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  Dai nostri inviati a Cuba

CINQUE GIORNI DI LIBERTÀ
IL REGALO DI GIOVANNI PAOLO II

di RENZO GIACOMELLI - foto di GIANCARLO GIULIANI / AP
    

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page Il significato più autentico della visita del Papa è nell’incontro commosso con un popolo che reclama il diritto alla verità e alla speranza.

Due giganti del secolo si sono incontrati. Il Papa che ha contribuito al crollo del blocco sovietico si è misurato con Fidel Castro, irriducibile guardiano di un’isola del socialismo reale. C’è del vero in questa rappresentazione della visita di Giovanni Paolo II a Cuba. Ma rischia di essere la rappresentazione d’un incontro tra personaggi-simbolo, mentre l’incontro vero è stato tra il Papa e un popolo sofferente, che reclama il diritto alla speranza e alla verità. Nelle parole dei vescovi e del Pontefice questo reclamo è suonato chiaro (ed è arrivato a tutto il Paese grazie alle "dirette" televisive decise dalle autorità cubane all’ultimo momento). Difficile rendere l’intensità dell’incontro. Tentiamo con la forma del "diario".
  

A carte scoperte

Per l’arrivo del Papa (alle 16 del 21 gennaio) all’aeroporto "José Martí" de L’Avana le scritte rivoluzionarie sono state sostituite da un unico grande slogan: "Patria es humanidad". Un Fidel Castro raggiante, in completo blu, agita la mano in segno di saluto e applaude appena vede il Papa sulla porta dell’aereo. Nel discorso di benvenuto il presidente cubano esprime subito le sue convinzioni: paragona il colonialismo spagnolo al nazismo, denuncia con vigore il tentativo della «più grande potenza economica, politica e militare della storia» di strangolare la piccola Cuba rivoluzionaria. Ma noi, scandisce Castro, «preferiamo mille volte la morte piuttosto che rinunciare alle nostre convinzioni». Chiaro con gli Stati Uniti, Fidel vuole esserlo anche con la Chiesa. Afferma che il rispetto della religione è fondamentale per la rivoluzione cubana, e «se qualche volta sono sorte difficoltà, non è mai stato per colpa della rivoluzione».

Il Papa, che oggi tiene un tono basso, ricorda che la Chiesa cubana ha vissuto «circostanze difficili». Con implicito riferimento all’embargo economico statunitense (sull’aereo con i giornalisti era stato più esplicito: «l’embargo va cambiato»), augura: «Possa Cuba aprirsi, con tutte le sue magnifiche possibilità, al mondo, e possa il mondo aprirsi a Cuba».

Le tappe del viaggio del Papa a Cuba, durato 5 giorni.

La mattina dopo, a Santa Clara, 120 mila persone aspettano il Papa in un grande campo sportivo, sotto la collina del Capiro. Sulla cima c’è il monumento che ricorda una delle battaglie vittoriose della guerriglia contro il dittatore Batista. Guidava i "barbudos" il Che Guevara, i cui resti (trasportati dalla Bolivia) sono stati tumulati in questa città.
  

Famiglia cubana, coraggio

C'è aria di festa. Tutti gridano: «Juan Pablo amigo, Cuba esta con tigo». Il vescovo di Santa Clara, Fernando Prego, dice che tanta gioia è lo sfogo della lunga attesa per questa visita. Poi cambia registro: «Santità, ravvivi la nostra speranza, perché possiamo sempre alzare lo sguardo al cielo anche in mezzo alle ansie e alle delusioni dovute alle sofferenze, ai fallimenti e alle fatiche della vita quotidiana... Che la sua parola orienti e conforti tutte le famiglie cubane, perché diminuiscano i gravi mali che le colpiscono: l’eccessivo numero di divorzi, l’orrendo crimine dell’aborto, il distacco che si sperimenta in molte famiglie per ragioni di lavoro, di studio o di prigionia».

Il Papa sottoscrive queste denunce e deplora la divisione delle famiglie per vari motivi, tra cui l’emigrazione. Critica la «sostituzione del compito educativo dei genitori» a causa di un sistema scolastico che allontana gli adolescenti dalla famiglia e li obbliga a vivere nei collegi di campagna per unire lo studio al lavoro agricolo. Incita i genitori: «Non aspettate che tutto vi venga dato. Assumete la vostra missione educativa, cercando e creando gli spazi e i mezzi adeguati nella società civile».

