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  La riforma che cambierà il commercio

«GIÙ LE MANI DALLE BOTTEGHE»

A Bologna i commercianti
del centro storico sono in rivolta

di SIMONETTA PAGNOTTI
   

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page Nel 1989 un’immobiliare ha comprato due antichi palazzi, lasciandoli vuoti. «Avremmo pagato affitti più alti», dicono gli sfrattati, «ma ci hanno respinti».

«Giù le mani dal centro storico». Per difendersi, si sono costituiti in comitato nove anni fa, negozianti, professionisti, semplici cittadini. Il problema l’avevano ben chiaro fin da allora, anche se in questi anni non hanno ottenuto niente. La loro era una vera e propria dichiarazione di guerra a un’immobiliare nata dalla sera alla mattina per comprare in blocco due interi stabili del centro storico di Bologna, messi in vendita dal Credito Romagnolo senza concedere il diritto di prelazione né agli uffici, né ai negozi, né alle famiglie residenti.

Era la fine d’ottobre del 1989. Da allora l’immobiliare Ciosso ha dimostrato di voler percorrere un’unica strada. Svuotare completamente Palazzo Salimbeni e Palazzo Sanmarchi, trasformando in deserto uno degli angoli più tipici del famoso "Quadrilatero", il cuore della Bologna medievale. Raffiche di sfratti hanno cacciato 24 tra famiglie e studi professionali. Poi è toccato ai negozi, ai ristoranti, ai bar e alle botteghe artigiane.

«Nessuno ha mai voluto trattare. Tutti abbiamo offerto affitti anche al di sopra delle tariffe di mercato. Abbiamo sbattuto contro un muro»: Leonardo Centonze, titolare assieme alla moglie di un negozio d’antiquariato in via de’ Musei, è in realtà un insegnante in pensione prestato al commercio. Ha deciso di andare fino in fondo perché non rappresenta solo i piccoli e grandi negozi che si affacciano sulle storiche vie Marchesana e Clavature, ma tutti quelli che hanno a cuore il futuro della loro città.

«Difendere il centro storico impedendo che si trasformi in una orrenda Disneyland significa difendere la memoria e la qualità della vita». In realtà è già molto tardi. Nonostante i comitati di protesta crescano come funghi, la fisionomia del centro storico di Bologna è già cambiata.

Prima sono arrivate le grandi catene delle amburgherie, poi le boutique "griffate" e le banche hanno soppiantato i negozi e le botteghe di tradizione, mentre le famiglie venivano cacciate dal centro dall’espansione a macchia di leopardo dell’università.

Da un’indagine promossa alla fine del ’96 risulta che, in dieci anni, le botteghe del "Quadrilatero" si sono ridotte di un terzo. Di queste, il 60 per cento ha cambiato gestione, il che può significare che una bottiglieria si è trasformata in boutique. Nel resto del centro la situazione è ancora peggiore.

«Non ci siamo ancora chiesti cosa possa significare per noi la nuova legge. Forse domani non ci saremo più», dicono i negozianti. Non è solo la concorrenza degli ipermercati, la chiusura del centro al traffico e la carenza dei parcheggi, che pure hanno fatto la loro parte. «Le "griffe" hanno drogato il mercato. Ci sono negozi che si sono sentiti chiedere trenta milioni al mese d’affitto, siamo a conoscenza di affitti miliardari pagati da firme che aprono vetrine invece di comprare pagine pubblicitarie. Per salvare il centro, bisogna difendere le botteghe».

Per ora l’unica tutela viene dalla Soprintendenza, che ha messo i vincoli ai negozi con più di cinquant’anni di storia, in base alla legge del ’39, salvando vetrine più che centenarie. Poi c’è la legge 15, per la tutela delle attività, ci sono le leggi regionali che bloccano, per esempio, la trasformazione dei negozi in garage. Ma niente vale contro l’ostinata volontà di sfrattare.

La petizione promossa dal comitato del "Quadrilatero" ha già raccolto oltre diecimila firme, il sindaco ha promesso una commissione d’indagine. In novembre, dopo la mediazione del Comune, l’amministratore dell’immobiliare aveva annunciato la sospensione degli sfratti, ripartiti a raffica subito dopo Natale.

Restano interrogativi inquietanti. Perché si è preferito svendere in blocco due stabili di prestigio a due milioni a metro quadro, quando la maggior parte degli inquilini sarebbe stata disposta a pagarli il doppio? Perché chi ha speso 35 miliardi lascia sfitti gli immobili condannandoli al degrado? Quali sono i piani dell’immobiliare? La risposta è probabilmente scontata, ma i cittadini hanno chiesto al sindaco di indagare.

Simonetta Pagnotti

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