L’ITALIA DOPO KYOTO - Parla il ministro Ronchi

«MENO GOMMA PIÙ BINARIO»

di BARBARA CARAZZOLO
   

Famiglia Cristiana n. 52 del 31 dicembre 1997 - Home Page Il vertice ha stabilito misure per contenere le emissioni di gas, ma molti ambientalisti le ritengono insufficienti. «Attenzione, è un passo avanti», dice il ministro per l’Ambiente Ronchi, che spiega la via che l’Italia seguirà: aumentare il traffico su ferrovia e ridurre quello su strada.

Al di là delle polemiche un fatto è certo: con l’accordo di Kyoto la guerra contro l’effetto serra è finalmente e ufficialmente dichiarata. Dopo anni di negoziati, di rinvii e di fallimenti, i Governi di 160 Paesi, pur con molte distinzioni, hanno promesso di inserire nell’agenda dei loro impegni misure concrete per la riduzione delle emissioni dei gas serra, responsabili ormai accertati del progressivo riscaldamento del pianeta. Lo avevano già fatto nel ’92 a Rio de Janeiro ma con promesse troppo generiche che sono state di fatto ignorate. Il protocollo firmato ora a Kyoto, invece, frutto di un’estenuante battaglia condotta soprattutto dall’Unione europea, potrebbe segnare una svolta. A patto che sia ratificato da almeno 55 Paesi che rappresentino il 55 per cento delle emissioni complessive di anidride carbonica nel 1990.

Il trattato prevede che 38 nazioni industrializzate diminuiscano del 5 per cento complessivo rispetto ai livelli del ’90 le loro produzioni di gas serra (anidride carbonica, metano, ossido di azoto e tre idrocarburi alogenati) tra il 2008 e il 2012. Le riduzioni più significative saranno a carico dell’Unione europea (–8 per cento, degli Stati Uniti (–7 per cento) e del Giappone (–6 per cento). Chi non riuscirà a mantenersi entro i limiti assegnati potrà acquistare parte delle "quote" di emissioni di altri Stati più "virtuosi" che, invece, sono riusciti ad arrivare sotto la soglia loro assegnata. Le regole su questo commercio delle emissioni e sulle sanzioni previste verranno fissate durante la conferenza convocata a Buenos Aires nel novembre del 1998.

Secondo le maggiori associazioni ambientaliste, gli accordi di Kyoto equivalgono a dare a un malato grave l’aspirina invece degli antibiotici. Il ministro dell’Ambiente italiano Edo Ronchi, però, avverte: «A Kyoto abbiamo rischiato addirittura di non firmare alcun protocollo e questo sarebbe stato il vero fallimento. Anche la linea americana di arrivare alla semplice stabilizzazione delle emissioni, senza cioè ulteriori riduzioni, sarebbe stata una sconfitta. È necessario essere più prudenti nell’esprimere critiche al risultato di Kyoto perché altrimenti si rischia di fare il gioco di chi, e saranno tanti perché gli interessi in gioco sono consistenti, tenterà di delegittimare l’accordo e di renderlo non operativo. Molte associazioni ambientaliste che hanno espresso delusione non hanno tutti i torti: l’allarme è concreto e c’è una sproporzione tra il problema e gli impegni concreti dei Governi. Ma questo è un importante passo avanti e bisogna premere perché tutti i Paesi che hanno sottoscritto l’accordo lo ratifichino e lo attuino».

  • Resta il problema dei Paesi in via di sviluppo, che non hanno aderito...

«È un problema vero. Le emissioni di questi Paesi sono passate da circa 7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica nel ’90 a 8,3 miliardi di tonnellate nel ’95. Se manterranno questo ritmo di crescita, nel 2010 eguaglieranno le attuali emissioni dei Paesi industrializzati che sono 13 miliardi di tonnellate. A questo punto il totale mondiale, anche applicando il trattato di Kyoto ai soli Paesi industrializzati, salirà a 26 miliardi di tonnellate rispetto ai 21 del 1990. Una crescita troppo consistente per interrompere i cambiamenti climatici. Gli americani avrebbero voluto subito un’adesione più vincolante da parte di questi Paesi che, invece, chiedevano di aderire solo dopo che le nazioni industrializzate fossero riuscite effettivamente a ridurre le loro emissioni. Tra l’altro, con il 70 per cento della popolazione mondiale, i Paesi in via di sviluppo sono responsabili del 28 per cento delle emissioni mentre quelli industrializzati, con il 25 per cento della popolazione, causano circa il 60 per cento delle emissioni. È sostanzialmente passata la posizione europea: non è possibile partire subito tutti con lo stesso grado di impegno, il primo sforzo tocca ai Paesi industrializzati. Gli altri vanno incentivati e aiutati, anche con trasferimenti di tecnologie».

  • Cosa significa, per l’Italia, aderire al trattato di Kyoto?

«Siamo l’unico Paese europeo che si è presentato a Kyoto con un programma di misure concrete. È stata già approvata dal Governo una delibera del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, con la comunicazione del programma, con tanto di misure e costi, per la riduzione delle emissioni. Una riduzione del 7 per cento richiederà 91 mila miliardi di investimenti ma non si tratta di un puro costo. Di questi, infatti, 32 mila miliardi sono già previsti dal Governo per i trasporti locali e ferroviari. Questo è il primo settore su cui dobbiamo concentrare l’attenzione perché è qui la tendenza all’aumento maggiore di emissioni. Abbiamo troppe merci che viaggiano su gomma e un traffico veicolare privato eccessivo e affidato ad automobili vecchie che consumano molto. Sono già nei programmi del Governo lo spostamento di una quota consistente di merci dal trasporto su gomma alla ferrovia e al trasporto marittimo, il potenziamento del trasporto pubblico locale e l’incremento di auto meno inquinanti.

«Il secondo settore di intervento è quello della produzione di energia elettrica, dove occorrerà migliorare e incrementare le fonti rinnovabili e il rendimento delle centrali elettriche, in particolare con i nuovi sistemi di cogenerazione a gas che riescono a spuntare livelli di efficienza energetica intorno al 55 per cento.

«È prevista una Conferenza nazionale sull’energia, già annunciata dal ministro dell’Industria, dove si potrà fare il punto della situazione. Anche la bonifica delle discariche porterà un beneficio, visto che il metano ha un potere di gas serra molto elevato. C’è poi il settore industriale e dei beni di consumo. L’Italia è leader nella produzione di elettrodomestici e specializzarsi in quelli a basso consumo energetico potrebbe essere un’ottimo investimento. Se l’Unione europea punta a ritagliarsi un ruolo di leader nel passaggio a un modello di sviluppo sostenibile, lo fa anche per ragioni di mercato, di tecnologia e di concorrenza industriale. Esserci, per noi italiani, è un’occasione da non perdere».

Barbara Carazzolo
    
         

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