Inchiesta - La nuova Irlanda

LA TIGRE CELTICA

di PAOLO ROMANI
    

Famiglia Cristiana n. 52 del 31 dicembre 1997 - Home Page L’economia va a gonfie vele, tanto che il Paese viene accostato alle ruggenti nazioni asiatiche. Il futuro è rosa, anche perché ormai sono tante le donne al comando, dalla presidentessa alle sempre più numerose laureate. Ma la società mostra segni di crisi: troppo benessere può dare alla testa.

La nuova Irlanda è una giovane donna snella ed elegante, capelli rossi e occhi verdi. A 28 anni, Fiona Conroy personifica i cambiamenti, impressionanti, in atto in quella che, fino all’altro ieri, era la Cenerentola d’Europa. Un Paese che non riusciva a scrollarsi di dosso la pesante eredità del "colonialismo" inglese e dopo l’indipendenza conquistata con le lacrime e il sangue nel 1921 pareva condannato a fermarsi al livello del Terzo mondo.

Ora l’Irlanda vanta un reddito pro capite di poco inferiore a quello della Gran Bretagna, con una crescita che viaggia sul 7 per cento all’anno, tanto che la "verde Erin" è paragonata alle tigri emergenti del SudEst asiatico. L’inflazione è sotto controllo (1,7 per cento) e l’Irlanda esporta l’80 per cento della produzione agricola e industriale.

Appena una trentina d’anni fa, una ragazza avrebbe smesso di studiare a 15 o 16 anni; e se non avesse voluto fare la donna di casa, l’unica speranza di promozione sarebbe stato un posto di segretaria in qualche ufficio.

Fiona, invece, si è laureata in scienze politiche a Cork, ha proseguito gli studi in Francia e negli Stati Uniti, quindi ha lavorato all’Europarlamento di Lussemburgo, prima di tornare in patria dove, grazie anche alla sua conoscenza delle lingue, ha subito trovato lavoro all’Ida, l’Agenzia per lo sviluppo industriale che ha dato un contributo determinante al "miracolo economico".

La nuova Irlanda è una bella signora di 46 anni, nata e cresciuta in un ghetto cattolico dell’Ulster, laureata in legge, insegnante universitaria, prima cattolica a ottenere l’incarico di prorettore alla Queen’s University di Belfast, bastione protestante lassù nell’Irlanda del Nord.

Eletta in ottobre presidente della Repubblica, Mary McAleese è succeduta a un’altra donna, Mary Robinson, nominata alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Segno dei tempi, in lizza per la presidenza c’erano quattro donne e un solo uomo.

Cattolica convinta ma anticonformista (è favorevole all’ordinazione di donne-sacerdoti), Mary McAleese ha fatto scalpore andando ad assistere a una funzione ecumenica nella cattedrale anglicana di Dublino e ricevendo l’Eucaristia dalle mani di un pastore protestante.

La nuova Irlanda è una bionda dinamica di 42 anni, che ha aperto una scuola d’arte culinaria a Ballymaloe, pittoresco villaggio vicino a Cork. Per Darina Allen, il successo ha superato ogni previsione: nonostante i prezzi non proprio modici (un corso di 12 settimane costa 3 milioni di lire, alloggio escluso), gli aspiranti cuochi accorrono da ogni parte d’Europa e del mondo. Bella rivincita per la cucina irlandese, che fino a poco tempo fa, con i suoi piatti a base di montone e patate, era il grado zero della gastronomia.

Ma ora che il potere d’acquisto cresce, i gusti cambiano: gli irlandesi scoprono i piaceri della tavola, bevono vino anziché birra, il loro palato diventa sempre più raffinato ed esigente, si moltiplicano i ristoranti gastronomici (decisamente cari), ed è sempre affollato anche il caratteristico Old English market, il mercato coperto nel centro storico di Cork, che offre ogni ben di Dio.

L’emancipazione delle donne, con la loro onnipresenza in tutti i settori, e a tutti i livelli, dalla politica all’imprenditoria, dall’insegnamento al giornalismo, dalla pubblica amministrazione al commercio, è sorprendente in un Paese che aveva una fama tenace di "maschilismo".

Ma questo è solo l’aspetto più vistoso di una nuova Irlanda entrata prepotentemente nella modernità e avviata a diventare, a prescindere dalle sue dimensioni geografiche ridotte (70 mila chilometri quadrati, neanche tre volte la Sicilia) e della sua scarsa popolazione (soltanto tre milioni e seicentomila abitanti) la prima della classe nell’Unione europea, alla quale ha aderito nel 1973.

