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La Giornata per la vita

UNA "TASK FORCE" PER I BAMBINI
A Treviso parte un progetto pilota
per i minori traumatizzati da violenze

di ALBERTO LAGGIA
   

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page Si chiamerà "Team d’emergenza" e, con il coordinamento di Telefono Azzurro, interverrà per sostenere i piccoli in difficoltà psicologiche.

Un bambino è appena stato testimone di un grave incidente che ha coinvolto i suoi genitori; oppure ha assistito inorridito a una sparatoria; o ha finalmente avuto il coraggio di telefonare alla Polizia per denunciare gli abusi subìti.

Chi accorrerà all’emergenza per primo? Forse dei vigili, o dei poliziotti o, ancora, medici e infermieri, o solo dei passanti, che, nella comprensibile concitazione dovuta al caso, magari trascurano il fatto che c’è di mezzo un minore che ha subìto un grave trauma.

Quante volte può accadere, insomma, che a un bambino coinvolto in un episodio di violenza non sia prestato un adeguato aiuto e sostegno? Per poter garantire a un minore traumatizzato un primo intervento efficace che ne tuteli la delicata condizione psicologica, Telefono Azzurro, in collaborazione con il ministero degli Interni, ha appena avviato un progetto chiamato "Team d’emergenza", che coinvolgerà subito Treviso, come cittàpilota italiana, ma che è destinato a diffondersi in tutt’Italia.
   

Il gruppo interverrà 24 ore su 24

Il progetto prevede la creazione di un servizio, coordinato da Telefono Azzurro, a cui collaborano Servizi sociali del Comune, Usl, reparti pediatrici, il Tribunale dei minori; dovrà essere in grado di intervenire 24 ore su 24 per offrire una risposta pronta, coordinata a quella delle Forze dell’ordine, ai bambini che siano stati in qualche modo coinvolti in fatti traumatici.

«Il "Team d’emergenza" si ispira a un’analoga esperienza americana, realizzata da Steven Marans, neuropsichiatra infantile e direttore del Child Development Community Policing Program, un progetto attuato congiuntamente dal Dipartimento di Polizia di New Haven (Connecticut) e dal "Centro studi sul bambino" dell’Università di Yale», spiega il professor Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro. «Siamo andati negli Usa a studiare da vicino le risposte ideate in un Paese dove il problema della violenza urbana è drammatico e l’uso delle armi tra i giovani è diffuso».

Qualche cifra: un bambino su cento è stato testimone di una sparatoria o di un accoltellamento prima dei sei anni, secondo una ricerca condotta presso l’Ospedale di Boston. Un’altra indagine, svolta a New Orleans, dice che l’80 per cento dei bambini intervistati è stato testimone di episodi gravi di violenza, il 60 per cento ha visto usare armi, il 40 ha visto un cadavere.

New Haven in particolare è stata scelta come cittàpilota per il suo alto tasso di criminalità: pur non essendo una grande metropoli (140 mila abitanti) è la quinta negli Usa per crimini violenti. Nel 1991 vi sono state denunciate 35 morti per arma da fuoco, 490 aggressioni gravi, 100 violenze sessuali e 1.370 rapine.

«Per far fronte a tanta violenza il professor Marans ha chiesto e ottenuto la collaborazione della Polizia locale; ha iniziato a fornire agli agenti nozioni di psicologia infantile. È stata quindi istituita la nuova figura del "poliziotto di quartiere". Alla fine ne è scaturito un nuovo rapporto tra Forze dell’ordine e cittadini: gli agenti hanno imparato a conoscere l’ambiente in cui operano e a vedere in un bambino ancor prima che un teste o un imputato, un minore che ha bisogno di cure», spiega Caffo.

E i risultati? «Da quando è iniziato il progetto, i poliziotti hanno seguìto oltre mille casi e sempre più famiglie sono state aiutate dal cambiamento di ruolo dei poliziotti che lavorano nei quartieri», commenta il professor Marans: «I bambini si sentono più sicuri e si è registrata una diminuzione del fenomeno delle bande minorili. Anche i bambini coinvolti come attori in atti di violenza hanno diminuito la loro spinta criminale e migliorato il loro rendimento scolastico».
   

