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INCHIESTA

«VINCA LA FORZA DELLA RAGIONE» Parla monsignor Martino,
osservatore della Santa Sede presso l’Onu

di ALBERTO CHIARA
    

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page «Partecipiamo attivamente alla vita della comunità internazionale per il bene comune degli Stati», dice il vescovo. «Le nostre sconfitte? Le guerre».

New York, gennaio

Il suo lavoro è al tempo stesso vocazione e scommessa: deve infatti conciliare l’imperativo evangelico della franchezza («il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», Matteo 5,37) con il fare felpato della diplomazia che, per esprimersi, ricorre talvolta a oblique allusioni, parole mute, assordanti silenzi.

Dal 1986 monsignor Renato Raffaele Martino, un salernitano di 65 anni, è osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. Per la Chiesa è arcivescovo e nunzio apostolico; per i rappresentanti dei 185 Paesi membri dell’Onu è voce applaudita o mal tollerata, cercata o fuggita a seconda dei casi. Ma da tutti presa in considerazione.

  • La Santa Sede al Palazzo di vetro: perché?

«Rispondo con le parole pronunciate da Giovanni Paolo II il 5 ottobre 1995, di fronte all’Assemblea generale dell’Onu: "In forza della missione specificatamente spirituale che la rende sollecita del bene integrale di ogni essere umano, la Santa Sede è stata sin dagli inizi una convinta sostenitrice degli ideali e degli scopi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite"».

«La Santa Sede», prosegue monsignor Martino, «offre guida e direzione morale non solo affermando princìpi, ma anche partecipando, con pieno diritto, alla vita della comunità internazionale, lavorando per la soluzione dei problemi, collaborando efficacemente nel servizio degli interessi comuni a tutti gli Stati. Un altro Papa, Paolo VI, intervenendo il 4 ottobre 1965 all’Assemblea generale, sottolineò l’importante ruolo delle Nazioni Unite che, disse, rappresentano il cammino obbligato della civiltà moderna e della pace mondiale. Ecco: all’Onu, la Santa Sede prende volentieri il suo posto per combattere le ragioni della forza con la forza della ragione. Non si dimentichi che, purtroppo, nei primi cinquant’anni di vita dell’Onu, ovvero tra il 1945 e il 1995, l’umanità ha avuto solo sessanta giorni di completa pace».

  • La Santa Sede ha lo statuto di Osservatore permanente e non quello di membro effettivo con diritto di voto...

«Ciò accade dal ’64 ed è una precisa scelta della Santa Sede, che desidera mantenersi neutrale riguardo a problemi di varia natura. Una partecipazione come Stato membro la coinvolgerebbe direttamente in questioni politiche, militari, economiche, commerciali».

  • Come lavorate, concretamente?

«La nostra missione a New York è composta da otto persone e si avvale della collaborazione, a ogni livello, di tanti volontari, religiosi e laici, provenienti dagli Usa e da altri Paesi, esperti in diversi campi».

  • Cosa fate?

«Studiamo i numerosi documenti pubblicati dalle Nazioni Unite e seguiamo le riunioni dell’Assemblea generale e delle sue commissioni, nonché le crescenti attività del Consiglio di sicurezza e delle Agenzie dell’Onu. La nostra missione, inoltre, partecipa ai processi preparatori dei grandi incontri internazionali come ad esempio la Conferenza mondiale sui diritti umani (Vienna, 1993), quella su popolazione e sviluppo (Il Cairo, 1994), quella sulle donne (Pechino, 1995). Dal 14 ottobre ’97 ad oggi, per limitarci ai lavori della cinquantaduesima sessione dell’Assemblea generale, tuttora in corso, ho fatto dodici interventi, in aula o in commissione, esprimendo il punto di vista della Santa Sede su temi cruciali e delicati come il disarmo (quel discorso è stato ripreso, analizzato e discusso dalla Camera dei Lord, a Londra, il 17 dicembre ’97, ndr), l’assistenza ai profughi e ai rifugiati, lo sviluppo, il debito estero dei Paesi del Terzo Mondo, la promozione e la difesa dei diritti dei bambini, la libertà religiosa. Talvolta siamo costretti ad alzare la voce in difesa di chi voce non ha: così quando s’è cercato di spacciare in documenti ufficiali l’aborto come diritto della donna».

