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Colloqui col padre
  

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page I "COLORI" DELLA MORTE
che non sono tutti tetri

Perché non se ne parla quasi mai o se ne parla a sproposito? Due lettori ci invitano a riflettere serenamente sulla fine della nostra avventura terrena.

Quando avevo solo diciott’anni sognavo di incontrare il principe azzurro con cui "metter su casa". Fantasticavo sulla nostra camera da letto e sulla cucina, cercavo sulle riviste le soluzioni più originali e sorprendenti per l’arredamento,

Ho appena letto su un giornale che Vittorio Gassman teme la morte, anzi che la odia perché è silenzio, mentre a lui piace parlare. A parte il fatto che il silenzio è spesso più eloquente delle parole e che bisognerebbe parlare un po’ meno e ascoltare di più, da un uomo celebre, navigato e colto come Gassman ci si aspetterebbero ben altre riflessioni. Il fatto è che chi non conosce non sa e chi sa non intende. Perché mi permetto di dissertare su argomento tanto serio e impegnativo come la morte? Perché della morte ho avuto una cognizione precoce e precisa: a dieci anni, improvvisamente e tragicamente, ho visto morire mio padre. Il triste evento non mi ha però traumatizzata né ha avuto conseguenze drammatiche sulla mia psiche.

Ha lasciato semplicemente in me un profondo stupore e un desiderio mai spento di indagare e di sapere tutto ciò che si dice e si scrive sulla morte. Ho letto molti libri e credo di aver letto quelli giusti, come se qualcuno mi avesse guidato a sceglierli e a fermare l’attenzione solo su ciò che meritava d’essere rilevato e ritenuto. E ho maturato la convinzione che la morte sia rosa. Non nera o viola, come ci hanno abituati a considerarla, ma rosa: rosa, o azzurra, oppure di un bel colore verde. Anzi, la morte ha tutti i colori dell’arcobaleno, più quello che si preferisce. Perché? Perché, a dispetto di tutte le comprensibili umane paure, la morte certamente ci riserverà qualche bella sorpresa e le sorprese, quando sono belle, "devono" essere colorate...

Maria
   

Sono abbastanza vecchio per pensare spesso alla morte, che personalmente non temo se non per i dolori che in genere porta con sé. E non capisco l’atteggiamento del tutto negativo con cui viene affrontata, anche dai cristiani, proprio quelli che dovrebbero invece considerarla come l’angelo che li introduce nell’eternità e pone fine al loro esilio in questa valle di lacrime.

Questa avversione si può avvertire in quasi tutte le manifestazioni legate alla morte, persino nelle preghiere per i defunti, per i quali si chiede pace e riposo, anziché la gioia e la felicità del paradiso, che tutti dobbiamo sperare di guadagnarci. Altrimenti, ragionando per paradossi, dovremmo pensare che i più fortunati sono proprio i bambini che muoiono appena nati. Sono forse loro quei lavoranti chiamati dal padrone della vigna all’ultima ora, ai quali viene dato il medesimo compenso di chi ha lavorato per tutto il giorno, sopportando il caldo e la fatica?

Aldo

Ben venga l’invito a non conformarci agli usi e costumi dell’informazione corrente per la quale la morte è tabù. Non che non se ne parli, anzi se ne fa un consumo persino esagerato. Ma sono soltanto morti clamorose, segnate dalla violenza assassina, dal crimine, dalla notorietà delle persone. È assente invece la morte che ognuno di noi si porta dentro, così come il frutto nasconde il nocciolo (l’immagine è del poeta austriaco Rainer Maria Rilke), quella morte che tutti siamo destinati ad affrontare quando scoccherà la nostra ora.

Un’assenza ancor più significativa se consideriamo le tante cose che oggi sappiamo sull’uomo rispetto al patrimonio di conoscenze delle generazioni che ci hanno preceduti. La biologia ci spiega come si è formata e diffusa la vita sulla Terra, la genetica ce ne svela l’ingegneria profonda, la medicina apprende ogni giorno un modo nuovo per difenderla da tutto ciò che la minaccia. Quel che sembra scomparso dal nostro sapere sull’uomo è che è destinato a morire.

