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La Giornata per la vita

GABRIELE È STATO UN DONO

di RENZO GIACOMELLI
    

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page

Comunicare vita è il titolo del messaggio che i vescovi italiani hanno rivolto ai fedeli in occasione della ventesima Giornata per la vita, che si celebra domenica primo febbraio. Perché la vita è un dono da comunicare, dicono i vescovi, trasmettendola a nuovi esseri umani, ma anche "dicendo vita" là dove tanti vanno "dicendo morte". Dire la vita significa comunicare speranza, anche quando per la speranza pare non esserci più posto. Significative, in questo senso, le storie che abbiamo scelto di raccontare in questo "speciale" dedicato alla Giornata.

La prima è il caso del bimbo nato senza cervello a Torino, i cui genitori hanno scelto la speranza, invece della disperazione, decidendo di portare a termine comunque la gravidanza e – se e quando sarà possibile – di donare i suoi organi. La seconda storia è quella del Piccolo Gregge, la casa di Castellanza dove i religiosi Camilliani curano e assistono i malati di Aids all’ultimo stadio. «Oggi anche questa malattia può essere tenuta sotto controllo», dice padre Gianluigi, «ma la medicina più preziosa è l’amore».

Comunicare vita è dunque comunicare amore. Ma anche comunicare senza stancarsi le ragioni dell’impegno in favore della vita umana nascente: un impegno tanto più importante in questo 1998, ventennale dell’entrata in vigore della legge sull’aborto.

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«Su di noi sono state dette e scritte cose distorte, talvolta addirittura infamanti. Abbiamo voluto far nascere nostro figlio perché sin da subito lo abbiamo amato. La scelta di donare i suoi organi, se e quando Dio lo vorrà, è stata successiva a quella di proseguire la gravidanza».

È sabato sera. I genitori di Gabriele, il bambino nato senza cervello, s’infilano veloci nella canonica della parrocchia Santissima Trinità di Nichelino, nell’hinterland torinese, dove sono di casa. Li accoglie il parroco, don Paolo Gariglio. Arrivano dal Regina Margherita, l’ospedale infantile di Torino, dove il piccolo anencefalico è stato ricoverato. Vita e morte continuano il loro sfibrante girotondo attorno a quella culla. Gabriele respira. La linea verde che anima il monitor traduce in ritmica danza il suo battito cardiaco. Ma tra un minuto, un’ora, un giorno, cosa accadrà?

Gabriele potrebbe essere morto quando il giornale sarà in mano ai lettori... «In ogni caso, Gabriele è il più bel dono che il Signore ci ha fatto», taglia corto il papà. Sandra e Luca (anche noi li chiameremo così, con nomi di fantasia) si sono sposati nell’aprile 1990; hanno una bambina che frequenta la prima elementare. Lei è una casalinga ventiseienne; lui, geometra (lavora in una società che produce calcestruzzo), ha 32 anni. Sono una giovane coppia che si sforza di vivere con serietà il cristianesimo. Seguono i corsi di esercizi spirituali che don Paolo Gariglio e i suoi collaboratori organizzano coinvolgendo a turno più di mille persone all’anno; svolgono attività di volontariato. Sandra, soprattutto, si è occupata di malati terminali di cancro e s’è poi data un gran da fare in oratorio. È socia dell’Aido, l’Associazione italiana dei donatori di organi. Una fede equilibrata e serena, la loro.

Ad aprile si accorgono di aspettare un’altra creatura. «Eravamo contenti», raccontano. «Sprizzavano gioia», conferma il parroco. Il 10 luglio Sandra finisce all’ospedale, in Calabria. «Ero andata a trovare mia sorella. Soffrivo di piccole coliche», afferma. «All’inizio, il ginecologo mi sfotteva bonariamente: "Stai brava. Vuoi sentire il battito cardiaco del tuo bambino? Ecco, ascolta". Riuscì a tranquillizzarmi, per quella sera almeno». L’indomani, un’ecografia rivela il dramma. Gabriele è anencefalico. Cioè non ha cervello. «Mi spiegarono che potevo abortire. D’impeto, risposi no». «Mi chiamò sul tardi mentre ero da un vicino», interviene Luca. «Piangeva. Non capivo. Quando riuscì a raccontarmi tutto, rimasi come stordito. Torna su, ne parliamo, ricordo di averle risposto». Il 12 luglio Sandra è di nuovo in Piemonte. La diagnosi è confermata prima all’ospedale Santa Croce di Moncalieri, quindi alla Clinica ostetrico-ginecologica dell’Università di Torino.

