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INCHIESTA

CAMBIAMO L’ONU PER SALVARLA
Passato, presente e futuro
delle Nazioni Unite

di ALBERTO CHIARA
    

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page

Da oltre cinquant’anni veglia sul mondo, nel tentativo di evitare lo scoppio di nuove guerre, promuovere la pace sociale e migliorare le condizioni di vita dell’umanità. Ma oggi l’Organizzazione delle Nazioni Unite scopre di non essere più al passo dei tempi. E cerca di migliorare, non senza polemiche.

New York, gennaio

È litigioso e un po’ pettegolo, come molti condomìni. Da oltre mezzo secolo, per le decisioni che contano, i grandi e i piccoli della Terra si danno appuntamento a Manhattan, tra la Quarantaduesima e la Quarantottesima strada, non lontano dalle acque dell’East River.

Lì, su terreni donati nel 1946 dalla famiglia Rockefeller, sorgono gli edifici che compongono il quartier generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, una caotica quanto creativa e determinante babele di lingue, razze, culture, problemi, sogni, frustrazioni.

Adesso questo originalissimo "condominio mondo" ha deciso di voltare pagina. Quiet revolution, "rivoluzione tranquilla", l’ha definita l’attuale segretario generale dell’Onu, il ghanese Kofi Annan. In realtà è poco meno di un terremoto. «L’Organizzazione non sta lavorando come dovrebbe», ha ammesso di recente Annan.

In cinquanta e più anni di vita, l’Onu ha collezionato tanti, innegabili successi. «Colonialismo e apartheid sono scomparsi», ha ricordato con legittimo orgoglio Annan. «Abbiamo agito per costruire o ripristinare la pace in tutti gli angoli del pianeta; ci siamo mossi con decisione al fine di promuovere il progresso sociale, la democrazia, il diritto internazionale; ci siamo attivati allo scopo di migliorare gli standard di vita: oggi, il mondo ha al proprio servizio un’Organizzazione con un comprovato record di conquiste e uno Statuto di grande validità, ma...».

Già. C’è un "ma". «Nelle occasioni in cui avremmo dovuto essere agili e flessibili, siamo stati spesso troppo burocratici; le nostre molteplici strutture hanno talvolta lavorato coordinandosi poco o nulla tra loro», ha precisato Annan, non senza franchezza.

In poche parole: «L’Onu è stata lenta nel recepire i cambiamenti della realtà geopolitica», spiega il segretario generale. Adeguare il Palazzo di vetro ai nuovi assetti economico-strategici formatisi dal 1989 in poi senza tradire i princìpi originari: ecco la scommessa per il futuro.

La dizione "Nazioni Unite" venne coniata dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt e comparve per la prima volta in una dichiarazione ufficiale datata primo gennaio 1942.

L’Onu nacque dalle ceneri sociali, morali ed economiche che il secondo conflitto mondiale lasciò in eredità ai sopravvissuti. La Carta che ne illustra vocazione e obiettivi fu approvata dai cinquanta Stati che parteciparono alla Conferenza internazionale di San Francisco, dal 25 aprile al 26 giugno 1945. Subito dopo si aggiunse la Polonia.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite cominciò ufficialmente a vivere il 24 ottobre 1945, allorché il testo redatto e firmato a San Francisco venne ratificato da Usa, Urss, Francia, Gran Bretagna e dalla maggioranza degli altri Paesi fondatori. Nel 1955, l’Onu contava 76 Stati membri; nel 1965, 118; nel 1975, 143. Adesso, sono 185 in tutto.

Gli organi principali erano e rimangono l’Assemblea generale, dove il voto della Cina (quasi un miliardo e mezzo di persone) conta tanto quanto quello espresso dalle isole Palau (17 mila abitanti), il Consiglio di sicurezza, il Consiglio economico e sociale, la Corte internazionale di giustizia (che ha sede all’Aia, in Olanda), il Segretariato generale. Per il resto, il "sistema" delle Nazioni Unite è un vasto universo che s’è via via arricchito di organismi attivi nei più diversi campi. Solo nell’ambito dello sviluppo e della cooperazione internazionale operano attualmente 14 agenzie specializzate, dalla Fao all’Unesco, all’Organizzazione mondiale della sanità.

L’insieme è un intricato dedalo di poteri e competenze. Che divora soldi. Il budget regolare dell’Onu (1,3 miliardi di dollari nel 1996), viene pagato dagli Stati membri (o meglio: dovrebbe essere pagato, visto che tante nazioni staccano in ritardo gli assegni, Stati Uniti in testa) attraverso contributi obbligatori. La maggior parte dei programmi specifici, missioni di pace comprese, è invece finanziata tramite versamenti volontari.

«Dobbiamo rivedere le modalità di finanziamento per porre fine al cronico pericolo di bancarotta con il quale l’Onu si trova a convivere; dobbiamo razionalizzare gli interventi; dobbiamo tagliare gli organici e dunque i costi»: Kofi Annan è stato perentorio nel tracciare la rotta.

