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EDITORIALE


LA SFIDA DELLA SOLIDARIETÀ
NELL’ECONOMIA SENZA CONFINI

Famiglia Cristiana n. 52 del 31 dicembre 1997 - Home Page Nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace, Giovanni Paolo II sottolinea la necessità in ambito sociale di un equilibrio tra diritti e doveri. I molti «inquietanti interrogativi» sulla competizione economica a livello mondiale.

Nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace, intitolato Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti (vedi il testo alle pagine 6-8), Giovanni Paolo II cita tre volte insieme «i diritti e i doveri». In uno scritto indirizzato prima di tutto ai capi delle Nazioni il Papa inserisce così, ripetutamente e significativamente, un concetto che arricchisce la tematica dei diritti umani, di particolare attualità a cinquant’anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo da parte delle Nazioni Unite (10 dicembre 1948).

Il concetto è tanto semplice, quanto difficile da individuare nei comportamenti individuali e collettivi: non ci sono diritti senza doveri, e viceversa. Il Papa ricorda questa semplice ma difficile verità a tutti, a qualunque livello della società, e in particolare agli insegnanti, ai quali raccomanda di «instillare» nelle nuove generazioni «uno spiccato senso dei diritti e dei doveri, a partire dall’ambito stesso della comunità scolastica».

Per quanto riguarda la giustizia, insiste il Papa, è sua tipica proprietà «essere attenta e vigile nell’assicurare l’equilibrio tra diritti e doveri, nonché nel promuovere l’equa condivisione dei costi e dei benefici».

Questo discorso dei diritti e dei doveri non è certamente astratto né generico. Al contrario, esso è concreto e pertinente in un momento della storia dell’umanità in cui per la prima volta appare chiaro che ciò che non è giusto nei confronti di tutti gli uomini sulla Terra è anche fonte di conflitti sociali e di guerre vere e proprie. Nel suo Messaggio il Papa affronta direttamente come non mai il tema della cosiddetta "globalizzazione" dell’economia, diventato pane quotidiano di ogni persona ragionevole che cerca di capire verso dove stia andando il mondo.

La globalizzazione c’è già, e per accorgercene non c’era bisogno dei crolli delle Borse asiatiche. Per riferirsi alle tumultuose cose italiane di questi mesi, è globalizzazione ormai irreversibile il fatto che il mercato mondiale dei prodotti agricoli è dominato da alcune decine di grandi multinazionali, che determinano quote e costi di produzione, indici di qualità e sistemi di distribuzione, prezzi all’origine e al consumo.

Davanti a questa realtà diventa patetica la fiducia con cui molti continuano a pensare che basti dichiarare scioperi, intasare strade e autostrade, interrompere le linee ferroviarie, per ottenere dal Governo nazionale, a Parigi, Bonn o Roma, il riconoscimento dei propri "diritti", la cui "acquisizione", magari pacifica in altri tempi, si è ormai rivelata fragile fino all’inconsistenza.

Che fare, allora? Arrendersi a una globalizzazione che continuerà a fare vittime, come ne sta già facendo in tutto il mondo, anziché suscitare, come potrebbe e dovrebbe, nuovo sviluppo, nuovi consumi, nuovi lavori, nuove conquiste scientifiche e tecnologiche? La risposta del Papa è "no". Un "no" costruito sulla consapevolezza che la globalizzazione «porta con sé grandi speranze», ma anche «inquietanti interrogativi»: «Le relazioni tra gli Stati saranno più eque, oppure le competizioni economiche e le rivalità tra popoli e nazioni condurranno l’umanità verso una situazione di instabilità ancora maggiore?».

Il punto di riferimento per una risposta giusta e cristiana a questa domanda restano i diritti umani. Il Papa sa bene che essi soffrono concretamente di un doppio rischio: di essere sacrificati a interessate «specificità culturali» (allusione trasparente a certi Paesi asiatici, dove bassi salari e scarsa sicurezza sul lavoro vengono giustificati con abitudini ancestrali, filosofie e anche religioni arrendevoli e fatalistiche); e di veder negata «consistenza giuridica ai diritti economici, sociali e culturali», come già comincia a verificarsi anche in Paesi di lunga e celebrata tradizione democratica nelle aree più ricche del mondo.

La sfida, dice il Papa, è «di assicurare una globalizzazione nella solidarietà, senza marginalizzazione». E qui scatta un «evidente dovere di giustizia, che comporta notevoli implicazioni morali nell’organizzazione della vita economica, sociale, culturale e politica delle Nazioni». Questo è il punto: intendere globalizzazione come autonomia assoluta delle leggi economiche, senza rispetto non solo dei diritti, ma della vita stessa degli uomini, è inaccettabile per una coscienza cristiana. Non si tratta di invocare dirigismi o "Stati etici", ma di riconoscere che le ingiustizie sono veri e propri pericoli per la pace.

Chi legge il Messaggio del Papa vi trova le indicazioni dei terreni concreti su cui la legislazione e le politiche sociali ed economiche dei Governi nazionali e degli organismi internazionali debbono agire: il debito estero dei popoli poveri, sempre più marginalizzati; le situazioni di miseria estrema all’interno dei Paesi ricchi; la corruzione, poiché «l’uso fraudolento del denaro pubblico penalizza soprattutto i poveri»; l’assenza di mezzi per accedere equamente al credito; l’usura; la violenza sui bambini e sulle donne (prostituzione femminile, pornografia infantile, sfruttamento del lavoro minorile).

Così vi si trovano i rimedi, di natura etica e volontaristica, certo, ma in linea con tutto l’insegnamento costante di Cristo e della Chiesa: e soprattutto l’educazione «ad uno stile di vita semplice come condizione perché l’equa condivisione dei frutti della creazione di Dio possa diventare realtà». Insomma, diritti e doveri come strumenti di giustizia e, in fin dei conti, di buon vivere.

   Beppe Del Colle
    

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