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EDITORIALE


POLO, ULIVO E... CENTRO
SEMBRA TANTO PRIMA REPUBBLICA

   

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page Si sta riaprendo la stagione congressuale: i partiti si riuniscono, discutono, presentano programmi, confermano o cambiano la loro classe dirigente. Una volta tutto si scaricava sul Governo. Ora non più, o assai meno, anche per mancanza di alternative.

A metà febbraio avremo l’assemblea con cui il Pds tenterà di lanciare la sua "Cosa due", ultimamente definita, dopo molte incertezze e aspri contrasti interni, «una forza politica federativa tra soggetti che non si sciolgono». Alla fine dello stesso mese Alleanza nazionale presenterà a Verona il suo "programma di governo" centrato su due temi: "Una politica economica per lo sviluppo" e "Popoli, conoscenza, identità fra innovazione e tradizione".

Il 18 aprile (a cinquant’anni dalla grande vittoria elettorale della Dc sul Fronte popolare) dovrebbero realizzarsi due altri appuntamenti nel centrodestra: il primo congresso nazionale di Forza Italia, e il varo della Federazione di centro fra gli ex dc e i laici centristi, di cui Cossiga è oggi il profeta e forse domani il leader.

Senza volerlo, eccoci ripiombati nel tono consueto degli editoriali politici di Prima repubblica: i partiti si riuniscono, discutono, presentano programmi, confermano o cambiano classe dirigente. Una volta le stagioni congressuali finivano, in genere, con una crisi di Governo. I partiti scaricavano i loro problemi di schieramento e di potere interno sull’Esecutivo: era il segno più evidente della prevalenza delle segreterie – benché prive di rilevanza costituzionale – rispetto ai primi ministri, titolari di un potere costituzionale, ma privi di potere reale.

Nonostante le apparenze, oggi una differenza rispetto al passato esiste: è molto più difficile – non diciamo impossibile – scaricare sul Governo le tensioni nei partiti e fra i partiti. Il fenomeno ha motivazioni diverse. La prima è strettamente contingente: il Governo Prodi, come dice Mino Martinazzoli, «è il meno peggio che gli italiani potessero aspettarsi», e procede fra contraddizioni, andirivieni, errori di comportamento, difficoltà a districarsi fra le identità diverse della sua maggioranza, verso il suo traguardo irrinunciabile, l’ingresso nella moneta unica europea fin dall’inizio.

Una crisi di Governo oggi sarebbe una follia, come si disse giustamente nell’autunno scorso di fronte alla minaccia di uscita di Rifondazione comunista dalla maggioranza. E nessuno oggi sarebbe in grado di proporla e di sostenerla fornendo soluzioni immediate ragionevoli.

Il secondo motivo di differenza fra Prima e Seconda repubblica è la diversa natura delle coalizioni in campo, determinata dalla nuova legge elettorale maggioritaria che ha imposto la nascita di due poli concorrenti (più la Lega da una parte e Rifondazione comunista dall’altra). Prima ogni partito aveva pienezza di vita autonoma, e il potere di interdizione dei "minori" sui "maggiori" era fortissimo. Ora non più, o assai meno.

Oggi nel Polo sia i centristi ex dc sia gli ex missini devono a Berlusconi quasi tutto: i voti per l’elezione in Parlamento o lo storico "sdoganamento" rispetto al passato fascista. Nell’Ulivo la situazione è bifronte: da un lato il Pds, pur essendo il maggior partito italiano (con uno scarso 21 per cento, mentre la Dc ai suoi bei tempi ne aveva il doppio), non può fare a meno dei "popolari", dei "rinnovatori", dei "verdi", dei laici di sinistra, né tutti questi possono fare a meno del Pds; ma l’Ulivo in sé raccoglie nel Paese molti più consensi di quanti ne ricevano i partiti che lo compongono, e le vittorie dei suoi candidati sindaco confermano costantemente in questo senso l’esito delle "politiche" del 21 aprile 1996.

Nel Polo, dunque, la vera forza d’attrazione è costituita da un uomo, nell’Ulivo da un’idea. Ma capita questo: nel Polo si discute sempre più apertamente e pesantemente l’uomo, frenato sia dalla sua impreparazione alla politica (è diventato un "grande" facendo con successo tutt’altre cose), sia dal conflitto d’interessi da cui non riesce a districarsi. Nell’Ulivo l’idea – divenuta cosa concreta nel programma politico originario – è tenuta in vita dall’azione di governo, ma a mano a mano che questa azione raggiunge i suoi scopi cresce parallelamente la naturale inclinazione di tutti i partiti a ridarsi una propria identità specifica, e questo li porta fatalmente a crisi nei rapporti fra di loro (senza, finora, "scaricarsi" sul Governo: ma fino a quando?).

Tutto questo non capita perché gli uomini, e particolarmente i politici, siano malvagi, ma perché viviamo in democrazia, un sistema basato sul confronto e sul compromesso fra interessi diversi, rappresentati da uomini e partiti naturalmente diversi fra loro. Se oggi il Pds e il Ppi si scontrano dentro l’Ulivo sul tema della Giustizia è perché le loro culture e le loro tradizioni sono differenti. Appare dunque ingiusto, ad esempio, giudicare i loro contrastanti comportamenti nel "caso Previti" inchiodando l’uno e l’altro a un pregiudizio: il Ppi avrebbe finto il ricorso alla "libertà di coscienza" dei suoi deputati perché voleva dare una punizione al Pool di Milano, il Pds avrebbe votato compatto per l’arresto del deputato di Forza Italia perché è alla testa del "partito dei pubblici ministeri", finora molto clementi verso le malefatte ex o post comuniste.

È tuttavia innegabile che dentro l’Ulivo cresce, da un lato, l’irrequietezza di D’Alema che vede sfumare sempre più all’orizzonte il giorno in cui un uomo del suo partito sarà chiamato a fare il capo del Governo; e dall’altro il timore che i suoi alleati nutrono verso un risorgente egemonismo comunista. La riforma costituzionale potrebbe fare le spese di questa serpeggiante contrapposizione: non molto dei risultati della Bicamerale piace ai "popolari", mentre D’Alema li vorrebbe intoccabili.

   Beppe Del Colle

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