La collaborazione del volontariato

Ora lo stesso tipo di collaborazione che ha messo insieme servizi sociali e Polizia nella città americana sarà sperimentato nella realtà della provincia trevigiana, sotto il coordinamento di Telefono Azzurro. Per questo un’équipe comprendente responsabili delle Usl 7, 8 e 9 del territorio di Treviso, dell’assessorato ai Servizi sociali del Comune, medici del Pronto soccorso pediatrico dell’ospedale di Treviso, nonché un magistrato del Tribunale dei minori di Venezia, si è recata nei giorni scorsi negli Usa per conoscere direttamente l’esperienza di New Haven.

«Grazie a questo progetto, che prevede la collaborazione anche del volontariato trevigiano, si potrà così intervenire, non solo alle segnalazioni dirette dei minori, ma a quelle date da tutti gli enti coinvolti», ha spiegato l’assessore ai Servizi sociali di Treviso, Andrea Mescola.

Il progetto, che prevede anche la creazione di un "luogo protetto" dove sarà possibile accogliere per qualche tempo il minore immediatamente dopo l’evento traumatico, diventerà operativo nel prossimo mese di aprile.

Alberto Laggia
   

Un metodo importato dagli Stati Uniti
    

Il "metodo New Haven" è nato nel 1991, da quando il Dipartimento locale di Polizia e il "Centro studi sul bambino" dell’Università di Yale hanno preso coscienza di un problema comune: come affrontare lo sviluppo e la crescita dei bambini esposti a situazioni di violenza. Ne parliamo col suo ideatore, Steven Marans, docente di Psichiatria infantile e direttore del Centro.

  • A quali disturbi e problemi psicologici può andare incontro un bambino oggetto o testimone di un atto violento?

«Tra i sintomi più frequenti si verificano disturbi del sonno, dell’appetito, della capacità di concentrazione, difficoltà nelle relazioni interpersonali e sviluppo di paure che non esistevano prima dell’episodio violento. In alcuni casi, inoltre, può accadere che il soggetto che ha subìto la violenza ne diventi a sua volta attore».

  • Come viene seguìto il minore dopo il primo intervento?

«Di norma telefonicamente. Gli operatori sociali inoltre fanno visita ai bambini a casa, fissano appuntamenti con i minori ricoverati in ospedale e organizzano la psicoterapia qualora si renda necessaria. In certi casi anche la famiglia viene coinvolta nella terapia e comunque quasi sempre i casi vengono seguìti per mesi per verificare i risultati delle cure».

  • Può raccontare un caso che illustri l’efficacia del progetto?

«Si è verificata una sparatoria che aveva come vittima un bambino. Diversi minori erano stati testimoni del fatto. Quando la Polizia è intervenuta è riuscita a comunicare ai bambini e alle loro famiglie una sensazione di sicurezza e protezione. Gli psichiatri hanno aiutato i ragazzi a trasformare in parole le loro esperienze, a riorganizzare i loro pensieri e a ristabilire l’equilibrio turbato. Inoltre, la relazione molto stretta tra Polizia e comunità ha avuto un ruolo molto importante nell’ambito delle indagini e dell’identificazione del colpevole».

  • Le Tv americane trasmettono ogni giorno molte scene e situazioni violente. Quanto è pericolosa questa esposizione per i bambini?

«C’è una notevole differenza tra il vedere una scena violenta in Tv ed essere testimoni di una violenza reale. Sicuramente la televisione americana propone scene e trasmissioni molto violente e questo è un grosso problema. Ma è indubbiamente più grave che i nostri bambini seguano molto la Televisione (anche se i programmi sono scelti dai genitori) piuttosto che passare qualche ora con la famiglia e svolgere attività sociali e di gioco che favoriscano il loro pieno e armonico sviluppo».

A. L.

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