Il volto della nuova Irlanda è anche quello di un energico signore di 43 anni, George Dwyer, che ha creato e dirige Eurostyle, un’impresa impiantata nella periferia di Cork. Specializzata in abiti sportivi per i golfisti, esporta il 70 per cento della sua produzione e in otto anni ha quadruplicato il fatturato, passando da 2,5 a 10 miliardi di lire. Oppure quello di Liam Donohue, uno dei manager della fabbrica di computer Apple, il più importante stabilimento (1.700 dipendenti) della marca fuori dagli Usa.

Hollyhill, un sobborgo di Cork, è presentato, con un po’ di esagerazione, come una piccola Silicon Valley in terra d’Irlanda. Nella zona ci sono le succursali di altri colossi informatici, americani e giapponesi (un computer su cinque venduti nell’Unione europea è fabbricato in Irlanda), sedotti da un’abile politica di agevolazioni fiscali, da una manodopera istruita, altamente specializzata (ha il vantaggio supplementare di parlare inglese) e convertita all’idea della "flessibilità", da costi di lavoro ancora ragionevoli, dal fatto che gli scioperi sono rari, e dall’esistenza, a Cork, del centro nazionale delle ricerche nel settore della microelettronica (che è finanziato parzialmente dallo Stato).

Oltretutto, si schiarisce anche l’orizzonte politico, ora che è avviato il processo di pace per mettere fine al conflitto tra cattolici e protestanti che per 25 anni ha insanguinato l’Irlanda del Nord.

Sebbene sia molto più piccola di Dublino (meno di 200 mila abitanti contro un milione), Cork rivendica l’etichetta di "capitale economica" del Paese: una rivalità che, fatte le debite proporzioni, fa pensare a quella tra Roma e Milano.

È a Dublino, però, che sorge il futuristico complesso del Centro finanziario internazionale, che aspira a far concorrenza alla City di Londra. Ma la "resurrezione" di Cork è tanto più spettacolare in quanto proprio da qui (per la precisione dal porto di Cobh, dove si visita un piccolo, commovente museo dedicato all’odissea degli emigranti) partirono, per tutto il secolo XIX, le navi a vela e poi quelle a vapore che trasportarono in America più di tre milioni di disperati, spinti all’emigrazione dalle carestie e dalla fame (si calcola che almeno 40 milioni di cittadini statunitensi abbiano origini irlandesi).

In un secolo, la popolazione dell’Irlanda calò da 8 a meno di 4 milioni di abitanti. Ma ora, con un tasso di crescita "asiatico" (5 per cento all’anno tra il 1990 e il 1994, 7 per cento dal 1995), l’Irlanda non è più una terra d’emigrazione.

Anzi, adesso comincia persino ad attirare immigrati dall’Est europeo, russi e soprattutto polacchi che si sentono a loro agio in un Paese cattolico. Attira anche i turisti (4 milioni e mezzo nel 1997) sedotti, oltre che dalle bellezze naturali dell’isola, dall’intensa vita culturale, dalla musica rock (l’Irlanda è la patria del mitico gruppo U2) e dall’animazione di Dublino, una Londra in miniatura, oggi ancora più swinging della capitale britannica.

Siccome gli irlandesi sono tutti un po’ poeti, la nuova immagine della loro isola ("tigre verde" o "tigre celtica") li riempie di gioia. C’è però chi getta acqua sul fuoco: «Il miracolo economico è, per molti versi, inspiegabile, e probabilmente fragile: non vorrei che l’Irlanda fosse una tigre di carta», ammonisce il professor Joe Lee, insegnante di Storia moderna all’Università di Cork ed editorialista della Sunday Tribune.

Il professor Lee sottolinea che l’Irlanda deve moltissimo all’Europa. «Adesso», aggiunge, «siamo in regola con tutti i parametri di Maastricht, tanto che il Governo si è appena concesso il lusso di ridurre le imposte per tutti, privati cittadini e aziende, e di aumentare le pensioni. La disoccupazione è calata sotto il 10 per cento, e siamo anche riusciti a conservare un sistema di protezione sociale che è sicuramente fra i più vantaggiosi del mondo».

La medaglia però ha un risvolto. Il benessere, fino a ieri sconosciuto, si paga in termini sociali, con l’aumento della criminalità, la droga, la disgregazione delle famiglie, il crollo dei valori morali.

«C’è conflitto tra la tigre celtica e l’agnello di Dio: con la prosperità, la pratica religiosa nel nostro Paese sta declinando», dice padre Martin Clarke, dinamico portavoce della Conferenza episcopale irlandese, che aggiunge: «In alcuni quartieri di Dublino, il tasso di frequentazione delle chiese è precipitato dal 70 al 10 per cento. Soprattutto i giovani pensano, per usare un’immagine tecnologica, che il software della vita sia incompatibile con lo hardware della fede. Io, però, non sono pessimista: siccome gli irlandesi hanno la fede nel sangue, sono sicuro la Chiesa sopravviverà. Forse più piccola, ma probabilmente più robusta».

p. r.

Segue: «Forti, perché abbiamo studiato»
   
         

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