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Somalia. In
ventanni è stata teatro di tutto: dagli
scandali e dalle tangenti della Cooperazione al
traffico di armi e di scorie radioattive; dagli
omicidi di Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e del
maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi al tentato
omicidio (fallito per un soffio) di Franco Oliva,
funzionario italiano del ministero degli Esteri; da
una guerra civile alle violenze gratuite di cui,
secondo testimonianze attendibili, sembrano essersi
macchiati anche i nostri soldati. E poi bugie,
depistaggi, documenti scomparsi, persone minacciate,
inchieste archiviate o lente, inspiegabilmente lente.
Un buco nero,
la Somalia. Un buco da cui anche le commissioni
parlamentari succedutesi nel tempo hanno tirato fuori
solo brandelli inutilizzati di verità. Sono passati
due decenni dallavvio di quel gigantesco giro
di soldi (nella seconda metà degli anni Ottanta la
cifra passò da 2.500 a 4.400 miliardi) che ha
coinvolto e screditato la Cooperazione voluta dal
Parlamento con una legge del 1979.
Un fiume di
soldi che, in Somalia, non si è quasi mai
trasformato in opere. Chi ha messo il naso dove non
doveva, come sembra ormai certo abbiano fatto Alpi e
Hrovatin, ha rimediato una pallottola in testa. È
stata unesecuzione, lo conferma la perizia
depositata il 31 gennaio. Ma in galera cè solo
un somalo. Era giunto in Italia per testimoniare
sulle violenze subìte da parte di ufficiali
italiani.
Maltrattamenti,
stupri, esecuzioni sommarie, traffici di oro e avorio. Il
tutto coperto dai responsabili (non si sa ancora a che
livello) della missione in Somalia dei militari italiani.
Questo è il quadro che sembra emergere dalle deposizioni
dei testimoni (almeno quattro), dai documenti, dalle
fotografie presentati agli inquirenti. Episodi tutti
presunti, naturalmente, finché le inchieste non saranno
concluse. «Il maresciallo Aloi (il sottufficiale dei
carabinieri che nel luglio scorso ha presentato il famoso
memoriale, ndr)ha riferito una serie imponente di
casi, una parte dei quali per percezione diretta,
unaltra per sentito dire», ha riferito il
procuratore militare di Roma Antonino Intelisano davanti
alla Commissione Difesa del Senato. Intelisano ha parlato
anche di altre fonti, di altri testi, di altri memoriali.
Unindagine che si allarga e
che ha già rotto liniziale muro di silenzio.
Dichiara lo stesso Intelisano nelle audizioni: «Ammetto
che vi siano stati dei casi di copertura, di omertà». E
aggiunge: «Non abbiamo mai ricevuto alcuna notizia di
fatti criminosi, reati o episodi analoghi» da parte
della polizia militare. Intelisano dice tuttavia «di
aver ricevuto dallo stesso ministro Andreatta una serie
di notizie, di veline, di informative, che furono
recuperate quando scoppiò lo scandalo».
Cè di più, a livello di
ipotesi investigativa. Le violenze furono frutto di
episodi isolati compiuti da qualche "testa
calda", o furono piuttosto azioni sistematiche e
pianificate? Il sospetto è che, a partire
dallattacco subito dagli italiani al checkpoint
Pasta il 2 luglio 1993 (nel quale persero la vita tre
soldati italiani), si sia innescata unescalation di
violenze come forma di rappresaglia nei confronti dei
somali, che avrebbe coinvolto anche i civili. Nelle
testimonianze raccolte dagli inquirenti si parla di
«raid punitivi» e di «rastrellamenti aggressivi». Nel
Blue book n. 8, che raccoglie gli atti ufficiali
dellOnu sulla Somalia, cè un passaggio che
conferma il deterioramento della situazione dopo il 2
luglio: nel documento 88 si afferma infatti che da quel
momento italiani e pachistani «pattugliano con maggiore
aggressività».
