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Inchiesta - La nuova Irlanda

«FORTI, PERCHÉ ABBIAMO STUDIATO»

Intervista con il nuovo presidente irlandese Mary McAleese

di PAOLO ROMANI
    

Famiglia Cristiana n. 52 del 31 dicembre 1997 - Home Page Il segreto del rilancio? «Sta nell’istruzione, il cui accesso oggi è garantito a tutti. E grazie a questo fatto le donne hanno potuto cominciare a contare».

«Vuole sapere com’è cambiata l’Irlanda? Ecco una foto scattata neanche 60 anni fa nel cortile della scuola elementare maschile che frequentava mio padre. Guardi bene: i ragazzi sono tutti scalzi. Non c’erano i mezzi per comprare non dico le scarpe, ma nemmeno un paio di zoccoli. E io sono presidente della Repubblica!».

Mary McAleese è cordiale. Un fuoco di legna arde nel caminetto del suo studio nell’Aras An Uachtarain, la villa presidenziale già residenza dei viceré britannici, immersa nel verde del Phoenix Park di Dublino. La signora, che ha tre figli (una femmina, Emma, di 15 anni; due gemelli, un maschio, Justin, e una femmina, Sara Mai, di 12 anni) risponde con molta semplicità alle domande.

  • Fra i cambiamenti in atto in Irlanda quali sono i più significativi?

«L’Irlanda che sta per entrare nel terzo millennio è irriconoscibile: negli ultimi due decenni è cambiata più che in due secoli. Il mondo in cui crescono i miei figli è molto diverso da quello della mia infanzia e non ha più nulla in comune con quello di mio padre. Irlandese tipico (ambiente rurale, scuola fino a 15 anni), siccome la patria non aveva niente da offrirgli, né la possibilità di continuare a studiare, né un lavoro, mio padre fu costretto a emigrare, come tutti i suoi fratelli e sorelle. A Belfast, nell’Irlanda del Nord, trovò lavoro come barista e conobbe mia madre che faceva la parrucchiera. Nonostante le loro origini modeste, amavano moltissimo leggere, erano degli autodidatti. La mia generazione è stata la prima che ha avuto accesso all’insegnamento superiore, e proprio l’istruzione è la chiave dei mutamenti profondi avvenuti in Irlanda, il motore dello sviluppo economico, accelerato dalla formazione professionale che coinvolge un numero crescente di giovani. Adesso c’è più prosperità, più potere d’acquisto, abbiamo le tecnologie e i mezzi di comunicazione. L’Irlanda è entrata nella modernità, ovviamente con mutamenti significativi sul piano sociale e culturale».

  • Non c’è il rischio che il Paese perda la sua anima?

«Esiste, è vero, il timore che con tutti i cambiamenti e il nuovo benessere la gente diventi più egoista, e dimentichi la solidarietà. Ma io sono fiduciosa. Prima di tutto perché gli irlandesi, attaccatissimi alle tradizioni, all’identità culturale, alla loro specificità, si sforzano di conservare i valori anche nel nuovo mondo che nasce sotto i nostri occhi. Alcuni, spaventati dal ritmo dei cambiamenti, hanno la sensazione di un terremoto.

Tanti altri, però, vorrebbero che le cose cambiassero ancora più in fretta. Io vedo un equilibrio tra chi frena e chi accelera, perché nessuno ha voglia di tornare indietro. Le condizioni disumane in cui vivevano i genitori, o i nonni, sono nella memoria di tutti».

  • Lei, in fondo, è l’esempio vivente del cambiamento, dell’emancipazione femminile...

«La prima volta che, da ragazza, andai in chiesa indossando i pantaloni anziché la gonna, avevo l’impressione di essermi macchiata, se non proprio di un peccato, quanto meno di una grave trasgressione. Il XX secolo è stato il secolo delle donne: ci ha visto spezzare le catene, conquistare non ancora l’uguaglianza totale, ma almeno la pari opportunità e gli stessi diritti degli uomini. Determinante è stato l’accesso all’istruzione superiore. Certo, resta molto da fare per cambiare le mentalità, perché esiste ancora una buona dose di "sessismo". Potrei citare tanti esempi, piccoli e grandi, di discriminazione contro le donne. Ma la mia elezione alla presidenza, dopo quella di Mary Robinson, è un segnale forte».

Paolo Romani

Il primo ministro: «Aiutati che Bruxelles ti aiuta»
    

Gli irlandesi dicono che quattro sono i fattori del "miracolo" che ha tramutato la loro isola da Cenerentola d’Europa in "tigre celtica": esodo rurale, viaggi, tecnologia, Tv. E parlano di "4 T", visto che in inglese le parole corrispondenti cominciano tutte con la lettera "T". Ma Albert (Bertie) Ahern, attuale Taoiseach (primo ministro), non è proprio d’accordo.

«Certo, le 4 T hanno la loro importanza», spiega. «Ma per me, il fattore determinante è un altro. Mi riferisco alla programmazione, a una politica economica lungimirante, a un’azione efficace di sviluppo che ci ha consentito di tirarci fuori da una situazione disastrosa, dalle tremende difficoltà in cui ci dibattevamo tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80. Avevamo un debito pubblico pauroso, un’inflazione galoppante, un tasso altissimo di disoccupazione, aziende che chiudevano una dopo l’altra, multinazionali che trasferivano altrove le loro succursali. Il cambiamento significativo è stato quello di una classe politica che ha saputo mettere in cantiere un piano di risanamento e farlo accettare alla popolazione. Ora cogliamo i frutti».

«Sappiamo anche», aggiunge il premier, «tutto quello che dobbiamo all’Unione europea: prima perché la nostra adesione, e la volontà di essere pronti per il passaggio alla moneta unica, ci hanno costretto a una disciplina che ha dato risultati spettacolari. Poi perché abbiamo beneficiato di forti aiuti e abbiamo utilizzato al meglio i fondi strutturali messi a disposizione dall’Ue. In Irlanda, potremmo parafrasare un vecchio adagio: "Aiutati che Bruxelles ti aiuta". Parlavamo delle "4 T"; ma la vera formula magica, secondo me, dovrebbe essere "4 T + Ue"».

p.r.

     

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