Famiglia Cristiana - Home Page
 
 

L’INTERVISTA

VIVA LA RAI

Le preoccupazioni di Liliana Cavani
sul futuro del servizio pubblico

di GUGLIELMO NARDOCCI
          

Famiglia Cristiana n. 52 del 31 dicembre 1997 - Home Page «Ho paura che il progetto di legge del Governo finirà con l’aggravare le difficoltà della Tv di Stato. Ma noi risponderemo con due grandi reti popolari di qualità».

Liliana Cavani, cineasta di fama internazionale (chi non ricorda Galileo, Francesco e Portiere di Notte), momentaneamente in prestito al consiglio di amministrazione della Rai; della donna ha il volto "mobile", capace di mutare espressione cento volte in un minuto come la luna di Shakespeare in una notte, ma senza essere mai bugiarda. Buona e terribile, accigliata e subito serena, dura quanto basta. Ne sa qualcosa il direttore generale della Rai Franco Iseppi: «Ma per favore niente polemiche», dice in questa intervista esclusiva a Famiglia Cristiana, «la posta in gioco è più alta e riguarda il futuro del servizio pubblico radiotelevisivo, che è in fortissimo pericolo e intorno al quale non vedo consapevolezze forti, quanto piuttosto il rischio di una privatizzazione strisciante che consegnerebbe la Rai alla logica del puro profitto».

  • Signora Cavani, dica la verità: che farebbe se avesse una bacchetta magica?

«Farei due grandi reti "popolari di qualità", con risorse di canone a livello europeo, la sola cosa che permetta una programmazione più libera ed espressiva della missione del servizio pubblico. Due reti aperte alle sfide dei nuovi linguaggi, una con vocazione anche internazionale, l’altra regionale».

  • Tipo Bbc?

«Esattamente. Fra l’altro la Bbc con due sole reti ha il doppio di dipendenti della Rai. Si tratta di spingere di più il servizio pubblico al suo impegno di produzione, che del resto è indispensabile allo sviluppo in atto dell’offerta di programmi».

  • Che non è esattamente il progetto del Governo...

«La previsione di una rete finanziata dal solo canone, cui verrebbe destinato almeno il 50 per cento dei 2.400 miliardi del canone, provocherà una tale rivoluzione finanziaria da rimettere in discussione tutto il servizio pubblico. Le risorse per le altre due reti sarebbero scarsissime e di conseguenza dovrebbero dipendere dal mercato pubblicitario per il 75-80 per cento delle loro esigenze; questa è una privatizzazione neanche troppo mascherata. Va aggiunto che nello stesso tempo il disegno di legge del Governo prevede una riduzione del tetto pubblicitario. Traendo le conclusioni da tutto ciò, vedo uno scenario in cui la Tv pubblica sarà marginalizzata».

  • E lei è contraria...

«Io dico semplicemente che, mentre Francia, Germania e Regno Unito si sono concesse una Tv pubblica con adeguato canone, proprio per la missione "diversa" che ha il servizio pubblico, il nostro Paese andrebbe in controtendenza come se non avesse bisogno di un servizio pubblico perché già molto coeso, con una forte identità culturale, e una solida industria del prodotto audiovisivo. Invece è vero tutto il contrario».

  • Dunque "rema contro" la tendenza in atto?

«Mi limito a sottolineare l’importanza, oggi più che mai, del servizio pubblico in questo Paese».

  • Però non mi pare che la Rai si differenzi molto dalle private...

«Gli errori sono stati commessi. Tuttavia penso che la Rai, con le sue competenze e le sue risorse di memoria, costituisca un patrimonio del Paese di tutto rispetto. Certo, se tutti i giorni, ogni gallo che si desta grida un’accusa alla Rai, si demotiva il suo stesso esistere e sulle sue eventuali macerie il mercato può costruire la propria fortuna».

  • Lei è contro il mercato o contro i mercanti?

