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SANITÀ A RISCHIO

MORIRE D’OSPEDALE

 Il Tribunale per i diritti del malato traccia la mappa dei pericoli

di LUCIANA SAIBENE
    

Famiglia Cristiana n. 46 del 19 novembre 1997 - Home Page Dopo il tragico incendio nella camera iperbarica del Galeazzi di Milano, nel quale sono morte undici persone, il sistema sanitario italiano finisce sotto accusa. Mancanza di controlli, attrezzature inadeguate, scarico di competenze: ecco come stanno le cose.
       

Trasformare gli ospedali italiani in ospedali: è lo slogan che il Tribunale per i diritti del malato sta portando in giro per l’Italia dal primo ottobre. Campeggia sui volantini distribuiti dal PiTbus (il pulmino che accoglie una delegazione itinerante del Tribunale, Teresa Petrangolini in testa: segretaria nazionale), che entro la metà di novembre avrà toccato trenta città italiane. E i suoi ospedali principali. In un viaggio che ha lo scopo di verificare la qualità dei servizi sanitari e raccogliere le esperienze dei cittadini circa il loro funzionamento.

Mai itinerario del genere s’è rivelato così opportuno: il 4 novembre scorso, a sei tappe dalla sua conclusione, il viaggio ha toccato Milano, dove solo qualche giorno prima era scoppiata la tragedia del Galeazzi. E dove campeggiano da tempo, nelle cronache cittadine, i problemi del Policlinico.

Teresa Petrangolini, con la sua delegazione, è andata anche al Policlinico, e ovviamente al Galeazzi. Ma non ha alcuna intenzione di innescare polemiche: «La nostra missione è fondamentalmente quella di offrire ai cittadini informazione, consulenza e aiuto per far valere i propri diritti. Sicurezza compresa. Sulla questione Galeazzi abbiamo intenzione di costituirci parte civile e di chiedere, come abbiamo detto chiaro al direttore sanitario, Ezio Zambrelli, la convocazione immediata della conferenza dei servizi prevista ogni anno dalla legge 502 all’articolo 14. Con la partecipazione dei rappresentanti degli utenti, degli operatori sanitari e degli amministratori per fare chiarezza sull’accaduto e soprattutto prendere provvedimenti perché incidenti del genere non si verifichino mai più. Ma non dimentichiamolo: rischi per la propria salute e per la propria sicurezza si corrono in molte altre strutture sanitarie del nostro Paese. Come dimostrano le segnalazioni dei cittadini che pervengono al Tribunale ogni giorno: qualche ora fa abbiamo saputo dell’incendio scoppiato, e per fortuna sedato, al Policlinico Umberto Primo di Roma, nei pressi della radiologia generale. E di qualche minuto fa è la segnalazione di un paziente ustionato dalle piastre della messa a terra durante una operazione chirurgica».

Sono i pazienti o i parenti dei malati a segnalare ogni giorno disservizi, disfunzioni, incidenti anche gravi. Ma sono anche gli operatori sanitari che sempre più spesso denunciano le condizioni precarie in cui sono costretti a lavorare. Sulla base di queste segnalazioni e denunce raccolte da almeno un anno e mezzo, il Tribunale per i diritti del malato ha diffuso recentemente una mappa dei rischi che il cittadino corre, fino al rischio di morte, nelle strutture ospedaliere. Per lo più dovuti a mancanza di controlli, carenza di manutenzione di macchinari e impianti, scarsi investimenti sulla sicurezza dei pazienti.

Al primo posto il Tribunale colloca i rischi derivati dalla scorretta pulizia dei filtri per la dialisi. «A causa di questa incuria molti pazienti dializzati hanno contratto infezioni del tutto indipendenti dalla loro patologia. Epatite C compresa», spiega Teresa Petrangolini. «Epatite C che, insieme con il virus Hiv, ha colpito finora 35.000 pazienti a causa di trasfusioni con sangue infetto. Vero è che oggi il sangue è ben più sicuro di qualche anno fa, ma attenzione, non al cento per cento. Basta dare un’occhiata ai dati di diffusione dell’epatite negli ultimi anni».

Ma, sostengono al Tribunale per i diritti del malato, molte altre infezioni sono in agguato in ospedale: soprattutto le infezioni da staffilococco, fino alle più gravi, come quella da citomegalovirus o da pseudomonas aeruginosa, spesso dovute a imperfetta sterilità di ambienti che invece dovrebbero essere sterili. Come quelli destinati, per esempio, a pazienti trapiantati che sono in terapia antirigetto.

