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RISPOSTE
BREVI Un figlio
"perso" da ritrovare
ELLE ESSE - Si ricorda di
me, padre? Le scrivemmo, mio marito ed io, per
raccontarle langoscia che ci ha preso da quando
nostro figlio ventiduenne ha deciso di entrare in
convento per diventare frate francescano. Sul n. 43 ho
letto la risposta che lei ha dato a quella mamma la cui
figlia si è fatta suora di clausura. Lei ringrazia Dio
per quella scelta, io non ci riesco.
Il nostro unico figlio ci manca
tanto, il vuoto che ha lasciato è incolmabile.
Personalmente lo ritengo "perso" e, quando vado
a trovarlo, vorrei portarmelo a casa, fargli capire che
in famiglia la sua presenza è indispensabile. Vorremmo
uscire da questa apatia, dalla nebbia da cui siamo
avvolti. Anchio vorrei arrivare a dire: «Signore,
sia fatta la tua volontà», ma non ce la faccio.
Forse può
aiutarvi una riflessione di comune buon senso: quali che
siano le scelte che i figli fanno, il distacco è
inevitabile. Essi non sono "dei" genitori e
neppure "per" i genitori. Non lo sono di certo
più di quanto siano "di Dio" e "per
Dio" nella cui volontà è la nostra pace. È solo
su questa strada che il figlio "perso" può
essere ritrovato.
Tutti alla
fiera di Babbo Natale
GESÙ BAMBINO - «Caro
Babbo Natale, una volta tutti i bambini scrivevano a me,
ora invece la maggior parte scrive a te; forse tanti non
scrivono più a nessuno dei due. Io non so da che parte
sei sbucato, so che indossi un caldo pastrano rosso che
ti ripara dal freddo, che hai una barba bianca, un
cappuccio rosso e gli stivali neri; so che arrivi su una
slitta stracarica di doni, trainata da una renna e che
nulla ti può fermare. Forse oggi i bambini scrivono a te
perché hanno capito che un bimbo appena nato, come me,
non può andare in giro di notte a distribuire
giocattoli, che oggi, tra laltro, sono diventati
particolarmente pesanti: computer, mitragliatrici,
telefonini, televisori, armi automatiche e roba del
genere; io mi limitavo a una palla, un cerchio, una
bambola, qualche dolcetto.
Capisco: dopo duemila anni, non
ce la faccio più a stare al passo coi tempi. Ma visto
che mi hai sostituito così bene, non potresti passare
anche da me e portarmi almeno un pannolino asciutto? Sai,
quello che ho è tutto bagnato e non voglio svegliare mia
madre che si è appena addormentata. Grazie per tutto il
lavoro che stai facendo al posto mio. Ma attento: con
tutte quelle armi che trasporti non vorrei che ti facessi
male. Ciao e buon Natale!».
È
vero, non cè soltanto il "bianco Natale"
euforico e spensierato; cè anche il Natale
"amaro" di chi riflette sul massacro
consumistico di Gesù Bambino.
d.l.
L'ANGOLO DELLA
SPERANZA
| Ma quanti amici attorno a
te, Elisabetta |
| PATRICIA
- Mentre leggevo la lettera di Elisabetta (n.
43: "Quattordici anni, brutta e
imbranata"), prima della metà mi sono
fermata per esclamare tra me e me: «Ma come
scrive bene! Personale, creativa, incisiva». Poi
ho letto la tua bella risposta e mi sono trovata
completamente daccordo con te. «Coraggio,
Elisabetta, hai ricevuto un bel dono: abbine
cura. Forse non hai ricevuto quello della
bellezza, ma a Marilyn Monroe non è mica servito
a molto. E madre Teresa di Calcutta non era certo
una bellezza, eppure...».
LUISA - «Ricordo
che a quattordici anni, oltre che brutta, grassa
e goffa, portavo un paio di occhiali con delle
lenti spesse quattro dita ed ero piena di tic
nervosi che mi facevano deridere da tutti i
compagni; in più ero talmente distratta dai miei
problemi che inciampavo e cadevo continuamente.
Eppure adesso sono una tranquilla signora
quarantenne, con un lavoro e una vita
normalissima. Il tempo è il miglior dottore,
specie per i brutti. Sei troppo simpatica e
spiritosa per non accettarti come sei. E la tua
lettera sprizza intelligenza. Ti abbraccio».
MARIELLA - Alla
bellissima risposta che hai dato ad Elisabetta
aggiungo la mia storia di ragazza bruttina, vista
però da una certa distanza. La
"goffaggine" si supera con letà:
quando la crescita fisica e psichica raggiungono
lo stesso livello tutto si riequilibra. «Cara
amica, ti sentirai più sciolta, più sicura e
riuscirai a comunicare meglio ciò che hai
dentro. Un aspetto positivo è che, nel nostro
caso, siamo sicure che linteresse che
suscitiamo non è dovuto alla nostra avvenenza e
questo aiuta ad affinare la sensibilità, a non
essere superficiali con noi stesse e con gli
altri. A ventidue anni, quando mi sono sposata,
io non ero diventata bella e non lo sono
diventata neppure dopo; tuttavia mi sono
ritrovata serena, sicura e responsabile delle mie
scelte. Vedrai che piano piano quel che hai
dentro darà stile e luce al tuo volto e ti
renderà una persona dal fascino unico. Valorizza
le doti che il Signore ti ha dato (probabilmente
ha disegnato con una mano sola, ma con
laltra pescava grosso nel sacco delle doti
interiori) e ringrazialo di questo».
A.F. - «Ti
capisco, cara Elisabetta, ma non disperare. Non
occorre avere il volto di una star né il
fisico di una top model per essere felici.
Il tuo volto non ha grande importanza: nel tuo
animo ci può essere tanto fuoco di amore e di
poesia da incantare come unopera
darte».
FABRIZIO - «Cara
Elisabetta, alla tua età io venivo preso in giro
dai miei compagni perché leggevo una rivista
seria come Famiglia Cristiana, pensa un
po. La verità è che a quattordici anni
(ma anche a quindici, sedici e forse più) i
ragazzi e le ragazze in genere hanno in testa
pensieri ben più banali dei tuoi. Se fossero
tutti come te, il mio lavoro di catechista
sarebbe molto ma molto più semplice e
tranquillo. Al giorno doggi non è
assolutamente difficile farsi belli (forse dovrei
dire "apparire" belli): ci sono un
sacco di noiosissime tecniche di vario tipo per
migliorare il fisico. Ma ne vale la pena quando
si è belli "dentro" come sei tu?».
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