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Colloqui / in famiglia

 

 

   
APRIAMO IL CUORE ALLA SPERANZA

       
   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page In occasione della ventesima Giornata per la vita, che si celebra in tutta Italia domenica 1° febbraio, offriamo una riflessione d’apertura del professor Giorgio Campanini sul messaggio dei vescovi: "Comunicare la vita".

Nel mondo di "grandi comunicatori" in cui viviamo, sembra che quanti dominano il proscenio abbiano effettivamente nelle loro mani il destino dell’uomo. Emblematico il dibattito attualmente in corso sulla sperimentazione genetica, sui trapianti, sulla clonazione: una scienza che talvolta si pone alle soglie di una sorta di lucida follia, senza voler riconoscere né limiti né regole.

A ben guardare, tuttavia, quanti agiscono sulla vita, e talora la manipolano o cercano di manipolarla, si limitano a "comunicare", talvolta in modo distorto, quel che hanno ricevuto. Nessun laboratorio è riuscito a produrre, dalla non vita, la vita. I "grandi comunicatori" altro non fanno che ripetere, e talvolta deformare, un messaggio che un Altro ha lanciato.

Questa semplice riflessione introduce a una migliore comprensione del messaggio che la Chiesa italiana ha proposto ai fedeli in occasione della tradizionale Giornata per la vita, giunta quest’anno alla sua ventesima edizione (ne parliamo diffusamente più avanti, da pagina 32, ndr).

In un mondo in cui si moltiplicano i segni di distruzione e di morte – o anche soltanto di banalità e di superficialità – i credenti e tutti gli uomini di buona volontà sono invitati a farsi "comunicatori di vita" e ad essere, anche in questo modo, una sia pur pallida immagine di Chi, autore della vita, ha voluto che l’uomo ne fosse il continuatore, attraverso il suo operare nella storia e soprattutto mediante quel gesto impegnativo e responsabilizzante quant’altri mai che è la procreazione, intesa come "pro-creare", e cioè creare in qualche modo "per procura" perpetuando nella storia l’originario disegno di Dio. Un Dio che, dopo avere "creato", si mette quasi da parte e accetta che qualcuno, al suo posto, continui l’opera sua.

Per questo, quando l’uomo, anziché la vita, "comunica" la morte, si verifica ciò che più lo allontana da Dio, si determina il più radicale dei peccati, quello che va contro la vita, e dunque contro Dio. Per questo, nella tradizione ebraico-cristiana, la vita è sacra in assoluto, e ancor oggi, in tutte le civiltà e per la grande maggioranza degli uomini, essa appare come un qualcosa che non può essere distrutto, né sprecato, né distorto o manipolato.

Comunicare la vita, e non la morte, è dunque fondamentale impegno di ogni credente e di ogni uomo: non soltanto con i gesti che fanno diretto riferimento alla procreazione, ma nella normalità dell’agire quotidiano, nella quotidianità dei propri atteggiamenti e delle proprie parole.

Si è comunicatori di morte quando si chiude il cuore alla speranza, quando si guarda con angoscia a un mondo che sarebbe "abbandonato da Dio", quando si coglie il lato oscuro dell’esistenza e si dimenticano i mille miracoli di cui ogni giorno l’uomo è spettatore, dal sorriso che si affaccia sul volto di un neonato al fremito di vita che percorre gli alberi spogli nel presentimento della primavera imminente.

Se sappiamo guardare con occhi limpidi, tutto ci parla di vita, e dunque di Dio. È la gioia profonda, la tranquilla sicurezza che Dio cammina con noi che, in questa Giornata e sempre, siamo invitati a comunicare.

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