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«Ho paura che il progetto di legge
del Governo finirà con laggravare le difficoltà
della Tv di Stato. Ma noi risponderemo con due grandi
reti popolari di qualità». Liliana Cavani, cineasta di fama
internazionale (chi non ricorda Galileo, Francesco
e Portiere di Notte), momentaneamente in prestito
al consiglio di amministrazione della Rai; della donna ha
il volto "mobile", capace di mutare espressione
cento volte in un minuto come la luna di Shakespeare in
una notte, ma senza essere mai bugiarda. Buona e
terribile, accigliata e subito serena, dura quanto basta.
Ne sa qualcosa il direttore generale della Rai Franco
Iseppi: «Ma per favore niente polemiche», dice in
questa intervista esclusiva a Famiglia Cristiana,
«la posta in gioco è più alta e riguarda il futuro del
servizio pubblico radiotelevisivo, che è in fortissimo
pericolo e intorno al quale non vedo consapevolezze
forti, quanto piuttosto il rischio di una privatizzazione
strisciante che consegnerebbe la Rai alla logica del puro
profitto».
- Signora Cavani, dica la
verità: che farebbe se avesse una bacchetta
magica?
«Farei due grandi reti
"popolari di qualità", con risorse di canone a
livello europeo, la sola cosa che permetta una
programmazione più libera ed espressiva della missione
del servizio pubblico. Due reti aperte alle sfide dei
nuovi linguaggi, una con vocazione anche internazionale,
laltra regionale».
«Esattamente. Fra laltro la
Bbc con due sole reti ha il doppio di dipendenti della
Rai. Si tratta di spingere di più il servizio pubblico
al suo impegno di produzione, che del resto è
indispensabile allo sviluppo in atto dellofferta di
programmi».
- Che non è esattamente il
progetto del Governo...
«La previsione di una rete
finanziata dal solo canone, cui verrebbe destinato almeno
il 50 per cento dei 2.400 miliardi del canone,
provocherà una tale rivoluzione finanziaria da rimettere
in discussione tutto il servizio pubblico. Le risorse per
le altre due reti sarebbero scarsissime e di conseguenza
dovrebbero dipendere dal mercato pubblicitario per il
75-80 per cento delle loro esigenze; questa è una
privatizzazione neanche troppo mascherata. Va aggiunto
che nello stesso tempo il disegno di legge del Governo
prevede una riduzione del tetto pubblicitario. Traendo le
conclusioni da tutto ciò, vedo uno scenario in cui la Tv
pubblica sarà marginalizzata».
«Io dico semplicemente che, mentre
Francia, Germania e Regno Unito si sono concesse una Tv
pubblica con adeguato canone, proprio per la missione
"diversa" che ha il servizio pubblico, il
nostro Paese andrebbe in controtendenza come se non
avesse bisogno di un servizio pubblico perché già molto
coeso, con una forte identità culturale, e una solida
industria del prodotto audiovisivo. Invece è vero tutto
il contrario».
- Dunque "rema
contro" la tendenza in atto?
«Mi limito a sottolineare
limportanza, oggi più che mai, del servizio
pubblico in questo Paese».
- Però non mi pare che la
Rai si differenzi molto dalle private...
«Gli errori sono stati commessi.
Tuttavia penso che la Rai, con le sue competenze e le sue
risorse di memoria, costituisca un patrimonio del Paese
di tutto rispetto. Certo, se tutti i giorni, ogni gallo
che si desta grida unaccusa alla Rai, si demotiva
il suo stesso esistere e sulle sue eventuali macerie il
mercato può costruire la propria fortuna».
- Lei è contro il mercato o
contro i mercanti?
«Lasciamo perdere i mercanti che
per adesso non hanno volto. No, non sono contro il
mercato, ma ci vuole un equilibrio. Negli Usa le
compagnie proprietarie del grosso del mercato audiovisivo
sono cinque, che poi sono le stesse che controllano il 60
per cento del mercato mondiale. Vogliamo che accada la
stessa cosa anche in Europa? La cultura non può essere
monopolistica, altrimenti che cultura è?».