Qualche esempio? «Stiamo eliminando mille cariche; tre dipartimenti economici sono stati raggruppati in uno solo e forse è giunto il momento di esaminare una per una le varie Agenzie specializzate, ciò che fanno, la loro reale utilità».

I Paesi che finanziano l'Onu.

Qualche robusta potatura è in realtà già stata fatta. Il Segretariato generale ha chiuso il 1997 con 9 mila dipendenti; erano più di 14 mila nel ’95. Il vento di riforma che soffia sull’Onu non poteva risparmiare il Consiglio di sicurezza, chiamato a risolvere le controversie tra gli Stati tentando mediazioni diplomatiche o decidendo sanzioni, invii di caschi blu, cessate-il-fuoco. Sin dalla sua costituzione (1945), i membri permanenti del Consiglio di sicurezza sono cinque: Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna. Un loro "no" blocca qualunque scelta: è il cosiddetto diritto di veto. Ad essi si affiancano membri non permanenti (sei, dal 1945 al 1965; dieci, dal 1965 in qua), eletti a rotazione ogni due anni dall’Assemblea generale.

Per cambiare la fisionomia del Consiglio di sicurezza, nel 1993 è stata istituita un’apposita commissione che tornerà a riunirsi il 3 febbraio prossimo.

«Il problema è delicato. Si confrontano diverse soluzioni», sintetizza l’ambasciatore italiano all’Onu Francesco Paolo Fulci. «Un primo progetto prevede cinque nuovi seggi permanenti senza diritto di veto (due per i Paesi industrializzati e uno ciascuno per i Paesi in via di sviluppo di Africa, Asia, America latina e Caraibi), nonché quattro nuovi seggi non permanenti da assegnare ai tre gruppi geografici predetti e a quello dell’Europa orientale».

Germania e Giappone vogliono diventare membri permanenti, l’hanno detto chiaro e tondo. La Germania, convinta di avere già in tasca la promozione, ha costruito per la sua missione diplomatica all’Onu un nuovo grattacielo in Manhattan, degno della sua ritrovata potenza. L’edificio sarà inaugurato tra qualche mese. Per gli altri tre posti da membro permanente si sono autocandidati Nigeria, India e Brasile, subito osteggiati da Egitto, Pakistan e Argentina.

«A noi però questa ipotesi non garba», taglia corto Fulci. «Come non ci garba quella avanzata dall’ambasciatore americano all’Onu, Bill Richardson, che suggerisce di istituire soltanto cinque-sei nuovi seggi, due dei quali – permanenti – andrebbero a Germania e Giappone, mentre altri tre sarebbero da attribuire a rotazione (ma allora che razza di membri permanenti sarebbero?) scegliendo all’interno di rose di tre candidati ciascuno per Africa, Asia, America latina e Caraibi; un seggio non permanente potrebbe andare all’Europa orientale».

Il perché di un rifiuto così netto è presto spiegato. «L’Italia sarebbe ingiustamente penalizzata», osserva il nostro ambasciatore. «Siamo membri fondatori della Nato e dell’Unione europea; siamo stati ammessi all’Onu nel 1955, prima di Germania (1973) e Giappone (1956); abbiamo partecipato con forze consistenti alle sempre più numerose missioni di pace (circa cinquanta soldati ed altrettanti civili italiani sono morti sotto la bandiera dell’Onu); la solida posizione economica del nostro Paese, diventato il quinto maggior produttore mondiale di ricchezza, si riflette nella graduatoria dei maggiori contribuenti al bilancio ordinario dell’Onu. Nel 1998 siamo quinti».

Sul finire del 1997, l’Italia ha già vinto insieme ad altri Paesi un’importante battaglia procedurale. La riforma del Consiglio di sicurezza non si potrà fare accontentandosi dei soli due terzi dei Paesi presenti e votanti (un’idea cara a Usa, Germania e Giappone), ma dovrà avere sin dalle prime mosse il consenso di 124 Stati, che rappresentano i due terzi dei Paesi membri. La posizione italiana è stata man mano condivisa dai Paesi non allineati e da altri Stati ancora: più di cento in tutto. Il 3 febbraio si passerà alla fase propositiva.

«Noi abbiamo presentato un progetto nel 1993», conclude Fulci. «Non chiediamo un seggio permanente per l’Italia. Ci battiamo affinché il Consiglio di sicurezza non divenga un club ancora più esclusivo, ma sia un organo sempre più trasparente e democratico. Ipotizziamo allora dieci ulteriori nuovi membri non permanenti, eletti ogni due anni tra le trenta nazioni che sostengono i maggiori oneri per il mantenimento della pace e lo sviluppo».

a.c.

Segue: «Vinca la forza della ragione»

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