 |
Il segreto del rilancio? «Sta
nellistruzione, il cui accesso oggi è garantito a
tutti. E grazie a questo fatto le donne hanno potuto
cominciare a contare». «Vuole sapere comè cambiata
lIrlanda? Ecco una foto scattata neanche 60 anni fa
nel cortile della scuola elementare maschile che
frequentava mio padre. Guardi bene: i ragazzi sono tutti
scalzi. Non cerano i mezzi per comprare non dico le
scarpe, ma nemmeno un paio di zoccoli. E io sono
presidente della Repubblica!».
Mary McAleese è cordiale. Un fuoco
di legna arde nel caminetto del suo studio nellAras
An Uachtarain, la villa presidenziale già residenza
dei viceré britannici, immersa nel verde del Phoenix
Park di Dublino. La signora, che ha tre figli (una
femmina, Emma, di 15 anni; due gemelli, un maschio,
Justin, e una femmina, Sara Mai, di 12 anni) risponde con
molta semplicità alle domande.
- Fra i cambiamenti in atto
in Irlanda quali sono i più significativi?
«LIrlanda che sta per
entrare nel terzo millennio è irriconoscibile: negli
ultimi due decenni è cambiata più che in due secoli. Il
mondo in cui crescono i miei figli è molto diverso da
quello della mia infanzia e non ha più nulla in comune
con quello di mio padre. Irlandese tipico (ambiente
rurale, scuola fino a 15 anni), siccome la patria non
aveva niente da offrirgli, né la possibilità di
continuare a studiare, né un lavoro, mio padre fu
costretto a emigrare, come tutti i suoi fratelli e
sorelle. A Belfast, nellIrlanda del Nord, trovò
lavoro come barista e conobbe mia madre che faceva la
parrucchiera. Nonostante le loro origini modeste, amavano
moltissimo leggere, erano degli autodidatti. La mia
generazione è stata la prima che ha avuto accesso
allinsegnamento superiore, e proprio
listruzione è la chiave dei mutamenti profondi
avvenuti in Irlanda, il motore dello sviluppo economico,
accelerato dalla formazione professionale che coinvolge
un numero crescente di giovani. Adesso cè più
prosperità, più potere dacquisto, abbiamo le
tecnologie e i mezzi di comunicazione. LIrlanda è
entrata nella modernità, ovviamente con mutamenti
significativi sul piano sociale e culturale».
- Non cè il rischio
che il Paese perda la sua anima?
«Esiste, è vero, il timore che
con tutti i cambiamenti e il nuovo benessere la gente
diventi più egoista, e dimentichi la solidarietà. Ma io
sono fiduciosa. Prima di tutto perché gli irlandesi,
attaccatissimi alle tradizioni, allidentità
culturale, alla loro specificità, si sforzano di
conservare i valori anche nel nuovo mondo che nasce sotto
i nostri occhi. Alcuni, spaventati dal ritmo dei
cambiamenti, hanno la sensazione di un terremoto.
Tanti altri, però, vorrebbero che
le cose cambiassero ancora più in fretta. Io vedo un
equilibrio tra chi frena e chi accelera, perché nessuno
ha voglia di tornare indietro. Le condizioni disumane in
cui vivevano i genitori, o i nonni, sono nella memoria di
tutti».
- Lei, in fondo, è
lesempio vivente del cambiamento,
dellemancipazione femminile...
«La prima volta che, da ragazza,
andai in chiesa indossando i pantaloni anziché la gonna,
avevo limpressione di essermi macchiata, se non
proprio di un peccato, quanto meno di una grave
trasgressione. Il XX secolo è stato il secolo delle
donne: ci ha visto spezzare le catene, conquistare non
ancora luguaglianza totale, ma almeno la pari
opportunità e gli stessi diritti degli uomini.
Determinante è stato laccesso allistruzione
superiore. Certo, resta molto da fare per cambiare le
mentalità, perché esiste ancora una buona dose di
"sessismo". Potrei citare tanti esempi, piccoli
e grandi, di discriminazione contro le donne. Ma la mia
elezione alla presidenza, dopo quella di Mary Robinson,
è un segnale forte».
Paolo Romani
| Il primo ministro: «Aiutati che
Bruxelles ti aiuta» |
| Gli
irlandesi dicono che quattro sono i fattori del
"miracolo" che ha tramutato la loro
isola da Cenerentola dEuropa in "tigre
celtica": esodo rurale, viaggi, tecnologia,
Tv. E parlano di "4 T", visto che in
inglese le parole corrispondenti cominciano tutte
con la lettera "T". Ma Albert (Bertie)
Ahern, attuale Taoiseach (primo ministro),
non è proprio daccordo.
«Certo, le 4 T hanno la
loro importanza», spiega. «Ma per me, il
fattore determinante è un altro. Mi riferisco
alla programmazione, a una politica economica
lungimirante, a unazione efficace di
sviluppo che ci ha consentito di tirarci fuori da
una situazione disastrosa, dalle tremende
difficoltà in cui ci dibattevamo tra la fine
degli anni 70 e linizio degli
80. Avevamo un debito pubblico pauroso,
uninflazione galoppante, un tasso altissimo
di disoccupazione, aziende che chiudevano una
dopo laltra, multinazionali che
trasferivano altrove le loro succursali. Il
cambiamento significativo è stato quello di una
classe politica che ha saputo mettere in cantiere
un piano di risanamento e farlo accettare alla
popolazione. Ora cogliamo i frutti».
«Sappiamo anche»,
aggiunge il premier, «tutto quello che dobbiamo
allUnione europea: prima perché la nostra
adesione, e la volontà di essere pronti per il
passaggio alla moneta unica, ci hanno costretto a
una disciplina che ha dato risultati
spettacolari. Poi perché abbiamo beneficiato di
forti aiuti e abbiamo utilizzato al meglio i
fondi strutturali messi a disposizione
dallUe. In Irlanda, potremmo parafrasare un
vecchio adagio: "Aiutati che Bruxelles ti
aiuta". Parlavamo delle "4 T"; ma
la vera formula magica, secondo me, dovrebbe
essere "4 T + Ue"».
p.r.
|
|