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La Giornata per la vita

PASQUALINO ALLA FINE HA SORRISO Visita al Piccolo Gregge, dove
i Camilliani assistono i malati di Aids

di PINO PIGNATTA
   

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page «Oggi anche questa terribile malattia si può curare», dice padre Gianluigi Valtorta. Ma la medicina più efficace è un’altra e non ha prezzo: è l’amore.

È un pomeriggio triste per il Piccolo Gregge. Se n’è appena andato Alessandro: aveva 31 anni e tanta voglia di vivere. Stava lottando come un leone contro l’Aids e alla fine si è arreso. Ma nonostante questo padre Gianluigi ci accoglie con il sorriso e una stretta di mano sincera.

Vive accanto ai malati 24 ore al giorno: divide con loro il pranzo e la cena, il lavoro e la preghiera. Ha subìto due interventi al cuore e perso entrambi i genitori. Eppure, mai come negli ultimi anni di servizio nella comunità, è orgoglioso e felice di essere prete.

Gianluigi Valtorta, 37 anni, brianzolo, appartiene a un Ordine nato alla fine del Cinquecento per servire i malati negli ospedali e nei lazzaretti: i Camilliani. In Italia sono circa 500, poco più di mille nel mondo, divisi tra sacerdoti e fratelli. Oltre ai tradizionali voti di castità, povertà e obbedienza, ne hanno un quarto: l’obbligo dell’assistenza corporale e spirituale agli infermi, anche a costo della vita.

Ed è quello che fanno padre Gianluigi, fra Valentino e padre Pierpaolo, con dedizione assoluta alla comunità del Piccolo Gregge di Castellanza, in provincia di Varese, che ospita malati di Aids conclamato.

Il centro è nato nel 1993 per rispondere alle esigenze del territorio, che richiedeva strutture con personale specializzato, capaci di accogliere e assistere malati, a volte senza casa o abbandonati dalle famiglie.

Racconta padre Gianluigi: «Erano gli anni in cui esplodeva la malattia: quattromila casi nel ’92, oltre cinquemila nel ’94, quasi seimila nel ’95. Ma non abbiamo scelto l’Aids perché era di moda. Questa è sempre stata la nostra casa, un seminario dell’Ordine. Otto anni fa, quando siamo stati costretti a chiuderlo in parte per mancanza di vocazioni, ci siamo chiesti che cosa farne, come trasformarlo. Non è stato difficile: siamo Camilliani, al centro della nostra vita ci sono i malati, e quelli colpiti dall’Aids erano l’emergenza più grave. Così è nata la comunità: l’abbiamo chiamata Piccolo Gregge perché il nostro fondatore, Camillo De Lellis, definì così i suoi primi compagni di strada».
  

Dietro c’è una famiglia che non ce la fa più

In cinque anni a Castellanza sono stati accolti 103 malati: in maggior parte ragazzi sui 30 anni, maschi e femmine, con un passato spesso legato alla tossicodipendenza. Si avvicinano alla comunità attraverso l’ospedale o i servizi sociali. Di solito dietro c’è una famiglia che non ce la fa più, che si abbandona alla disperazione. Oggi gli ospiti sono una decina: hanno a disposizione cure efficaci, anche se costosissime, che danno risultati concreti: nel 1996 al Piccolo Gregge sono morti 26 ragazzi, nel 1997 undici, meno della metà.

Spiega padre Valtorta: «Molti non lo sanno, ma l’Aids è una malattia curabile. Gli studi più recenti dimostrano che i farmaci consentono di diminuire il rischio di malattia per i sieropositivi, soprattutto se la terapia inizia prima che si manifestino i sintomi. Inoltre, si può curare gran parte delle manifestazioni dell’infezione e allungare la sopravvivenza dei malati di Aids, migliorandone la qualità della vita».

Lo dimostra la felicità di Fiorella, 47 anni. È appena tornata dall’ospedale, dov’è stata ricoverata per una colite. L’aspetta una grande festa e l’abbraccio della comunità.

Al centro di Castellanza le cure più avanzate non mancano. Ma c’è una medicina che non ha prezzo: l’amore e la dedizione di oltre 20 volontari, che una volta la settimana sono al servizio dei malati. E poi c’è Maria Rosa Moia, 48 anni, che dopo 25 anni di lavoro come infermiera in vari ospedali ha abbandonato la professione per dedicarsi a tempo pieno al Piccolo Gregge.

Maria Rosa è schiva, discreta: si nasconde al taccuino e al fotografo. Solo qualche battuta. Racconta: «Da infermiera avevo poche occasioni per dedicarmi a tempo pieno ai malati: difficile andare oltre il freddo rapporto professionale. Qui è diverso: facciamo parte gli uni degli altri, con i ragazzi si condividono crisi, paure, tensioni, gioie, dolori. Certo, dietro la mia scelta c’è una forte motivazione di fede. È scritto nel Vangelo: "Qualsiasi cosa avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatto a me". È quel "l’avrete fatto a me" che mi ha cambiato la vita».

Tra i volontari c’è anche Fredj Suter, 51 anni, primario del reparto Malattie infettive all’ospedale di Busto Arsizio. Dice Maria Rosa: «Un fior di professionista che appena può viene a visitare e segue le terapie. Otto anni fa ha saputo che i Camilliani avevano intenzione di ristrutturare il seminario per farne un centro di assistenza terapeutica e spirituale. Ha voluto conoscerci e da allora segue la comunità come un volontario qualsiasi, con grande umiltà e senso di solidarietà, nonostante i congressi e gli impegni legati alla sua brillante attività».
  

Qui nessuno si tira indietro

Il Piccolo Gregge è anche un centro di accoglienza per piccoli gruppi, che sono accolti a Castellanza per periodi di studio e di ritiro spirituale. Ma l’impegno maggiore è certamente quello con i malati. La giornata dei padri Camilliani inizia alle 6.30 con le Lodi. Alle 7, la messa in una chiesa della città. Poi la colazione in comunità e uno spazio dedicato alla preghiera.

La mattinata è dedicata alle visite mediche e alle pulizie: nessuno si tira indietro, neppure i malati, e chi può dà una mano. Alle 13.30 il pranzo: ovviamente, tutti insieme. Poi il silenzio, che è non soltanto riposo, ma raccoglimento. Alle 19.15 i Vespri, poi la cena. La sera di solito la si passa davanti alla Tv: è l’ora dei confronti, delle confidenze, del dialogo. Spesso è il momento della speranza, qualche volta dell’angoscia.

La scomparsa improvvisa di Alessandro ha scosso la comunità, è dipinta sui volti segnati dal dolore. Confida padre Gianluigi: «Capita che qualcuno muoia disperato. Allora ci sentiamo impotenti, vuoti, privi di energia. Ma il più delle volte accade il contrario: chi muore si riconcilia con la vita. E paradossalmente per noi è ancora più dura, perché qualcosa di te se ne va: è come perdere un dono, provi un sentimento di gratitudine.

«Come nel caso di Pasqualino, 39 anni, uno dei più "tosti": difficile da gestire, non perdeva occasione di seminare zizzania. È stato con noi più di un anno e la malattia è sempre peggiorata. Ma alla fine, quando ha capito che arrivava davvero l’ora dell’addio, è diventato un agnellino. L’ultimo giorno mi ha mandato a chiamare: voleva avere tutti gli amici e i volontari intorno. Ha chiesto scusa e si è acceso una sigaretta. Se ne è andato con un sorriso: il significato del nostro impegno per la vita in fondo è tutto qui».

Pino Pignatta

Segue: Una "task force" per i bambini

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