  • Quali sono le sconfitte che considerate più brucianti della vostra attività diplomatica?

«Giudichiamo una sconfitta, non solo nostra, ma dell’intera umanità, l’interruzione del dialogo e lo scoppio di un conflitto. Ovunque accada, chiunque sia protagonista. Come Chiesa, primo fra tutti il Papa, ci si è impegnati a fondo per evitare la guerra nel Golfo Persico; ho fatto quello che potevo con l’allora segretario generale Perez de Cuellar, ma la notte del 17 gennaio ’91 sono cominciate le ostilità. La Santa Sede, poi, ha più volte condannato le sanzioni economiche imposte contro Cuba, Libia, Iran, Irak, Jugoslavia, che hanno colpito e continuano a colpire, laddove sono mantenute, gente inerme. Ancora qualche giorno fa, il 10 gennaio, nel suo discorso ai diplomatici accreditati in Vaticano, il Papa ha stigmatizzato lo spietato embargo cui è sottoposto il popolo iracheno, vittima di un isolamento che lo pone in condizioni di sopravvivenza aleatorie».

  • Riforma dell’Onu: cosa ne pensa?

«Non ho nulla da dire in proposito. La Santa Sede, in qualità di Osservatore permanente, non vuole interferire in un processo su cui hanno titolo di pronunciarsi i 185 Paesi membri. Reputo comunque di stretta attualità le parole con cui il Papa concluse il già citato discorso al Palazzo di vetro, il 5 ottobre ’95: "L’Onu ha il compito storico, forse epocale, di favorire un salto di qualità della vita internazionale, non solo fungendo da centro di efficace mediazione per la soluzione dei conflitti, ma anche promuovendo quei valori, quegli atteggiamenti e quelle concrete iniziative di solidarietà che si rivelano capaci di elevare i rapporti tra le nazioni dal livello organizzativo a quello, per così dire, organico, dalla semplice esistenza con all’esistenza per gli altri, in un fecondo scambio di doni, vantaggioso innanzitutto per le nazioni più deboli, ma in definitiva foriero di benessere per tutti. È l’ora di una nuova speranza che ci chiede di togliere l’ipoteca paralizzante del cinismo dal futuro della politica e della vita degli uomini"».

Alberto Chiara
   

Dini: 50 anni e li dimostra
   

«Nessuna struttura, più del Consiglio di sicurezza, riflette il mondo di ieri. Il suo necessario, nuovo ampliamento deve basarsi su una più equa rappresentatività che tenga conto dell’evoluzione politica ed economica verificatasi nel mondo negli ultimi cinquant’anni».

Lamberto Dini ribadisce con forza i concetti che ispirano l’attività della nostra diplomazia. Incontriamo il ministro degli Esteri all’indomani di un suo colloquio con il segretario di Stato americano, Madeleine Albright.

  • Gli Usa serbano rancore all’Italia per la sua posizione?

«No. Ci sono interessi contrapposti. Ma nessun rancore. C’è, anzi, comprensione».

  • Tra i nostri maggiori partner europei c’è più stupore o irritazione?

«Non saprei… Direi nessuno dei due…».

  • Sono sorpresi dalla determinazione italiana?

«Forse. Quella che si sta muovendo è una nuova Italia, più forte, politicamente più stabile, dunque più credibile. La nostra azione è comunque condivisa da tanti Paesi. Abbiamo bloccato un colpo di mano e abbiamo avanzato una proposta ragionevole. Anche se qualcuno la pensa diversamente, non si può riformare radicalmente il Consiglio di sicurezza senza il consenso dei due terzi dei Paesi membri. Questa riforma, poi, deve ispirarsi a criteri di democraticità e trasparenza: l’Italia propone l’aumento dei soli membri non permanenti perché siano rappresentate più e meglio le varie aree del mondo».

a.ch.

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