La sera, nel Palacio de la Revolucion, la "casa" del potere, i cui interni sono per la prima volta svelati ai telespettatori cubani, il Pontefice incontra una delle famiglie divise dalla "emigrazione".

Fidel Castro, pieno di premure, presenta la sua famiglia al Papa: i fratelli Ramón e Raúl, le sorelle Angela e Augustina (che abbraccia il Papa e poi piange). Manca l’altra sorella, Juanita, "emigrata" a Miami nel 1961. Intervistata nelle stesse ore da una televisione, si dice contenta che il Papa sia a Cuba, ma ribadisce che non vi ritornerà finché resterà al potere suo fratello.
  

Giovani, reagite

Il venerdì 23 gennaio è una bellissima giornata a Camagüey, nella regione centro orientale dell’Isola.Al sole che picchia, i giovani, cui l’incontro è dedicato, aggiungono il calore del loro entusiasmo. Al centro della piazza, proprio davanti al palco con l’altare per la messa, agitano bandierine cubane e vaticane, e gridano amore al Papa. Molti i militanti della Gioventù comunista. Sergei, 19 anni, è stato battezzato sette anni fa. Si dichiara cattolico praticante. Di quanto detto finora dal Papa apprezza soprattutto l’invito a recuperare i valori morali. Diamira, una maestra di 28 anni, difende la gioventù cubana: «La maggior parte è sana, non si lascia incantare dai miraggi del consumismo». Parecchi metri più in là, Doris, 30 anni, battezzata da cinque e ora catechista, è più pessimista: «La gran parte dei giovani è indifferente. Pensa soprattutto al benessere. Se potesse, se ne andrebbe anche domani».

Il Papa chiede che «Cuba educhi i giovani nella virtù e nella libertà». Sa delle condizioni difficili, delle "frustrazioni" e della debole speranza in cui vive la gioventù. La causa delle difficoltà «non è soltanto nelle strutture, nei mezzi e nelle istituzioni, nel sistema politico o negli embarghi economici, che sono sempre da condannare perché colpiscono i più bisognosi». La causa è soprattutto nel male morale. Bisogna reagire cambiando il cuore, ritornando alle «radici cubane e cristiane». E invita all’impegno nelle famiglie, nelle comunità, nel tessuto sociale e, «a suo tempo, nelle strutture decisionali della nazione».
  

I diritti umani

La mattina del 24 gennaio, sabato, il Papa è a Santiago de Cuba, città fiera, dalla quale sono partite tutte le sollevazioni contro l’oppressione nell’Isola. L’arcivescovo Pedro Meurice Estíu saluta il Papa con un elenco di denunce: questo popolo soffre per le pressioni esterne e la dura crisi economica, per i falsi messianismi e le disuguaglianze, per la mancanza di partecipazione e il paternalismo. Afferma che molti cubani «hanno confuso la patria con un partito, la nazione con il processo storico degli ultimi decenni, la cultura con una ideologia». Ora rifiutano tutto in blocco e si sentono sradicati, disprezzano quel che è cubano e «sopravvalutano tutto quello che è straniero». Il vescovo tocca anche il doloroso tema dei cubani (quasi 2 milioni) che vivono "nella diaspora". Ad ogni denuncia un applauso.

Il Papa presenta il dono di un mosaico bizantino riproducente il "Cristo pantocrator" a Fidel Castro prima dell'incontro ufficiale nel palazzo della Rivoluzione.
Il Papa presenta il dono di un mosaico bizantino riproducente il "Cristo pantocrator"
a Fidel Castro prima dell'incontro ufficiale nel palazzo della Rivoluzione.

Il Papa non è da meno. Dice che la vera libertà «comprende il riconoscimento dei diritti umani e la giustizia sociale» e che i laici cattolici hanno «il dovere e il diritto di partecipare al dibattito pubblico, con uguaglianza di opportunità, e in atteggiamento di dialogo e di riconciliazione». Per il bene della nazione sono indispensabili la libertà di espressione e associazione.

