 |
Il vertice ha stabilito misure per
contenere le emissioni di gas, ma molti ambientalisti le
ritengono insufficienti. «Attenzione, è un passo
avanti», dice il ministro per lAmbiente Ronchi,
che spiega la via che lItalia seguirà: aumentare
il traffico su ferrovia e ridurre quello su strada. Al di là delle polemiche un fatto è certo:
con laccordo di Kyoto la guerra contro
leffetto serra è finalmente e ufficialmente
dichiarata. Dopo anni di negoziati, di rinvii e di
fallimenti, i Governi di 160 Paesi, pur con molte
distinzioni, hanno promesso di inserire nellagenda
dei loro impegni misure concrete per la riduzione delle emissioni dei gas serra,
responsabili ormai accertati del progressivo
riscaldamento del pianeta. Lo avevano già fatto nel
92 a Rio de Janeiro ma con promesse troppo
generiche che sono state di fatto ignorate. Il protocollo
firmato ora a Kyoto, invece, frutto di unestenuante
battaglia condotta soprattutto dallUnione europea,
potrebbe segnare una svolta. A patto che sia ratificato
da almeno 55 Paesi che rappresentino il 55 per cento
delle emissioni complessive di anidride carbonica nel
1990.
Il trattato prevede che 38 nazioni
industrializzate diminuiscano del 5 per cento complessivo
rispetto ai livelli del 90 le loro produzioni di
gas serra (anidride carbonica, metano, ossido di azoto e
tre idrocarburi alogenati) tra il 2008 e il 2012. Le
riduzioni più significative saranno a carico
dellUnione europea (8 per cento, degli Stati
Uniti (7 per cento) e del Giappone (6 per
cento). Chi non riuscirà a mantenersi entro i limiti
assegnati potrà acquistare parte delle "quote"
di emissioni di altri Stati più "virtuosi"
che, invece, sono riusciti ad arrivare sotto la soglia
loro assegnata. Le regole su questo commercio delle
emissioni e sulle sanzioni previste verranno fissate
durante la conferenza convocata a Buenos Aires nel
novembre del 1998.
Secondo le maggiori associazioni
ambientaliste, gli accordi di Kyoto equivalgono a dare a
un malato grave laspirina invece degli antibiotici.
Il ministro dellAmbiente italiano Edo Ronchi,
però, avverte: «A Kyoto abbiamo rischiato addirittura
di non firmare alcun protocollo e questo sarebbe stato il
vero fallimento. Anche la linea americana di arrivare
alla semplice stabilizzazione delle emissioni, senza
cioè ulteriori riduzioni, sarebbe stata una sconfitta.
È necessario essere più prudenti nellesprimere
critiche al risultato di Kyoto perché altrimenti si
rischia di fare il gioco di chi, e saranno tanti perché
gli interessi in gioco sono consistenti, tenterà di
delegittimare laccordo e di renderlo non operativo.
Molte associazioni ambientaliste che hanno espresso
delusione non hanno tutti i torti: lallarme è
concreto e cè una sproporzione tra il problema e
gli impegni concreti dei Governi. Ma questo è un
importante passo avanti e bisogna premere perché tutti i
Paesi che hanno sottoscritto laccordo lo
ratifichino e lo attuino».
- Resta il problema dei Paesi
in via di sviluppo, che non hanno aderito...
«È un problema vero. Le emissioni
di questi Paesi sono passate da circa 7 miliardi di
tonnellate di anidride carbonica nel 90 a 8,3
miliardi di tonnellate nel 95. Se manterranno
questo ritmo di crescita, nel 2010 eguaglieranno le
attuali emissioni dei Paesi industrializzati che sono 13
miliardi di tonnellate. A questo punto il totale
mondiale, anche applicando il trattato di Kyoto ai soli
Paesi industrializzati, salirà a 26 miliardi di
tonnellate rispetto ai 21 del 1990. Una crescita troppo
consistente per interrompere i cambiamenti climatici. Gli
americani avrebbero voluto subito unadesione più
vincolante da parte di questi Paesi che, invece,
chiedevano di aderire solo dopo che le nazioni
industrializzate fossero riuscite effettivamente a
ridurre le loro emissioni. Tra laltro, con il 70
per cento della popolazione mondiale, i Paesi in
via di sviluppo sono responsabili del 28 per cento delle
emissioni mentre quelli industrializzati, con il 25 per
cento della popolazione, causano circa il 60 per cento
delle emissioni. È sostanzialmente passata la posizione
europea: non è possibile partire subito tutti con lo
stesso grado di impegno, il primo sforzo tocca ai Paesi
industrializzati. Gli altri vanno incentivati e aiutati,
anche con trasferimenti di tecnologie».
- Cosa significa, per
lItalia, aderire al trattato di Kyoto?
«Siamo lunico Paese europeo
che si è presentato a Kyoto con un programma di misure
concrete. È stata già approvata dal Governo una
delibera del Cipe, il Comitato interministeriale per la
programmazione economica, con la comunicazione del
programma, con tanto di misure e costi, per la riduzione
delle emissioni. Una riduzione del 7 per cento
richiederà 91 mila miliardi di investimenti ma non si
tratta di un puro costo. Di questi, infatti, 32 mila
miliardi sono già previsti dal Governo per i trasporti
locali e ferroviari. Questo è il primo settore su cui
dobbiamo concentrare lattenzione perché è qui la
tendenza allaumento maggiore di emissioni. Abbiamo
troppe merci che viaggiano su gomma e un traffico
veicolare privato eccessivo e affidato ad automobili
vecchie che consumano molto. Sono già nei programmi del
Governo lo spostamento di una quota consistente di merci
dal trasporto su gomma alla ferrovia e al trasporto
marittimo, il potenziamento del trasporto pubblico locale
e lincremento di auto meno inquinanti.
«Il secondo settore di intervento
è quello della produzione di energia elettrica, dove
occorrerà migliorare e incrementare le fonti rinnovabili
e il rendimento delle centrali elettriche, in particolare
con i nuovi sistemi di cogenerazione a gas che riescono a
spuntare livelli di efficienza energetica intorno al 55
per cento.
«È prevista una Conferenza
nazionale sullenergia, già annunciata dal ministro
dellIndustria, dove si potrà fare il punto della
situazione. Anche la bonifica delle discariche porterà
un beneficio, visto che il metano ha un potere di gas
serra molto elevato. Cè poi il settore industriale
e dei beni di consumo. LItalia è leader nella
produzione di elettrodomestici e specializzarsi in quelli
a basso consumo energetico potrebbe essere unottimo
investimento. Se lUnione europea punta a
ritagliarsi un ruolo di leader nel passaggio a un modello
di sviluppo sostenibile, lo fa anche per ragioni di
mercato, di tecnologia e di concorrenza industriale.
Esserci, per noi italiani, è unoccasione da non
perdere».
Barbara
Carazzolo
|