Periodici San Paolo - Home Page  
  don Leonardo Zega  

    
Colloqui col padre
  

   Famiglia Cristiana n.8 del 4-3-1998 - Home Page IL MEDICO E IL MALATO
un rapporto da riscoprire

Un lettore, medico psichiatra, riflette con noi sui modi in cui si affronta oggi la malattia e sulla crescente "disumanizzazione" delle cure prestate.

Sono un medico, mi occupo di psichiatria e da anni leggo Famiglia Cristiana. A dire il vero, per ragioni di tempo, spesso riesco a leggere soltanto i suoi "colloqui" ai quali non rinuncio per nulla al mondo. Le scrivo per fare una riflessione sulla risposta che ha dato alle lettere pubblicate sul n. 49/97 e raccolte sotto un titolo che sintetizzava assai bene la sostanza del discorso, sul quale sono perfettamente d’accordo: "Accanto al malato, meno tecnica e più umanità". Anzi, a questo proposito le allego uno schema di "esame di coscienza" che ho stilato per me e per i miei collaboratori molto prima del suo intervento.

Come psichiatra e come cristiano, mi rendo conto ogni giorno di quanto il mondo della medicina si occupi sempre più della malattia e sempre meno del malato, facendo riferimento a parametri bioumorali e a sofisticate indagini strumentali piuttosto che all’ascolto dei sintomi, dei malesseri e dei problemi personali del malato che sta curando.

In questo clima, fare opera di sensibilizzazione perché si impari ad accettare dalla vita – e anche dal servizio sanitario – non solo le cose belle ma anche le difficoltà e le sconfitte, che si accompagnano sempre alle vicende della vita umana, mi sembra sommamente necessario e meritorio, e la invito a continuare a farlo anche attraverso la sua rivista e la sua "preziosa" pagina settimanale. Per il bene di tutti noi, che abbiamo bisogno di guida sicura e di orientamenti sereni e non di strepito e clamori di piazza, come ahimé ci è dato di costatare quasi ogni giorno, anche su argomenti così seri come la cura della salute, la malattia e la morte.

Dottor Luigi Trabucchi
   

Quanto sopra è solo una parte della lettera inviata dal dottor Luigi Trabucchi, che ringrazio, anche a nome dei lettori, per l’impegno di riflessione che si è assunto su un tema così importante, e per avercene fatti partecipi. La mia non sarà dunque una "risposta" vera e propria, ma piuttosto una "lettura ragionata" delle considerazioni che il dottore fa, a partire dalla "premessa" che ho collocato in testa alla pagina, a mo’ di lettera della settimana.

«Conseguenza di questo atteggiamento», e cioè dell’insufficiente attenzione al malato, prosegue il nostro dottore, «può essere l’accanimento terapeutico, che diventa negativo soprattutto nella fase terminale dell’esistenza, impedendo di "vivere" pienamente quei momenti solenni, nella relazione familiare e spirituale. Tuttavia, senza nulla togliere alla responsabilità di ognuno, devo spezzare una lancia in favore dei colleghi medici e della medicina ospedaliera in particolare. Molto spesso l’accanimento non è una loro scelta, ma l’imposizione della cultura dominante. Oggi non è più possibile star male, essere ammalati e tanto meno morire. Siamo abituati a vivere l’ospedale, e più in generale la medicina, come tutte le realtà che ci circondano, all’insegna dell’efficienza: oggi tutto è ritenuto possibile; tutti esigono un servizio ineccepibile e risultati certi perché la "tecnica" lo consentirebbe; non si ammettono errori e fallimenti».

Con una mentalità del genere, purtroppo assai diffusa (che diventa ancor più tiranna quando il paziente "paga di suo" e non si affida al servizio sanitario nazionale), il medico non può dire – spiega ancora il dottor Trabucchi – che «non c’è più nulla da fare; che i costi supererebbero di gran lunga i benefici, sia per il paziente sia per la comunità nazionale; che l’accanimento pregiudica la qualità della vita e toglie dignità alla stessa morte».

