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  La riforma che cambierà il commercio

LIBERTÀ DI NEGOZIO

di GIUSEPPE ALTAMORE  
   

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page Il progetto approvato dal Governo sta alimentando le speranze di migliaia di persone, che affollano i competenti uffici comunali per chiedere di aprire nuovi esercizi. Ma l’abolizione delle licenze non significa automaticamente che chiunque lo voglia possa alzare la saracinesca, perché, avvertono gli esperti, non ci si può improvvisare negozianti da un giorno all’altro. Inoltre rimangono irrisolti i vecchi problemi legati al proliferare di supermercati e ipermercati.

«Ho uno spazio libero, vorrei aprire un negozio». «Va bene, signora, ma di che tipo?». «Mah, mi piacerebbe fare la pasta fresca, cucino piuttosto bene...». «Allora deve inviare la domanda all’ufficio protocollo e attendere l’autorizzazione». «Ma non c’è la liberalizzazione?». «No, signora, la riforma deve essere approvata dal Parlamento». «E intanto cosa faccio?». «Per altri esercizi commerciali la liberalizzazione è già in atto». «Beh, allora, forse, potrei provare con una profumeria...».

Siamo al terzo piano degli uffici del Comune di Milano. Davanti allo sportello "autorizzazioni commerciali", stanza 321, c’è la solita fila di commercianti, aspiranti commercianti, ragionieri e amministratori che attendono il loro turno mentre danno un’ultima occhiata ai tanti documenti richiesti da una burocrazia implacabile. «Ho perso il conto delle file che ho dovuto fare», dice Simone Calini, 33 anni, titolare di una cartoleria, «ho atteso mesi prima di ottenere il nulla osta al trasferimento del mio negozio in un’altra zona, ora sono qui perché non si trova più la mia licenza: l’hanno persa».

Il cartolaio alle prese con le rigide norme che disciplinano il commercio con la vecchia legge 426 del 1971 e la signora della "pasta fresca" sono i due volti di un settore che negli ultimi anni ha cambiato pelle. Un settore che è alla faticosa ricerca di una nuova identità e che presto, grazie alla riforma sulla liberalizzazione del commercio, potrebbe essere oggetto di una rivoluzione radicale.

«Nei giorni scorsi un gran numero di improvvisati commercianti si è rivolto al nostro sportello, molti hanno telefonato», racconta Ottavio Isola, direttore della Ripartizione commercio del Comune di Milano. «Ma il commercio non è un’attività che tutti possono svolgere senza esperienza o adeguata preparazione. Molti apprendisti stregoni con questa riforma si butteranno nella mischia e dopo tre mesi al massimo chiuderanno. Già c’è una forte selezione tra i negozi più marginali. Nelle zone periferiche le quotazioni delle licenze sono crollate. Sa quanto costa una salumeria? Ormai possono bastare dieci milioni».Orario di apertura dei negozi in alcuni Paesi europei.

Ma anche se negli ultimi anni hanno chiuso non meno di 250 mila negozi in tutta Italia, 1.300 solo a Milano nel corso del 1997, molti, nonostante i limiti ancora esistenti, per sfuggire alla disoccupazione tentano l’impervia strada del commercio. Sempre a Milano sono state presentate nel ’97 oltre 2.500 domande per ottenere le più svariate autorizzazioni. Al Punto nuova impresa, uno sportello di consulenza per gli aspiranti imprenditori della Camera di commercio, il 38 per cento delle persone che richiede informazioni vuole avviare una nuova attività commerciale. Di questi, il 17,5 per cento desidera aprire un negozio. Mentre il 41,7 per cento vorrebbe avviare un’attività nel terziario, un settore molto affine a quello del commercio. Solo il 6 per cento chiede informazioni per diventare artigiano e addirittura esigua risulta essere la percentuale degli aspiranti agricoltori (2,3 per cento). Il Punto nuova impresa di Milano, che è stato utilizzato da 44 mila persone dal settembre 1994 a oggi, è un piccolo spaccato dei desideri della folta schiera di coloro che vogliono mettersi in proprio puntando sul commercio. Ma tra il sogno e la realtà il divario è incolmabile. Eppure, assicurano al Punto nuova impresa, la percentuale di quelli che realizzano il sogno tocca il 40 per cento.

