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Leconomia va a gonfie vele,
tanto che il Paese viene accostato alle ruggenti nazioni
asiatiche. Il futuro è rosa, anche perché ormai sono
tante le donne al comando, dalla presidentessa alle
sempre più numerose laureate. Ma la società mostra
segni di crisi: troppo benessere può dare alla testa. La nuova Irlanda è una giovane donna snella
ed elegante, capelli rossi e occhi verdi. A 28 anni,
Fiona Conroy personifica i cambiamenti, impressionanti,
in atto in quella che, fino allaltro ieri, era la
Cenerentola dEuropa. Un Paese che non riusciva a
scrollarsi di dosso la pesante eredità del
"colonialismo" inglese e dopo
lindipendenza conquistata con le lacrime e il
sangue nel 1921 pareva condannato a fermarsi al livello
del Terzo mondo.
Ora lIrlanda vanta un reddito
pro capite di poco inferiore a quello della Gran
Bretagna, con una crescita che viaggia sul 7 per cento
allanno, tanto che la "verde Erin" è
paragonata alle tigri emergenti del SudEst asiatico.
Linflazione è sotto controllo (1,7 per cento) e
lIrlanda esporta l80 per cento della
produzione agricola e industriale.
Appena una trentina danni fa,
una ragazza avrebbe smesso di studiare a 15 o 16 anni; e
se non avesse voluto fare la donna di casa, lunica
speranza di promozione sarebbe stato un posto di
segretaria in qualche ufficio.
Fiona, invece, si è
laureata in scienze politiche a Cork, ha proseguito gli
studi in Francia e negli Stati Uniti, quindi ha lavorato
allEuroparlamento di Lussemburgo, prima di tornare
in patria dove, grazie anche alla sua conoscenza delle
lingue, ha subito trovato lavoro allIda,
lAgenzia per lo sviluppo industriale che ha dato un
contributo determinante al "miracolo
economico".
La nuova Irlanda è una bella
signora di 46 anni, nata e cresciuta in un ghetto
cattolico dellUlster, laureata in legge, insegnante
universitaria, prima cattolica a ottenere lincarico
di prorettore alla Queens University di Belfast,
bastione protestante lassù nellIrlanda del Nord.
Eletta in ottobre presidente della
Repubblica, Mary McAleese è succeduta a unaltra
donna, Mary Robinson, nominata alto commissario delle
Nazioni Unite per i diritti umani. Segno dei tempi, in
lizza per la presidenza cerano quattro donne e un
solo uomo.
Cattolica convinta ma
anticonformista (è favorevole allordinazione di
donne-sacerdoti), Mary McAleese ha fatto scalpore andando
ad assistere a una funzione ecumenica nella cattedrale
anglicana di Dublino e ricevendo lEucaristia dalle
mani di un pastore protestante.
La nuova Irlanda è una bionda
dinamica di 42 anni, che ha aperto una scuola darte
culinaria a Ballymaloe, pittoresco villaggio vicino a
Cork. Per Darina Allen, il successo ha superato ogni
previsione: nonostante i prezzi non proprio modici (un
corso di 12 settimane costa 3 milioni di lire, alloggio
escluso), gli aspiranti cuochi accorrono da ogni parte
dEuropa e del mondo. Bella rivincita per la cucina
irlandese, che fino a poco tempo fa, con i suoi piatti a
base di montone e patate, era il grado zero della
gastronomia.
Ma ora che il potere
dacquisto cresce, i gusti cambiano: gli irlandesi
scoprono i piaceri della tavola, bevono vino anziché
birra, il loro palato diventa sempre più raffinato ed
esigente, si moltiplicano i ristoranti gastronomici
(decisamente cari), ed è sempre affollato anche il
caratteristico Old English market, il mercato
coperto nel centro storico di Cork, che offre ogni ben di
Dio.
Lemancipazione
delle donne, con la loro onnipresenza in tutti i settori,
e a tutti i livelli, dalla politica
allimprenditoria, dallinsegnamento al
giornalismo, dalla pubblica amministrazione al commercio,
è sorprendente in un Paese che aveva una fama tenace di
"maschilismo".
Ma questo è solo laspetto
più vistoso di una nuova Irlanda entrata prepotentemente
nella modernità e avviata a diventare, a prescindere
dalle sue dimensioni geografiche ridotte (70 mila
chilometri quadrati, neanche tre volte la Sicilia) e
della sua scarsa popolazione (soltanto tre milioni e
seicentomila abitanti) la prima della classe
nellUnione europea, alla quale ha aderito nel 1973.
Il volto della nuova Irlanda è
anche quello di un energico signore di 43 anni, George
Dwyer, che ha creato e dirige Eurostyle, unimpresa
impiantata nella periferia di Cork. Specializzata in
abiti sportivi per i golfisti, esporta il 70 per cento
della sua produzione e in otto anni ha quadruplicato il
fatturato, passando da 2,5 a 10 miliardi di lire. Oppure
quello di Liam Donohue, uno dei manager della fabbrica di
computer Apple, il più importante stabilimento (1.700
dipendenti) della marca fuori dagli Usa.
