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EDITORIALE


IL TRASFORMISMO DEI MODERATI
ULTIMA SCOPERTA DI COSSIGA

   

   Famiglia Cristiana n.8 del 4-3-1998 - Home Page Con la nascita dell’Unione democratica per la Repubblica, il centro si arricchisce di un nuovo soggetto politico che frantuma ulteriormente la rappresentanza cattolica e rende ancor più inconsistente l’opposizione alle sinistre e al Governo.

Questo armeggìo sempre più sferragliante nel moderatismo politico italiano sembra la reincarnazione di un fenomeno tipico dell’Italia di un secolo fa: il Trasformismo (scritto con la maiuscola acquista una dignità di analisi storica che non dispiacerà soprattutto al colto ex presidente Francesco Cossiga, che di quell’armeggìo è oggi la stella polare). Trasformismo fu il termine che fece irruzione nella politica parlamentare italiana negli anni Ottanta del secolo scorso, in particolare sotto i Governi della sinistra di Agostino Depretis, per definirne la spregiudicata tattica di controllo e di conservazione del consenso parlamentare.

Contro il suo uso a fini polemici e dispregiativi, tuttora corrente, si levò la parola di Benedetto Croce, che, nella sua Storia d’Italia dal 1871 al 1915, lo difese con un argomento concettualmente forte: il passaggio di singoli parlamentari, o di interi gruppi, dalla destra alla sinistra, era lo scotto necessario alla vita di Governi che pure stavano trasformando il Paese, lo modernizzavano, lo portavano "in Europa", come si direbbe oggi, e non avevano altro strumento che l’acquisizione e il mantenimento con qualsiasi mezzo (corruzione e intimidazione comprese) della maggioranza parlamentare. Del resto, ciò era necessario anche per sottrarre la nuova Italia agli incipienti scontri sociali che altrove stavano facendo le prove dei grandi sconvolgimenti del secolo successivo.

Gli storici fanno anche un’altra osservazione: quel Trasformismo, in quel momento, era considerato dai suoi protagonisti l’unico mezzo per "cristallizzare" un partito moderato che cogliesse e unisse il meglio dell’austera tradizione della destra storica e delle aspirazioni della sinistra al progresso sociale e alla democrazia. A ben guardare, è quanto si vorrebbe anche oggi: che nascesse, fra centrosinistra e centrodestra, un forte movimento politico sicuramente democratico che sapesse coniugare senza discontinuità di metodi e tempi il "rigore" nel risanamento finanziario e la ricerca di strumenti, capitali e progetti in grado di rilanciare lo sviluppo.

Questo argomento è oggi al centro di agitate discussioni all’interno dell’Ulivo (fino a far scrivere di una divergenza di opinioni fra Prodi e il suo superministro dell’Economia Ciampi, con D’Alema arbitro preoccupatissimo di un dibattito che rischia di travolgere le speranze della sua "Cosa 2") mentre non se ne vede traccia nel Polo. Ma la colpa non è dell’Ulivo. E qui sta la differenza fra il Trasformismo che un liberale come Benedetto Croce poteva in certa misura giustificare, e il trasformismo (con la minuscola) che oggi sembra agitare le acque del Polo.

Almeno a giudicare dalle cronache di queste ultime settimane, si direbbe che l’unica ragione che ha spinto all’ennesima scissione nella diaspora democristiana i cattolici del Polo, finora distinti nel Ccd e nel Cdu, ma fedeli alleati di Berlusconi, è il convincimento che il centrodestra, com’è strutturato adesso, non ha più in sé nessuna possibilità di vincere la competizione con l’Ulivo e tornare al governo del Paese. Questa è almeno la tesi di Buttiglione, segretario del Cdu, condivisa da Cossiga. Il quale ci aggiunge, di suo, la ben nota, sarcastica vivacità di linguaggio e il disinteresse personale: il Potere lui lo ha già avuto e usato, fino al vertice.

Giusto o sbagliato che sia, questo convincimento può diventare la classica profezia che si avvera da sola. Il Polo potrebbe anche essere tuttora una formazione vincente, ma se lo si dilania scompaginando i gruppi parlamentari che lo formano, dislocandone alcuni, in tutto o in parte, fuori della leadership di Berlusconi e della sua alleanza con Fini, si accelera la sua distruzione e comunque si accentua la sua inefficacia come strumento di opposizione in un sistema bipolare dell’alternanza.

Ciò che sgomenta molte persone, che non seguono con particolare interesse le quotidiane vicende della politica, è l’evidente assenza, nella gestazione, nella nascita e nel battesimo della formazione inventata da Cossiga, l’Unione dei democratici per la Repubblica, di una qualsiasi indicazione di merito nei programmi e nelle idee.

Si dirà che è troppo presto per parlare di questo: il neonato va ancora allattato al seno materno, non tollera ancora cibi più sostanziosi. Ma il personale politico che già vi ha aderito, o mostra di averne l’intenzione, è quanto di meno omogeneo culturalmente si potrebbe immaginare: che cosa unisca cattolici e laici, Mastella e Scognamiglio, Buttiglione, Segni e Cicchitto, e così via, per ora nessuno lo sa. Che cosa poi raccolga tutte queste persone di provenienze così diverse attorno a Cossiga, la cui carriera politica è tutta compresa nell’arco che va dalla sinistra di Base democristiana al pensiero liberal-democratico, è un altro mistero (gaudioso?) della vicenda.

La risposta che viene data è che l’Unione nasce dal comune rifiuto di adattarsi al risorgente egemonismo comunista del Pds, a cui l’Udr dichiara di voler essere alternativo (non altrettanto si dice nei confronti di Prodi). Rifiuto "obbligato", secondo Cossiga, dalla rinuncia di Berlusconi e Fini al proprio anticomunismo, come dimostrerebbe l’intesa con D’Alema sulle riforme. Comunque sia, resta il fatto che di cose serie si parla dall’altra parte – magari litigando, e sotto il ricatto di Rifondazione – mentre nel centrodestra si disputa – almeno in apparenza – su chi sia il più anticomunista. Ma alla gente importa?

   Beppe Del Colle

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