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INCHIESTA (2)

Somalia
«MA NOI RACCONTIAMO LA VERITÀ»

di BARBARA CARAZZOLO ALBERTO CHIARA e LUCIANO SCALETTARI
    

   Famiglia Cristiana n.8 del 4-3-1998 - Home Page ADEN, SEVIZIATO CON GLI ELETTRODI

Aden Abukar Ali è una delle vittime delle violenze italiane. È giunto in Italia il 12 gennaio per deporre davanti ai magistrati italiani. La sua foto, pubblicata in Italia, fece esplodere lo scandalo. Racconta di essere stato arrestato a Johar. Prima di subire per otto volte le scosse elettriche ai testicoli, Aden riferisce di essere stato picchiato da sei militari con delle bottiglie piene di sabbia. Ancora adesso ha dolori e perdite di sangue in seguito alle sevizie. «Quello che ci offende di più», dice, «è il tentativo di screditare le nostre testimonianze».
   

TESTIMONE SCOMODO? ARRESTIAMOLO

La testimonianza più agghiacciante è quella di Hashi, unico superstite di 17 persone gettate in mare legate il 27 dicembre ’93. Hashi, che è ancora in stato d’arresto, nell’interrogatorio ha raccontato di essere stato presentato all’ambasciatore italiano Cassini da Jelle (ora irreperibile in Italia), uno dei due testi che lo accusano di aver partecipato al commando che uccise Alpi e Hrovatin. Ha dichiarato che dopo l’incontro con l’ambasciatore, Jelle gli disse che Cassini cercava notizie sui giornalisti uccisi. Aggiunse che, essendo Hashi una vittima dei soldati italiani, se si fosse autoaccusato, Cassini gli avrebbe dato un compenso. Rispose che la proposta non gli interessava.
      

LE MOLTE VERITÀ DI SAID ALI

Dahira, violentata con un razzo, è considerata "inattendibile". Said Ali, autista della Alpi, è creduto, invece. Il 12 gennaio, alle 19, nega di poter riconoscere i killer. Ma alle 22.30 dice di averli visti bene, e di aver identificato Hashi sull’aereo che portava entrambi in Italia: era nel sedile posteriore della Land Rover blu, specifica, col fucile in mano. Hashi è stato arrestato.

  

Due anni d’inchiesta.
Senza i documenti
  

Luciana e Giorgio Alpi lo hanno scoperto, casualmente, solo adesso: per due anni, e cioè fino al 27 maggio 1996, gli archivi della Marina militare italiana hanno custodito le fotografie, negativi e stampe, scattate a Ilaria e a Miran Hrovatin un’ora dopo l’omicidio, e le relazioni scritte dagli ufficiali medici della Garibaldi che avevano effettuato la ricognizione esterna dei corpi.

Nonostante l’inchiesta in corso già da due anni, quindi, nessuno aveva pensato di consegnare spontaneamente questo importante materiale ai magistrati. E solo in seguito a una richiesta del procuratore Pititto, allora titolare dell’inchiesta poi passata a Franco Ionta, la documentazione fu trasmessa il 28 maggio 1996. Non è tutto: i periti, che il 31 gennaio di quest’anno hanno consegnato i risultati del loro lavoro (per Ilaria un’esecuzione con un unico colpo alla testa, e bruciature alle mani perché lei aveva tentato di proteggersi), questo materiale non lo hanno mai avuto.

Non risulta, infine, che i due ufficiali medici, Rodolfo Vigliano e Armando Rossitto, siano mai stati interrogati dagli inquirenti, ma solo, poche settimane fa, dalla Commissione Gallo. È così che i coniugi Alpi hanno scoperto l’esistenza di questi documenti, ed è grazie alle loro immediate ricerche se la circostanza è venuta alla luce. Resta fitto, invece, il mistero sui taccuini e la macchina fotografica di Ilaria, scomparsi dalla sua borsa durante il ritorno in Italia e mai più ritrovati. «Ora basta, di troppe omissioni e bugie si sono macchiati i comandi militari italiani a Mogadiscio», commentano gli Alpi. « E troppi sono anche i testimoni non ancora ascoltati. Per esempio, Giancarlo Marocchino».

Segue: «Quei traffici di armi e scorie»

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