La sera, durante l’incontro con i malati nel santuario di San Lazaro, una ventina di chilometri da L’Avana, un Papa stremato dalla fatica trova ancora la forza di scandire con chiarezza che, oltre alla sofferenza fisica, c’è quella dell’anima. La patiscono «i segregati, i perseguitati, i detenuti per diversi reati o per motivi di coscienza». Reinserirli nella vita sociale «è un gesto di alta umanità, un seme di riconciliazione, che onora l’autorità che la promuove, mentre rafforza la convivenza pacifica nel Paese». Due giorni prima, tramite il cardinale Sodano, il Papa aveva chiesto alle autorità cubane clemenza per dei detenuti che gli si erano raccomandati. Il governo cubano aveva risposto di aver accolto la richiesta «con la dovuta attenzione».
  

Plaza de la Revolucion

Oggi, domenica 25, il cielo de L’Avana è grigio. Il che non impedisce a centinaia di migliaia di cubani di incamminarsi, fin dall’alba, verso la Plaza de la Revolucion. Piazza trasformata per la messa che tra qualche ora vi celebrerà il Papa e alla quale parteciperà anche il presidente cubano, in compagnia dello scrittore Gabriel García Márquez. Di fronte all’obelisco e al monumento a José Martí s’innalza il podio con l’altare. Alle spalle, una gigantografia del Sacro Cuore copre quasi interamente la facciata della Biblioteca nazionale. Sulla destra, il profilo stilizzato del Che Guevara su un’intera parete del Ministero dell’Interno. Piazza immensa, teatro di adunate oceaniche e di interminabili concioni di Fidel Castro.

La messa del 25 gennaio in piazza della Rivoluzione.
La messa del 25 gennaio in piazza della Rivoluzione.

Anche per il Papa la folla è oceanica ma il discorso è relativamente breve. La giornata è dedicata all’evangelizzazione e alla missione dei laici. Il Pontefice denuncia i sistemi ideologici che enfatizzano lo scontro e afferma che uno Stato moderno «non può fare dell’ateismo o della religione uno dei propri ordinamenti politici». Critica anche il «neoliberalismo capitalista che subordina la persona umana e condiziona lo sviluppo dei popoli alle forze cieche del mercato». Chiede ai cattolici di impegnarsi in una liberazione che sappia coniugare «libertà e giustizia sociale, libertà e solidarietà». Molti applausi per questa omelia. Il Papa li incoraggia: «Non sono contrario agli applausi, perché quando applaudite il Papa può riposarsi un po’».

Dopo la lettura del vangelo, il Papa aveva consegnato la Bibbia a una ventina di laici cattolici impegnati nella Chiesa e nella società. Tra questi, Dagoberto Valdés, direttore del Centro di formazione civica e religiosa della diocesi di Pinar del Rio e del periodico cattolico Vitral. Un anno e mezzo fa Dagoberto, che è ingegnere agronomo, per il suo impegno sociale è stato degradato a "tecnico de yaguas", raccoglitore di foglie di palma. Ironico, ma non tanto, Dagoberto ci dice: «Sto facendo una strepitosa carriera verso il basso. Il che mi aiuta a scoprire le radici dell’impegno cristiano e a meglio comprendere la fatica del vivere quotidiano».

La richiesta di libertà per i detenuti politici sulla piazza della Rivoluzione.
La richiesta di libertà per i detenuti politici sulla piazza della Rivoluzione.

Prima di lasciare L’Avana, il Papa pranza con i vescovi cubani, ai quali consegna un lungo discorso, quasi una sintesi della dottrina sociale cristiana. Parla anche dei cubani dell’esilio e dell’emigrazione, ai quali domanda di contribuire al progresso del Paese «con serenità e spirito costruttivo».

All’aeroporto, salutato da un Fidel Castro apparentemente soddisfatto, il Pontefice chiede alle Nazioni latino-americane di aiutare il popolo cubano a migliori rapporti internazionali. «In tal modo», aggiunge, «si contribuirà a superare l’angoscia causata dalla povertà, materiale e morale, le cui cause possono essere, fra le altre, le ingiuste disuguaglianze, le limitazioni delle libertà fondamentali, la spersonalizzazione e lo scoraggiamento degli individui, e le misure economiche restrittive, ingiuste ed eticamente inaccettabili, imposte da fuori al Paese». Un altro esplicito riferimento all’embargo americano.

Renzo Giacomelli

Segue: Il ricordo di padre Varela, l'eroe dell'indipendenza

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