«Lasciamo perdere i mercanti che per adesso non hanno volto. No, non sono contro il mercato, ma ci vuole un equilibrio. Negli Usa le compagnie proprietarie del grosso del mercato audiovisivo sono cinque, che poi sono le stesse che controllano il 60 per cento del mercato mondiale. Vogliamo che accada la stessa cosa anche in Europa? La cultura non può essere monopolistica, altrimenti che cultura è?».

  • Cosa vuol dire?

«L’industria audiovisiva è la più strategica nei prossimi dieci anni. L’Unione europea prevede infatti che entro il 2005 il mercato audiovisivo europeo aumenterà del 63 per cento e creerà 250 mila nuovi posti di lavoro molto specializzati. Vorrei che anche il nostro Paese avesse un grande sviluppo nell’industria audiovisiva, così da avere le chances per partecipare a buon diritto a questo mercato. Solo la Tv pubblica oggi può assicurare il passaggio dal ritardo tecnologico allo sviluppo adeguato, investendo in produzione nazionale ed europea e nella tecnologia necessaria per essere competitivi».

  • Ma in questo modo lascia la Rai così com’è...

«No. Vorrei un cambiamento che non tenda a marginalizzarla. È una questione di filosofia sociale sulla Tv pubblica che la politica oggi deve precisare meglio e di più. Faccio parte del gruppo di esperti nominato dalla Commissione europea con l’incarico di elaborare lo scenario audiovisivo futuro. Posso dire che il servizio pubblico sarà difeso proprio per il suo significato sociale. La cosa che più mi sorprende è la volontà evidente dei nostri partner europei di mantenere il servizio pubblico televisivo a un importante livello e constatare nel mio Paese una tendenza opposta».

  • In definitiva lei si oppone al "dimagrimento" del servizio pubblico, come direbbe D’Alema?

«La Rai va meglio ancorata alle sue motivazioni culturali di servizio pubblico e va spinta a darsi un’organizzazione meno burocratica, che la metta in grado di affrontare le sfide di produzione e diffusione prospettate dal futuro: produzione nazionale ed europea, posizionamento progressivo nel sistema digitale. Un particolare non da poco: se la Tv pubblica sarà ridimensionata, come si evince dall’insieme della riforma progettata, chi si prenderà la responsabilità del futuro di 11 mila dipendenti? Bisogna sottolineare inoltre che la Rai è già cambiata rispetto a un anno fa, contrariamente alle critiche che vengono mosse, sta affrontando in concreto la sfida tecnologica e quella industriale: per la prima volta la fiction nazionale, ovvero Don Milani, batte il grande cinema americano».

  • Mi passi una domanda da cittadino qualunque: perché devo pagare il canone alla rai e non a mediaset?

«Dal punto di vista industriale le aziende sono simili. È il contratto di servizio con lo Stato a fare la differenza e a motivare il canone. Il contratto prevede che la Rai grazie al canone offra prodotti che garantiscano qualità, pluralismo, obiettività, formazione culturale, educazione civile e stimolo allo sviluppo tecnologico-industriale audiovisivo del Paese. Questa è la missione primaria della Rai per la quale i cittadini pagano il canone. La Tv commerciale sa informare, la Tv pubblica deve anche "coltivare". Quindi cultura non come obbligo imposto, ma come aspettativa del pubblico. Poiché secondo l’ultimo rapporto del Censis i due terzi degli spettatori televisivi sono persone che si orientano quasi esclusivamente guardando la Tv, ne deduco due cose: il servizio pubblico è importante per la sua diversità; la Tv pubblica, in un quadro di mutamenti sociali e di mercato sempre più intensi, oggi più che mai deve mantenere il legame sociale e l’identità culturale del Paese».

  • Che cosa manca a questa Rai?

«La cultura del prodotto che non sappiamo difendere, la creatività che è la miniera del nostro futuro. Sono nata artisticamente nella Rai, e come me tanti altri. Perché non continuare?».

Guglielmo Nardocci
       

Famiglia Cristiana - Home Page
Periodici San Paolo - Home Page
  Famiglia Cristiana n. 52 del 31 dicembre 1997 - Home Page