bipolare, non vuole rifare la Dc; il suo ragionamento è più sofisticato. Lui non crede a un bipolarismo come quello attuale, vuole scomporre i due poli, costituire un centro forte che va dal Ppi a Forza Italia ed opporsi al polo di sinistra che ruota intorno al Pds, i verdi e Rifondazione comunista».

  • O magari isolare lei da un lato e Bertinotti dall’altro...

«Il centro non ha mai capito il sistema maggioritario. Quando io, Rutelli e Caruso corremmo per il Comune di Roma, tutti si aspettavano un duello fra Rutelli e Caruso. Invece il ballottaggio fu tra il sottoscritto e il sindaco di Roma. Questa storia di Cossiga non piace solo a me; quel che conta è che non piace agli elettori».

  • Parliamo della destra che nascerà.
    Cosa avrebbe fatto se fosse stato al posto di Prodi?

«Prodi passerà sotto l’arco di trionfo, quando entreremo in Europa, ma per gli italiani si prospetta un futuro difficile perché non saremo competitivi. Se la destra fosse stata al governo non avrebbe adottato misure "una tantum", o fatto trucchi contabili, o rinviato le spese per fare apparire un bilancio in ordine. Avremmo tagliato la spesa pubblica in modo strutturale, decisivo».

  • Scusi, ma questo significa che sulle pensioni lei avrebbe tagliato molto di più?

«La crescita demografica è pari allo zero, la gente comincia a lavorare non più a sedici ma a trent’anni, si vive, grazie a Dio, molto più a lungo. Solo un cieco non vedrebbe che un innalzamento dell’età pensionabile è necessario. Certo, bisogna offrire certezze, prevedere per il lavoratore una mansione diversa quando è più anziano, insistere sul part-time, la flessibilità e quant’altro, ma questo è un discorso diverso».

  • Anche lei, come D’Alema, sostiene che bisogna abituarsi a cambiare lavoro tre volte almeno nella vita?

«Non è che D’Alema è d’accordo con me o viceversa; questo è un dato oggettivo della società moderna. Semmai vorrei dire al segretario del Pds che la predica la faccia ai sindacati e a Rifondazione, cioè quelli che gravitano nei suoi paraggi. Questa storia delle 35 ore è ridicola, poiché tutti sanno che non aumenta l’occupazione ma solo le ore di straordinario. Il mercato ha bisogno di massicce dosi di flessibilità. Noi aggiungiamo una proposta: una piccola parte del salario bisogna farla dipendere dagli utili aziendali, perché così si avrebbero risultati sia per la tasca dei lavoratori che per la salute delle aziende».

  • Sulle privatizzazioni c’è guerra aperta. Una volta era Prodi che si lamentava dei "poteri forti", ora D’Alema attacca la Fiat e quant’altri sostenendo che, con due lire e grazie ai piccoli risparmiatori senza voce, si prendono il controllo di grandi gruppi come Telecom. Che ne dice la destra?

«Dico che quello che sta accadendo sta lì a dimostrarlo. Il rischio che continui così è oggettivo. Le privatizzazioni bisogna farle, ma con calma: la Thatcher ha impiegato 12 anni per privatizzare la British Telecom, e il mercato e la Borsa inglese hanno dimensioni, storia e cultura di ben altre proporzioni dell’Italia. La destra italiana non ha sposato il capitalismo selvaggio e senza regole. Noi sosteniamo che la politica non può ratificare le decisioni prese nei salotti esclusivi della finanza del Nord. È necessario che ognuno torni al proprio posto, dall’economia alla giustizia».

  • Torniamo al dirigismo un minuto dopo aver sposato il liberismo?

«Per carità! Io non ho detto che la politica deve occupare la società o fornire i propri uomini alle imprese. Sostengo semplicemente che la politica con la "P" maiuscola ha il primato anche in ragione del fatto che ne risponde democraticamente agli elettori, circostanza che non ricorre per i finanzieri. Il finanziere persegue giustamente il profitto, il politico l’interesse generale. Per questo non mi convincono i ministri tecnici, se non in situazioni disastrose come quelle dell’era Tangentopoli, quando la politica non c’era più».

  • Il suo amico Berlusconi è tornato a parlare di proporzionalismo, la legge elettorale è di nuovo in discussione...

«Sulla legge elettorale vedo troppa nebbia in giro. Per la verità aspetto di capire esattamente cosa vogliono Segni, Occhetto e gli altri. È un problema troppo importante, rischia di far saltare tutte le riforme se in Parlamento non c’è un accordo sufficientemente ampio. Ne va del senso di sopravvivenza dei singoli partiti. In teoria bisognerebbe prima assicurare l’approvazione delle riforme e poi fare la legge elettorale, ma sappiamo che non è così. Durante i lavori della Bicamerale si riuscì ad arrivare ad una conclusione subito dopo aver raggiunto l’accordo in casa di Gianni Letta, perché quell’accordo fugò la paura di alcuni partiti di essere cancellati. Quindi avanti, ma con prudenza. Noi comunque quelle riforme le vogliamo. E se anche qualcosa non andasse per il verso giusto, non butteremmo via il presepe per una statuina sbagliata. C’è sempre il referendum popolare, non dimentichiamolo».

  • Lei celebra questa svolta nel Nord, dove la Lega dilaga. Qual è la sua strategia per battere Bossi, il quale fra l’altro minaccia l’integrità del Polo alleandosi sempre più con Berlusconi...

«La Lega si batte rispondendo alle legittime richieste di federalismo e di decentramento che provengono ormai da ogni dove. Sul secessionismo, invece, la strategia è una sola. Combatterlo con tutti i mezzi. Ovviamente legali. Quanto a Berlusconi, è esagerato parlare di accordi con la Lega. Su alcune questioni legate alle riforme abbiamo diversità di vedute, come è naturale. Sulla strategia politica, no. Poi mi pare che ultimamente le cose stiano migliorando».

Guglielmo Nardocci

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