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don Leonardo Zega

Colloqui col padre  
        
Famiglia Cristiana n. 51 del 24 dicembre 1997 - Home Page RISPOSTE BREVI

Un figlio "perso" da ritrovare

ELLE ESSE - Si ricorda di me, padre? Le scrivemmo, mio marito ed io, per raccontarle l’angoscia che ci ha preso da quando nostro figlio ventiduenne ha deciso di entrare in convento per diventare frate francescano. Sul n. 43 ho letto la risposta che lei ha dato a quella mamma la cui figlia si è fatta suora di clausura. Lei ringrazia Dio per quella scelta, io non ci riesco.

Il nostro unico figlio ci manca tanto, il vuoto che ha lasciato è incolmabile. Personalmente lo ritengo "perso" e, quando vado a trovarlo, vorrei portarmelo a casa, fargli capire che in famiglia la sua presenza è indispensabile. Vorremmo uscire da questa apatia, dalla nebbia da cui siamo avvolti. Anch’io vorrei arrivare a dire: «Signore, sia fatta la tua volontà», ma non ce la faccio.

Forse può aiutarvi una riflessione di comune buon senso: quali che siano le scelte che i figli fanno, il distacco è inevitabile. Essi non sono "dei" genitori e neppure "per" i genitori. Non lo sono di certo più di quanto siano "di Dio" e "per Dio" nella cui volontà è la nostra pace. È solo su questa strada che il figlio "perso" può essere ritrovato.
   

Tutti alla fiera di Babbo Natale

GESÙ BAMBINO - «Caro Babbo Natale, una volta tutti i bambini scrivevano a me, ora invece la maggior parte scrive a te; forse tanti non scrivono più a nessuno dei due. Io non so da che parte sei sbucato, so che indossi un caldo pastrano rosso che ti ripara dal freddo, che hai una barba bianca, un cappuccio rosso e gli stivali neri; so che arrivi su una slitta stracarica di doni, trainata da una renna e che nulla ti può fermare. Forse oggi i bambini scrivono a te perché hanno capito che un bimbo appena nato, come me, non può andare in giro di notte a distribuire giocattoli, che oggi, tra l’altro, sono diventati particolarmente pesanti: computer, mitragliatrici, telefonini, televisori, armi automatiche e roba del genere; io mi limitavo a una palla, un cerchio, una bambola, qualche dolcetto.

Capisco: dopo duemila anni, non ce la faccio più a stare al passo coi tempi. Ma visto che mi hai sostituito così bene, non potresti passare anche da me e portarmi almeno un pannolino asciutto? Sai, quello che ho è tutto bagnato e non voglio svegliare mia madre che si è appena addormentata. Grazie per tutto il lavoro che stai facendo al posto mio. Ma attento: con tutte quelle armi che trasporti non vorrei che ti facessi male. Ciao e buon Natale!».

È vero, non c’è soltanto il "bianco Natale" euforico e spensierato; c’è anche il Natale "amaro" di chi riflette sul massacro consumistico di Gesù Bambino.

d.l.
    

L'ANGOLO DELLA SPERANZA

Ma quanti amici attorno a te, Elisabetta
   

PATRICIA - Mentre leggevo la lettera di Elisabetta (n. 43: "Quattordici anni, brutta e imbranata"), prima della metà mi sono fermata per esclamare tra me e me: «Ma come scrive bene! Personale, creativa, incisiva». Poi ho letto la tua bella risposta e mi sono trovata completamente d’accordo con te. «Coraggio, Elisabetta, hai ricevuto un bel dono: abbine cura. Forse non hai ricevuto quello della bellezza, ma a Marilyn Monroe non è mica servito a molto. E madre Teresa di Calcutta non era certo una bellezza, eppure...».

LUISA - «Ricordo che a quattordici anni, oltre che brutta, grassa e goffa, portavo un paio di occhiali con delle lenti spesse quattro dita ed ero piena di tic nervosi che mi facevano deridere da tutti i compagni; in più ero talmente distratta dai miei problemi che inciampavo e cadevo continuamente. Eppure adesso sono una tranquilla signora quarantenne, con un lavoro e una vita normalissima. Il tempo è il miglior dottore, specie per i brutti. Sei troppo simpatica e spiritosa per non accettarti come sei. E la tua lettera sprizza intelligenza. Ti abbraccio».

MARIELLA - Alla bellissima risposta che hai dato ad Elisabetta aggiungo la mia storia di ragazza bruttina, vista però da una certa distanza. La "goffaggine" si supera con l’età: quando la crescita fisica e psichica raggiungono lo stesso livello tutto si riequilibra. «Cara amica, ti sentirai più sciolta, più sicura e riuscirai a comunicare meglio ciò che hai dentro. Un aspetto positivo è che, nel nostro caso, siamo sicure che l’interesse che suscitiamo non è dovuto alla nostra avvenenza e questo aiuta ad affinare la sensibilità, a non essere superficiali con noi stesse e con gli altri. A ventidue anni, quando mi sono sposata, io non ero diventata bella e non lo sono diventata neppure dopo; tuttavia mi sono ritrovata serena, sicura e responsabile delle mie scelte. Vedrai che piano piano quel che hai dentro darà stile e luce al tuo volto e ti renderà una persona dal fascino unico. Valorizza le doti che il Signore ti ha dato (probabilmente ha disegnato con una mano sola, ma con l’altra pescava grosso nel sacco delle doti interiori) e ringrazialo di questo».

A.F. - «Ti capisco, cara Elisabetta, ma non disperare. Non occorre avere il volto di una star né il fisico di una top model per essere felici. Il tuo volto non ha grande importanza: nel tuo animo ci può essere tanto fuoco di amore e di poesia da incantare come un’opera d’arte».

FABRIZIO - «Cara Elisabetta, alla tua età io venivo preso in giro dai miei compagni perché leggevo una rivista seria come Famiglia Cristiana, pensa un po’. La verità è che a quattordici anni (ma anche a quindici, sedici e forse più) i ragazzi e le ragazze in genere hanno in testa pensieri ben più banali dei tuoi. Se fossero tutti come te, il mio lavoro di catechista sarebbe molto ma molto più semplice e tranquillo. Al giorno d’oggi non è assolutamente difficile farsi belli (forse dovrei dire "apparire" belli): ci sono un sacco di noiosissime tecniche di vario tipo per migliorare il fisico. Ma ne vale la pena quando si è belli "dentro" come sei tu?».

 

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