Hollyhill, un sobborgo di Cork, è
presentato, con un po di esagerazione, come una
piccola Silicon Valley in terra dIrlanda. Nella
zona ci sono le succursali di altri colossi informatici,
americani e giapponesi (un computer su cinque venduti
nellUnione europea è fabbricato in Irlanda),
sedotti da unabile politica di agevolazioni
fiscali, da una manodopera istruita, altamente
specializzata (ha il vantaggio supplementare di parlare
inglese) e convertita allidea della
"flessibilità", da costi di lavoro ancora
ragionevoli, dal fatto che gli scioperi sono rari, e
dallesistenza, a Cork, del centro nazionale delle
ricerche nel settore della microelettronica (che è
finanziato parzialmente dallo Stato).
Oltretutto, si schiarisce anche
lorizzonte politico, ora che è avviato il processo
di pace per mettere fine al conflitto tra cattolici e
protestanti che per 25 anni ha insanguinato
lIrlanda del Nord.
Sebbene sia molto più piccola di
Dublino (meno di 200 mila abitanti contro un milione),
Cork rivendica letichetta di "capitale
economica" del Paese: una rivalità che, fatte le
debite proporzioni, fa pensare a quella tra Roma e
Milano.
È a Dublino, però,
che sorge il futuristico complesso del Centro finanziario
internazionale, che aspira a far concorrenza alla City di
Londra. Ma la "resurrezione" di Cork è tanto
più spettacolare in quanto proprio da qui (per la
precisione dal porto di Cobh, dove si visita un piccolo,
commovente museo dedicato allodissea degli
emigranti) partirono, per tutto il secolo XIX, le navi a
vela e poi quelle a vapore che trasportarono in America
più di tre milioni di disperati, spinti
allemigrazione dalle carestie e dalla fame (si
calcola che almeno 40 milioni di cittadini statunitensi
abbiano origini irlandesi).
In un secolo, la popolazione
dellIrlanda calò da 8 a meno di 4 milioni di
abitanti. Ma ora, con un tasso di crescita
"asiatico" (5 per cento allanno tra il
1990 e il 1994, 7 per cento dal 1995), lIrlanda non
è più una terra demigrazione.
Anzi, adesso comincia persino ad
attirare immigrati dallEst europeo, russi e
soprattutto polacchi che si sentono a loro agio in un
Paese cattolico. Attira anche i turisti (4 milioni e
mezzo nel 1997) sedotti, oltre che dalle bellezze
naturali dellisola, dallintensa vita
culturale, dalla musica rock (lIrlanda è la patria
del mitico gruppo U2) e dallanimazione di Dublino,
una Londra in miniatura, oggi ancora più swinging
della capitale britannica.
Siccome gli irlandesi sono tutti un
po poeti, la nuova immagine della loro isola
("tigre verde" o "tigre celtica") li
riempie di gioia. Cè però chi getta acqua sul
fuoco: «Il miracolo economico è, per molti versi,
inspiegabile, e probabilmente fragile: non vorrei che
lIrlanda fosse una tigre di carta», ammonisce il
professor Joe Lee, insegnante di Storia moderna
allUniversità di Cork ed editorialista della Sunday
Tribune.
Il professor Lee sottolinea che
lIrlanda deve moltissimo allEuropa.
«Adesso», aggiunge, «siamo in regola con tutti i
parametri di Maastricht, tanto che il Governo si è
appena concesso il lusso di ridurre le imposte per tutti,
privati cittadini e aziende, e di aumentare le pensioni.
La disoccupazione è calata sotto il 10 per cento, e
siamo anche riusciti a conservare un sistema di
protezione sociale che è sicuramente fra i più
vantaggiosi del mondo».
La medaglia però ha un risvolto.
Il benessere, fino a ieri sconosciuto, si paga in termini
sociali, con laumento della criminalità, la droga,
la disgregazione delle famiglie, il crollo dei valori
morali.
«Cè
conflitto tra la tigre celtica e lagnello di Dio:
con la prosperità, la pratica religiosa nel nostro Paese
sta declinando», dice padre Martin Clarke, dinamico
portavoce della Conferenza episcopale irlandese, che
aggiunge: «In alcuni quartieri di Dublino, il tasso di
frequentazione delle chiese è precipitato dal 70 al 10
per cento. Soprattutto i giovani pensano, per usare
unimmagine tecnologica, che il software
della vita sia incompatibile con lo hardware della
fede. Io, però, non sono pessimista: siccome gli
irlandesi hanno la fede nel sangue, sono sicuro la Chiesa
sopravviverà. Forse più piccola, ma probabilmente più
robusta».
p. r.
Segue: «Forti, perché abbiamo studiato»
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