«D’accordo con mio marito ho ribadito che non intendevo interrompere la gravidanza», riprende Sandra. «La nostra scelta è stata sempre capita e rispettata dai medici eccetto la volta in cui una dottoressa mi disse brutalmente: "Ma quale speranza vai coltivando, se hai un figlio senza testa?"». «Dell’eventuale possibilità di donare gli organi di Gabriele cominciammo a parlarne sul finire di agosto», precisa Luca. «A settembre ho vissuto momenti di profondo sconforto», ammette Sandra: «Soffrivo molto dal punto di vista fisico. Cominciavo a sentirlo muovere e mi chiedevo che vita avrebbe vissuto Gabriele. Basta. L’avrei fatta finita. Fissai un appuntamento in ospedale. Io e mio marito pregammo insieme a lungo, in quei giorni. Arrivò la mattina del giorno stabilito. Telefonai: "Proseguo la gravidanza"».

Gabriele è nato grazie a un parto cesareo il 14 gennaio 1998. «Devi vederlo quanto è bello e in carne. Ha la pelle di pesca. Purtroppo non ha mai aperto gli occhi». Ha la sorte segnata, dicono i medici. «Ci auguriamo che viva il più a lungo possibile. Gabriele è un dono di Dio comunque vadano a finire le cose. Ringraziamo tutti coloro che ci sono stati vicini di persona oppure scrivendoci o telefonandoci (tra i tanti, anche i cardinali Giovanni Saldarini ed Ersilio Tonini, ndr). Chiediamo rispetto per il nostro dolore».

«I colleghi interessati hanno agito e agiscono nel pieno rispetto sia della legge sia della deontologia professionale. Si battono per la vita; non sono cinici angeli di morte come sostiene qualcuno», sottolinea Michele Olivetti, presidente dell’Ordine dei medici di Torino e provincia: «L’aver intubato alla nascita il piccolo Gabriele, utilizzando le tecniche disponibili, è stato un atto dovuto per garantirgli la sopravvivenza indipendentemente da qualsiasi progetto futuro di eventuale prelievo di organi».

Dal canto suo, padre Giordano Muraro, teologo domenicano ed esperto di morale, ha parole di approvazione per Sandra e Luca. «Due sposi decidono di avere un figlio. Per amore e con amore. Durante la gravidanza apprendono che il bimbo è anencefalico. Hanno due possibilità: interrompere la gravidanza o portarla a termine», dichiara. «Con coraggio e generosità, loro hanno optato per la vita. Si dirà: "il bimbo è senza cervello". E allora? Bisogna rispettare la vita umana qualunque sia il modo in cui si presenta».

C’è chi accusa i due coniugi di aver considerato il figlio né più né meno che un "contenitore" da cui prelevare degli organi, imputando ai credenti di aver smarrito il senso di rispetto dovuto alle singole persone.

«Dalla conoscenza che abbiamo del caso», afferma padre Muraro, «Sandra e Luca risultano ben consapevoli del fatto che Gabriele, lungi dall’essere un insieme di organi di "ricambio", è una persona unica e irripetibile nel progetto di Dio. Si tenga presente che, più forte dell’egoismo, nella natura di ogni uomo c’è la vocazione all’amore, ovvero a fare della propria vita un dono. Ebbene, mi pare che i genitori di Gabriele abbiano interpretato correttamente la natura del loro piccolo quando hanno pensato che con la sua vita si permette ad altri bimbi di vivere l’esistenza a lui negata».

«I due giovani coniugi hanno agito nella logica dell’amore, cioè nella logica di chi pensa – come insegna Giovanni Paolo II – che "la vita è un dono che si realizza nel donarsi"», conclude padre Giordano Muraro.

Alberto Chiara

Segue: Pasqualino alla fine ha sorriso

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