Nulla di tutto questo. Il medico «deve operare sempre al massimo delle possibilità tecniche, privilegiando la scienza alla coscienza. Si lavora con lo spauracchio di una denuncia per omissione, per non aver tentato abbastanza per salvare quella vita; si teme più il Procuratore della Repubblica che la propria coscienza e il buon senso. Anche chi, come me che faccio lo psichiatra, non ha dimestichezza con malattie terminali, può sperimentare ogni giorno la richiesta del paziente e dei parenti di "star bene come tutti". Anch’io mi sento rivolgere domande del tipo: "Guarirà? Potrà riprendere a lavorare? Tornerà normale?". Domande che assomigliano molto a quelle che possiamo rivolgere al meccanico quando gli portiamo l’automobile incidentata: "Si può aggiustare? Funzionerà di nuovo? Tornerà come prima?".

«A parte ogni considerazione sul concetto di "normalità", non possiamo considerare l’uomo una macchina e la malattia un guasto, sempre e comunque "riparabile". In una cultura efficientista e produttivistica, appare invece impossibile che qualcosa "non si aggiusti" e si tende a incolpare il medico che "non sa aggiustare". È impensabile che il problema non si possa risolvere: non si può morire, e men che meno in ospedale».

E ancora: «Talvolta, specie in psichiatria, si preferisce delegare al medico il compito di trovare una soluzione, piuttosto che guardarsi dentro e capire che quel che non funziona non deriva da una malattia del corpo, ma da un disagio esistenziale, da difficoltà nelle relazioni familiari e sociali, da un male morale. C’è un atteggiamento del tipo: "Io ti porto l’oggetto rotto-malato, tu aggiustalo-guariscilo e non preoccuparti del modo in cui io lo utilizzo". Ovviamente, poiché il problema di fondo non si risolve, la malattia-guasto non si guarisce-ripara. La colpa però è del medico "incapace", quindi si cambia officina e, se ben istruiti, si può arrivare alla denuncia».

Nella conclusione, il dottor Trabucchi si rifà, oltre che alla sua esperienza professionale, alla testimonianza di suo padre, medico anch’egli, che aveva fatto del rapporto con il malato la ragione della propria vita.

Racconta il figlio: «Nei suoi ultimi anni (ha lavorato fino alla fine, nonostante i gravi attacchi di asma che lo affliggevano) ripeteva spesso che lui aveva sempre considerato "solenne" il momento del trapasso e, come tale, permeato dalla preghiera; ma ricordava anche come, nei fatti, prevalesse l’impulso, umano e concreto, alla sopravvivenza; l’invocazione "aria, aria; ossigeno, ossigeno" era assai più frequente rispetto a preoccupazioni di ordine spirituale».

La buona morte, dopo tutto, resta una grazia di Dio, la più grande che ci possa essere donata e va chiesta ogni giorno, "apparecchiandovisi" però – per dirla con sant’Alfonso de’ Liguori – con una "buona vita".

d.l.
   

L’esame di coscienza del medico
    
Ecco lo schema per un possibile e auspicabile "esame di coscienza" stilato dal dottor Trabucchi per sé e per i suoi collaboratori.

Verso i miei compiti: Ho svolto i miei compiti con diligenza, attenzione e coscienza? Ho dato importanza ad ogni piccolo compito, consapevole che ogni ruolo è importante? Ho finito tutto o ho trascurato e rimandato qualcosa?

Verso le persone che sono affidate alle mie cure: Ho servito il regolamento o la persona malata? Ho lavorato con professionalità e umanità o con tecnica e in modo automatico? Ho evitato l’apatia, la fretta, la scortesia, il paternalismo, la familiarità non rispettosa, la rigidità? Sono stato comprensivo, paziente ed empatico? Le mie parole sono state cortesi e rispettose dell’ospite e della sua privacy? E il mio tono di voce, i miei gesti? Sono stato attento, sollecito ed esaustivo nel rispondere alle richieste che mi venivano poste? Ho rispettato la discrezione sulle notizie che ho avuto, senza fare pettegolezzi e commenti?

Verso i colleghi: Ho avuto rispetto verso i superiori, i compagni e, in particolare, verso chi dipende da me? Sono stato sollecito nel rispondere alle richieste di collaborazione? Ho cercato di creare un clima positivo nell’ambiente di lavoro? Ho "mugugnato" o sono stato costruttivo nelle proposte per risolvere i problemi?

   Famiglia Cristiana n.8 del 4-3-1998 - Home Page