«Lindustria audiovisiva è
la più strategica nei prossimi dieci anni. LUnione
europea prevede infatti che entro il 2005 il mercato
audiovisivo europeo aumenterà del 63 per cento e creerà
250 mila nuovi posti di lavoro molto specializzati.
Vorrei che anche il nostro Paese avesse un grande
sviluppo nellindustria audiovisiva, così da avere
le chances per partecipare a buon diritto a questo
mercato. Solo la Tv pubblica oggi può assicurare il
passaggio dal ritardo tecnologico allo sviluppo adeguato,
investendo in produzione nazionale ed europea e nella
tecnologia necessaria per essere competitivi».
- Ma in questo modo lascia la
Rai così comè...
«No. Vorrei un cambiamento che non
tenda a marginalizzarla. È una questione di filosofia
sociale sulla Tv pubblica che la politica oggi deve
precisare meglio e di più. Faccio parte del gruppo di
esperti nominato dalla Commissione europea con
lincarico di elaborare lo scenario audiovisivo
futuro. Posso dire che il servizio pubblico sarà difeso
proprio per il suo significato sociale. La cosa che più
mi sorprende è la volontà evidente dei nostri partner
europei di mantenere il servizio pubblico televisivo a un
importante livello e constatare nel mio Paese una
tendenza opposta».
- In definitiva lei si oppone
al "dimagrimento" del servizio
pubblico, come direbbe DAlema?
«La Rai va meglio ancorata alle
sue motivazioni culturali di servizio pubblico e va
spinta a darsi unorganizzazione meno burocratica,
che la metta in grado di affrontare le sfide di
produzione e diffusione prospettate dal futuro:
produzione nazionale ed europea, posizionamento
progressivo nel sistema digitale. Un particolare non da
poco: se la Tv pubblica sarà ridimensionata, come si
evince dallinsieme della riforma progettata, chi si
prenderà la responsabilità del futuro di 11 mila
dipendenti? Bisogna sottolineare inoltre che la Rai è
già cambiata rispetto a un anno fa, contrariamente alle
critiche che vengono mosse, sta affrontando in concreto
la sfida tecnologica e quella industriale: per la prima
volta la fiction nazionale, ovvero Don Milani,
batte il grande cinema americano».
- Mi passi una domanda da
cittadino qualunque: perché devo pagare il
canone alla rai e non a mediaset?
«Dal punto di vista industriale le
aziende sono simili. È il contratto di servizio con lo
Stato a fare la differenza e a motivare il canone. Il
contratto prevede che la Rai grazie al canone offra
prodotti che garantiscano qualità, pluralismo,
obiettività, formazione culturale, educazione civile e
stimolo allo sviluppo tecnologico-industriale audiovisivo
del Paese. Questa è la missione primaria della Rai per
la quale i cittadini pagano il canone. La Tv commerciale
sa informare, la Tv pubblica deve anche
"coltivare". Quindi cultura non come obbligo
imposto, ma come aspettativa del pubblico. Poiché
secondo lultimo rapporto del Censis i due terzi
degli spettatori televisivi sono persone che si orientano
quasi esclusivamente guardando la Tv, ne deduco due cose:
il servizio pubblico è importante per la sua diversità;
la Tv pubblica, in un quadro di mutamenti sociali e di
mercato sempre più intensi, oggi più che mai deve
mantenere il legame sociale e lidentità culturale
del Paese».
- Che cosa manca a questa
Rai?
«La cultura del prodotto che non
sappiamo difendere, la creatività che è la miniera del
nostro futuro. Sono nata artisticamente nella Rai, e come
me tanti altri. Perché non continuare?».
Guglielmo
Nardocci
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