I nostri lettori Maria e Aldo dichiarano di appartenere invece al piccolo gruppo di coloro che alla morte ci pensano: spesso, precisa Aldo; senza angoscia, anzi con iridescente curiosità, aggiunge Maria. Se è vero, come afferma Montaigne, che «filosofare è imparare a vivere», questi nostri amici che si rendono presente la morte per prepararsi a fronteggiarla meglio, sono veri filosofi. Anche se non occupano cattedre prestigiose, anche se non scrivono libri, essi posseggono quella Sapienza con la maiuscola, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo.

Ma perché e come dovremmo occuparci di un argomento così inusuale? Chi pensa da cristiano la risposta ce l’ha: la creatura umana non finisce col concludersi della vicenda terrena ma ha un destino più importante in una dimensione eterna. La morte, per lui, è la cerniera tra i due pannelli di un dittico che insieme formano un unico disegno.

È però interessante ascoltare anche le risposte di coloro che non credono in una vita ultraterrena o ne sono così dubbiosi da rasentare l’incredulità. Ancora Montaigne, e in un orizzonte completamente secolare, offre un’ottima ragione per essere "filosofi" e riflettere sulla morte: «La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire».

In altre parole: quando prendiamo coscienza che siamo esseri mortali, possiamo esercitare la nostra libertà senza timori. Se in ogni caso siamo destinati a perdere tutto, possiamo fare le nostre scelte privilegiando i valori che contano di più: l’amore altruista, la dignità, l’indipendenza. È la paura della morte – insinua Montaigne – che fa di noi degli schiavi.

Una descrizione molto efficace del processo attraverso il quale la prospettiva della morte può portare a riscoprire la libertà e la creatività, è offerta da un vecchio film del regista giapponese Akira Kurosawa: Vivere.

La trama è semplice: il protagonista, un umile capufficio del catasto, va a farsi visitare per persistenti dolori allo stomaco e viene a sapere, in modo indiretto, di essere afflitto da un male a prognosi infausta. In sala d’attesa dell’ambulatorio ha infatti un colloquio con un veterano degli studi medici, che dapprima gli descrive con precisione i sintomi del cancro allo stomaco, poi passa a predirgli il comportamento del medico che lo visiterà: se, guardando la radiografia, questi minimizza, nega risolutamente che si tratti di tumore, scherza e gli dice che può mangiare tutto quello che vuole, si può essere certi: la diagnosi di cancro è confermata (è impressionante la somiglianza con certe situazioni di comunicazione indiretta delle diagnosi che continuano a verificarsi anche da noi, malgrado tutti i discorsi sui diritti dei cittadini e il "consenso informato").

Ma nel film di Kurosawa la prospettiva di avere solo pochi mesi di vita permette al piccolo impiegato di raddrizzare la schiena, sia in senso letterale sia in senso figurato. Si ribella alla sciatteria e all’indifferenza burocratica che regna nel suo ambiente e si impegna per impedire che un parco giochi per bambini venga sacrificato alla speculazione edilizia. Avendo davanti agli occhi la morte, ha "disimparato a servire", commenterebbe Montaigne.

A questo punto, possiamo avventurarci, con la nostra lettrice Maria, a immaginare il colore più appropriato per la morte, abbandonando le tonalità tetre; con Aldo possiamo cercare metafore più positive per lo stato dopo la morte che non siano solo il "riposo" dalle fatiche e dai dolori della vita.

Ma la fede ci dice assai di più: Paolo e Giovanni lasciano intuire, nelle loro Lettere e nello splendore dell’Apocalisse, meraviglie che «occhio umano mai vide e orecchio umano mai sentì». E di queste parole soprattutto si nutre la meditazione sulla morte del cristiano che crede nella risurrezione di Cristo e nella vita eterna.

Tuttavia anche chi non ha il dono della fede può trovare una solida base, comune a tutti, sul terreno della libertà interiore: credenti e non credenti, riflettendo sulla morte possono sentirsi sospinti a vivere con fierezza la loro vocazione di uomini, senza compromessi, con la dignità che gli spetta. Non è poca cosa.

d.l.

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