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Nel suo Messaggio per la Giornata
mondiale della pace, Giovanni Paolo II sottolinea la
necessità in ambito sociale di un equilibrio tra diritti
e doveri. I molti «inquietanti interrogativi» sulla
competizione economica a livello mondiale. Nel suo Messaggio per la Giornata mondiale
della pace, intitolato Dalla giustizia di ciascuno
nasce la pace per tutti (vedi il testo alle pagine
6-8), Giovanni Paolo II cita tre volte insieme «i
diritti e i doveri». In uno scritto indirizzato prima di
tutto ai capi delle Nazioni il Papa inserisce così,
ripetutamente e significativamente, un concetto che
arricchisce la tematica dei diritti umani, di particolare
attualità a cinquantanni dalla Dichiarazione
universale dei diritti delluomo da parte delle
Nazioni Unite (10 dicembre 1948).
Il concetto è tanto semplice,
quanto difficile da individuare nei comportamenti
individuali e collettivi: non ci sono diritti senza
doveri, e viceversa. Il Papa ricorda questa semplice ma
difficile verità a tutti, a qualunque livello della
società, e in particolare agli insegnanti, ai quali
raccomanda di «instillare» nelle nuove generazioni
«uno spiccato senso dei diritti e dei doveri, a partire
dallambito stesso della comunità scolastica».
Per quanto riguarda la giustizia,
insiste il Papa, è sua tipica proprietà «essere
attenta e vigile nellassicurare lequilibrio
tra diritti e doveri, nonché nel promuovere lequa
condivisione dei costi e dei benefici».
Questo discorso dei diritti e dei
doveri non è certamente astratto né generico. Al
contrario, esso è concreto e pertinente in un momento
della storia dellumanità in cui per la prima volta
appare chiaro che ciò che non è giusto nei confronti di
tutti gli uomini sulla Terra è anche fonte di conflitti
sociali e di guerre vere e proprie. Nel suo Messaggio il
Papa affronta direttamente come non mai il tema della
cosiddetta "globalizzazione"
delleconomia, diventato pane quotidiano di ogni
persona ragionevole che cerca di capire verso dove stia
andando il mondo.
La globalizzazione cè già,
e per accorgercene non cera bisogno dei crolli
delle Borse asiatiche. Per riferirsi alle tumultuose cose
italiane di questi mesi, è globalizzazione ormai
irreversibile il fatto che il mercato mondiale dei
prodotti agricoli è dominato da alcune decine di grandi
multinazionali, che determinano quote e costi di
produzione, indici di qualità e sistemi di
distribuzione, prezzi allorigine e al consumo.
Davanti a questa realtà diventa
patetica la fiducia con cui molti continuano a pensare
che basti dichiarare scioperi, intasare strade e
autostrade, interrompere le linee ferroviarie, per
ottenere dal Governo nazionale, a Parigi, Bonn o Roma, il
riconoscimento dei propri "diritti", la cui
"acquisizione", magari pacifica in altri tempi,
si è ormai rivelata fragile fino allinconsistenza.
Che fare, allora? Arrendersi a una
globalizzazione che continuerà a fare vittime, come ne
sta già facendo in tutto il mondo, anziché suscitare,
come potrebbe e dovrebbe, nuovo sviluppo, nuovi consumi,
nuovi lavori, nuove conquiste scientifiche e
tecnologiche? La risposta del Papa è "no". Un
"no" costruito sulla consapevolezza che la
globalizzazione «porta con sé grandi speranze», ma
anche «inquietanti interrogativi»: «Le relazioni tra
gli Stati saranno più eque, oppure le competizioni
economiche e le rivalità tra popoli e nazioni
condurranno lumanità verso una situazione di
instabilità ancora maggiore?».
Il punto di riferimento per una
risposta giusta e cristiana a questa domanda restano i
diritti umani. Il Papa sa bene che essi soffrono
concretamente di un doppio rischio: di essere sacrificati
a interessate «specificità culturali» (allusione
trasparente a certi Paesi asiatici, dove bassi salari e
scarsa sicurezza sul lavoro vengono giustificati con
abitudini ancestrali, filosofie e anche religioni
arrendevoli e fatalistiche); e di veder negata
«consistenza giuridica ai diritti economici, sociali e
culturali», come già comincia a verificarsi anche in
Paesi di lunga e celebrata tradizione democratica nelle
aree più ricche del mondo.
La sfida, dice il Papa, è «di assicurare
una globalizzazione nella solidarietà, senza
marginalizzazione». E qui scatta un «evidente dovere di
giustizia, che comporta notevoli implicazioni morali
nellorganizzazione della vita economica, sociale,
culturale e politica delle Nazioni». Questo è il punto:
intendere globalizzazione come autonomia assoluta delle
leggi economiche, senza rispetto non solo dei diritti, ma
della vita stessa degli uomini, è inaccettabile per una
coscienza cristiana. Non si tratta di invocare dirigismi
o "Stati etici", ma di riconoscere che le
ingiustizie sono veri e propri pericoli per la pace.
Chi legge il Messaggio del Papa vi
trova le indicazioni dei terreni concreti su cui la
legislazione e le politiche sociali ed economiche dei
Governi nazionali e degli organismi internazionali
debbono agire: il debito estero dei popoli poveri, sempre
più marginalizzati; le situazioni di miseria estrema
allinterno dei Paesi ricchi; la corruzione, poiché
«luso fraudolento del denaro pubblico penalizza
soprattutto i poveri»; lassenza di mezzi per
accedere equamente al credito; lusura; la violenza
sui bambini e sulle donne (prostituzione femminile,
pornografia infantile, sfruttamento del lavoro minorile).
Così vi si trovano i rimedi, di
natura etica e volontaristica, certo, ma in linea con
tutto linsegnamento costante di Cristo e della
Chiesa: e soprattutto leducazione «ad uno stile di
vita semplice come condizione perché lequa
condivisione dei frutti della creazione di Dio possa
diventare realtà». Insomma, diritti e doveri come
strumenti di giustizia e, in fin dei conti, di buon
vivere.
Beppe
Del Colle
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