Per non parlare delle sale operatorie – sono gli stessi chirurghi in qualche caso ad ammetterlo – dotate di apparecchiature di monitoraggio spesso alterate. E che dire delle ustioni segnalate da molti, anche gravissime, causate dal cattivo funzionamento delle placche di messa a terra, per elettrobisturi e diatermocoagulatori?

Anche le anestesie, si sa, e le radioterapie non sono immuni da rischi. «Quante volte», racconta Petrangolini, «il Tribunale si è trovato a difendere donne che avevano contratto piaghe difficilmente rimarginabili dopo cicli di radioterapia per tumore? E i danni causati da anestesia, per mancate o errate valutazioni preoperatorie?».

Infine, ma l’elenco potrebbe continuare, sotto accusa, almeno stando ai dati del Tribunale, sono anche le incubatrici e le celle frigorifere. Le prime, per mancanza di manutenzione e quindi per cattivo funzionamento, possono causare ustioni, provocate da sovraesposizione dei neonati al calore. E le celle frigorifere, non controllate a dovere, qualche volta subiscono sbalzi di tensione che costringono a gettare intere partite di sangue o di plasma. Senza contare il rischio di trasfondere sangue alterato se non ci si accorge della disfunzione.

«E non dimentichiamo», conclude Teresa Petrangolini, «un dato in costante aumento: le fratture negli anziani ricoverati. La maggior parte dovute alla mancata applicazione di misure di sicurezza essenziali: come i pavimenti antisdrucciolo nei bagni, i corrimano e le sbarre protettive ai letti».

«Ma figuriamoci», commenta un operatore sanitario: «Se in alcuni ospedali mancano persino le uscite di sicurezza, tant’è che la segnaletica relativa, e obbligatoria, è praticamente sovrapposta a quella delle uscite ordinarie, come vuole che ci si preoccupi dei pavimenti antisdrucciolo nelle toilette?».

Luciana Saibene

Sirchia: «Qualità e sicurezza, insieme»
   
La perfezione possibile e La qualità non costa: nei titoli di due famosi libri, rispettivamente di Joseph Juran e Philip Crosby, guru, insieme con Edward Deming, del total quality management dal dopoguerra, si riassume il concetto di sicurezza e di economicità della sicurezza così come lo intende il professor Girolamo Sirchia, direttore del Centro trasfusionale a Immunologia dei trapianti del Policlinico di Milano, primo in Italia ad ottenere, nel luglio scorso, la certificazione di qualità ISO 9002. Certificazione che, qualche giorno fa, è stata concessa anche al Centro cardiochirurgico De Gasperis dell’Ospedale Niguarda, diretto dal professor Pellegrini. In sostanza un sistema di qualità che tende all’infinito all’eliminazione anche del più piccolo errore. Crosby lo chiamava Zd, zero defect: un programma che coinvolge tutto il sistema di produzione, e di gestione. E tutto il personale, dirigenti in testa e fornitori compresi.

Spiega Sirchia, che alla certificazione ISO ha cominciato a lavorare sette anni fa, nel ’90, ben sapendo che attivare un programma del genere avrebbe comportato anni di lavoro: «Un sistema di sicurezza non può prescindere da un programma di qualità. Qualità globale, come si dice. E come si attiva? Occorre innanzitutto, in una industria metalmeccanica come in un’azienda sanitaria, che si nomini un responsabile della qualità che, con un suo staff altamente specializzato si dedichi a tempo pieno alla realizzazione del programma. Occorre poi che si identifichino nel dettaglio tutti i passaggi del processo produttivo e che ciascuno collabori, per la sua parte, a questa stesura, assumendosene la responsabilità piena».

«Ma occorre anche», continua Sirchia, «che di questo processo si individuino i punti critici, cioè quelli in cui si può verificare un errore e si mettano in atto le strategie necessarie a evitarlo. Nella sanità può trattarsi di errore diagnostico, di errore terapeutico, ma anche di errore umano, con la differenza che il rischio non è un bullone difettato ma la vita di una persona. Occorre infine prevedere che l’errore si verifichi e mettere a punto i provvedimenti adatti a contenerne i danni.

Ma una volta gestito bisogna mettere in atto tutto quanto è possibile per migliorare la prevenzione. Un sistema del genere, definito in dettaglio, dovrebbe costituire il manuale di qualità d’ogni azienda». I succitati economisti hanno descritto come tutto ciò produca infine risparmio, dimostrando ampiamente come i "costi di non qualità" siano altissimi.

l. s.

Segue: «I controlli? Noi li abbiamo fatti»
   

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