La riforma del commercio, appena approvata dal Consiglio dei ministri, promette dunque di incoraggiare ulteriormente la voglia d’affari degli italiani grazie all’abolizione delle autorizzazioni e alla riduzione delle tabelle merceologiche da 14 a due: alimentari e non. Ma già dal 1996 è in atto una semiliberalizzazione che ha portato a un drastico abbattimento delle tabelle merceologiche, da 90 a 14. In pratica, sono a "numero chiuso" e sottoposti a vincolo solo gli esercizi di generi alimentari e quelli di abbigliamento. Per il resto l’autorizzazione alla vendita è automatica. Accade così che possano convivere l’una accanto all’altra due o tre cartolerie.

La riforma rischia proprio di esasperare quello che in misura ridotta accade già per alcuni esercizi, coinvolgendo in una feroce concorrenza anche salumieri, panettieri, macellai.

«Tre anni fa ho speso 200 milioni per rilevare la licenza di questa salumeria-gastronomia», racconta Gaetano Dell’Orto, «è giusto che fra qualche tempo un concorrente possa avviare la stessa attività a due passi dal mio negozio e senza spendere una lira?». Sull’azzeramento del valore delle licenze e sulla liberalizzazione totale del mercato le organizzazioni di categoria hanno espresso profonde critiche. Ma con molte differenze tra Confcommercio, rappresentante delle medie e grandi imprese del settore, e Confesercenti, che, pur criticando la riforma, è sostanzialmente d’accordo.

«La vecchia normativa non regge più», dice Marco Venturi, segretario generale della Confesercenti. «Nella riforma ci sono molti punti positivi, ma non si può passare improvvisamente da un sistema antiquato alla deregulation totale. Devono essere introdotti alcuni correttivi, come il vincolo dell’autorizzazione per gli esercizi con una superficie da 150 metri quadrati in su e non 300 come indicato dal Governo. Chiediamo inoltre una gradualità nell’applicazione della legge per salvaguardare il valore delle licenze».

Segnali più bellicosi arrivano dalla Confcommercio, che teme una proliferazione indiscriminata dei piccoli negozi e una penalizzazione della grande distribuzione. «Il rischio», sostiene Sergio Billè, «è il Far West conseguente all’assenza di regole dove ad essere penalizzato è anche il consumatore».

Ma da parte dei consumatori, invece, arrivano pareri favorevoli alla riforma. «Una delle benemerite novità della riforma del commercio», sottolinea l’Unione nazionale consumatori, «è senz’altro il divieto delle aste televisive, alle quali partecipano molti sprovveduti senza sapere che i "compari" dell’astatore telefonano per rialzare artificiosamente il prezzo». Al di là di questo aspetto non del tutto secondario, l’associazione dei consumatori ritiene che la nuova legge sia un passo inevitabile per adeguare la legislazione italiana a quella dei Paesi europei più avanzati.

«Ma questa riforma, se non viene integrata e modificata, è un’occasione mancata», afferma Riccardo Garosci, parlamentare europeo, presidente dell’Intergruppo commercio e distribuzione e relatore del "libro verde" sul commercio in Europa. «Il sistema deve evolversi nel senso della liberalizzazione, ma occorre tener conto della specificità italiana garantendo tutte le forme di distribuzione: sarà poi il consumatore a scegliere. Non è poi affrontato il problema della desertificazione dei centri storici, dove invece bisogna agire favorendo una concertazione tra organizzazioni dei commercianti e Comune. La riforma, inoltre, non affronta il tema della formazione, e curiosamente lascia alle edicole il monopolio della vendita dei giornali».

Il parziale blocco della grande distribuzione è un altro punto controverso della riforma. Secondo i dati di InfoCamere, tra gennaio e settembre 1997 hanno dovuto chiudere 22.549 negozi. E molti sostengono che la causa principale della moria è da attribuire all’eccessiva crescita dei supermercati. «Ma non si può da una parte liberalizzare e dall’altra regolamentare, credendo di arrestare un fenomeno economico», dice Garosci; «piccoli negozi e grande distribuzione offrono servizi molto diversi».

Ma le saracinesche continuano ad abbassarsi per sempre. La regione più colpita dalla chiusura degli esercizi di generi alimentari è la Lombardia, dove tra gennaio e settembre hanno cessato l’attività 1.053 negozi. Milano è ormai una metropoli assediata da una cintura di centri commerciali e ipermercati. E tra qualche mese potrebbe chiudere una delle ultime salumerie del centro storico. Prosciutti e scatolette sono già stati tolti dagli antichi scaffali. Ugo Subbacchi, 70 anni, in via Festa del Perdono dal 1951, attende malinconicamente di abbassare per l’ultima volta la saracinesca. Lo sfratto è in agguato. E gli affitti nel centro sono proibitivi.

Giuseppe Altamore

Segue: I punti principali della riforma

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