Qual è il quadro delle numerose
inchieste in corso? Le indagini spettano alle Procure
competenti in base al luogo di residenza dei presunti
responsabili. Molti dei fascicoli sono stati inviati a
Livorno: lepisodio delle torture con gli elettrodi
ai genitali e il caso di stupro con il razzo; il
ferimento di sette somali e lomicidio di un ragazzo
di 14 anni; lattacco contro unauto con tre
persone a bordo (tra le quali una donna incinta che ha
perso il bambino); un episodio di violenza carnale di
gruppo. A Milano si indaga sullo stupro e omicidio di un
tredicenne da parte di un ufficiale. A Nola
sullomicidio colposo di un bambino scambiato per un
cinghiale africano. È competente Roma, invece, per la
"strage di Mogadiscio", ossia lesecuzione
dei 17 somali gettati a mare legati e incappucciati, e
per le dichiarazioni del maresciallo Francesco Aloi
sullomicidio di Alpi e Hrovatin. Infine, alla
Procura di Trapani sono state mandate quelle che
riguardano la morte sospetta dellagente del Sismi
Li Causi.
Il maresciallo Aloi scende in
dettagli. I traffici doro, avorio e opere
darte? «I somali venivano addirittura a vendere
allinterno dellambasciata. Era
unattività quotidiana. Il traffico riguardava
soprattutto oro e avorio. Ma sono stati portati in Italia
addirittura i busti e le pietre miliari del viale
imperiale di Mogadiscio, che pesano diversi quintali.
Come potevano essere accusati i militari di leva per
lacquisto di una zanna, quando cera chi si
portava via intere casse di roba?».
Capitolo violenze:
«Trasmettevo per competenza le denunce di violenza
sessuale (io ero addetto ad altre mansioni), ma dei miei
rapporti non cè traccia», afferma Aloi. «Ad
alcuni episodi di violenza ho assistito. Non si trattava
di prostitute, erano per lo più donne che lavoravano al
campo e che subivano il ricatto di accondiscendere o
essere cacciate. In ogni campo degli italiani cera
l"angolo dello stupro", un luogo dove
avvenivano le violenze. Ilaria Alpi sapeva: una sera mi
ha portato a vedere un episodio di stupro. Lei ha
scattato anche delle foto con una piccola macchina
fotografica che avevamo comprato insieme (una piccola
macchina fotografica risulta fra gli oggetti scomparsi
dal bagaglio della giornalista, ndr)». Le
esecuzioni sommarie: «Lepisodio dei 17 buttati a
mare è solo uno di quelli a conoscenza dei magistrati. E
non cè solo la mia testimonianza». Il checkpoint
Pasta: «Il giorno precedente la battaglia fu violentata
e uccisa una donna del clan di Aidid. Molti lo sapevano.
Avevamo paura. Ma i nostri comandanti non potevano
spiegare le ragioni per cui era inopportuno quel giorno
compiere il rastrellamento».
Un altro dei testimoni che hanno
deposto davanti a Intelisano ci ha confermato che correva
voce di uno stupro avvenuto il primo luglio. E ha parlato
di «rastrellamenti aggressivi» nonché di traffici che
avvenivano quotidianamente. Ha chiesto, però, di
mantenere lanonimato. Quando labbiamo
interpellato era terrorizzato. Ha raccontato della
"terra bruciata" fatta attorno a lui e ad altri
che, sapendo, hanno deposto. I testimoni non si sentono
protetti: lo stesso Aloi ha ripetutamente denunciato una
vera e propria persecuzione subìta fin dai primi
tentativi di rivelare quanto a sua conoscenza.
Il fatto più grave è accaduto il
16 ottobre scorso: mentre veniva trasportato
allospedale in seguito a un malore, è stato
costretto a recarsi alla stazione dei carabinieri, dove
una sua perdita di conoscenza è stata scambiata per
«crisi da calunnia». Aloi è stato ricoverato in
rianimazione solo due ore dopo. Il maresciallo ha
denunciato i presenti a quellinterrogatorio, ovvero
due magistrati di Pisa e otto carabinieri della compagnia
di San Miniato (Firenze). «La mia denuncia non ha ancora
avuto alcun seguito», commenta Aloi.
Luciano Scalettari
Segue: «Ma noi raccontiamo la verità»
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