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Esclusivo

LA STRAGE DI PORZUS
LA VERITA' DEL PARTIGIANO LINO

Parla monsignor Aldo Moretti,
medaglia d'oro al valor militare

di ALBERTO BOBBIO
    

Famiglia Cristiana n. 36 del 10 settembre 1997 - Home Page I sospetti dei partigiani comunisti, le manovre degli inglesi, le istruzioni dei comunisti tornati da Mosca: poi l’agguato finale. Così monsignor Moretti, uno dei fondatori delle Brigate Osoppo, ricostruisce uno degli episodi più oscuri della Resistenza italiana.

E' un posto di mezza montagna sepolto nell’ombra degli alberi. Monsignor Aldo Moretti, 87 anni, il partigiano "Lino", medaglia d’oro al valor militare, getta lo sguardo sulla valle, sulle cime dei monti, sulle foreste e sui prati che scivolano verso il Natisone e il passo di Caporetto, terre cariche di destino per le popolazioni del Friuli, terre spalmate di sangue e di sacrifici, dove il passato non passa mai.

Saliamo alle malghe di Porzus dove il bosco nasconde un’infamia, due piccoli edifici di pietra, il soffitto bassissimo, un tavolo di sasso all’aperto, il selciato intorno. Eccolo il caposaldo dell’orrore. Qui, il 7 febbraio 1945, i partigiani comunisti trucidarono i partigiani verdi, cattolici, liberali, moderati riluttanti all’idea di mettersi sotto il comando delle formazioni titine. Monsignor Aldo Moretti le aveva fondate quelle formazioni cattoliche, insieme con altri due preti, un anno prima, e aveva scelto il nome di Brigate Osoppo, il paese friulano che insorse durante il Risorgimento contro l’occupazione austriaca. Ora è lì davanti alla lapide che ricorda i suoi ragazzi «soffocati nel sangue da fraterna mano assassina». Gli scende una lacrima sul viso asciutto, recita il salmo del giusto che muore e ha come un tremito: questo è il luogo della memoria opprimente.

L’auto corre tra i campi di granturco sulle strade del Friuli orientale. Il vecchio prete racconta la sua storia di cappellano militare in Africa, ferito e catturato dagli inglesi, prigioniero sul canale di Suez e poi scambiato a Smirne. «Tornai a casa a maggio del 1942. Accettai un invito a Siena, dove pregai perché i nostri soldati potessero vincere. E lì accadde qualcosa. Al termine del discorso mi avvicinò un ometto. Disse poche parole: "Cambierà tutto, sa... cambierà". Era Giorgio La Pira».

La chiesetta di Marsur appare dietro la curva. Segnava il confine nel settembre del 1944 tra le terre in mano ai nazifascisti e la fragile repubblica partigiana del Natisone, una manciata di giorni di libertà, di sacrificio, di sogni. Moretti si emoziona. Ha una memoria lucida, le parole scivolano via sicure. Povoletto, paese della battaglia tra partigiani, fascisti e tedeschi, quando settanta carabinieri passarono armi e bagagli con i partigiani per non dover uccidere altri italiani. Poi Attimis, Faedis, le valli che salgono verso il confine sloveno, terre che secondo i partigiani comunisti avrebbero dovuto essere consegnate a Tito, terre slovene perché lì c’erano e ci sono ancora italiani che parlano la lingua slovena: «La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini».

Il borgo di Porzus ora è abbracciato dai boschi. Sui prati spuntano i covoni: «Allora era tutto erba. Dalla Pedemontana ci vedevano i tedeschi». Il luogo si chiama Topli Vrh, cima calda. Più che malghe erano fienili, piccole stalle dove le mucche stavano a fatica, umide d’estate, gelide d’inverno: «Il nostro comando», dice Moretti. Oggi il bosco le nasconde alla vista su tutti i lati: «Allora no. Davanti al precipizio, accanto al sentiero, c’era un prato, il prato delle talpe. Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all’Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche».

"Bolla" era il nome di battaglia di Francesco De Gregori, ufficiale degli alpini, monarchico, onesto e convinto militare, che non mollava mai il cappello con l’aquila e il fazzoletto verde di partigiano moderato. Era lo zio del cantautore. Era stato lui, il 5 ottobre 1944, a dare la risposta negativa ai capi delle brigate garibaldine che volevano anche i partigiani cattolici sotto comando comunista alle dipendenze del IX Corpus jugoslavo. L’incontro era avvenuto al cimitero di Oborza di Prepotto. L’idea di Tito era quella, finita la guerra, di annettersi il Friuli orientale. Tito strappò a Togliatti il consenso e stabilì che tutte le formazioni partigiane friulane passassero sotto il suo comando. «Noi non avevamo mai avuto dubbi nel rifiutare», ricorda Moretti.

«Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onesta dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane». Nascono anche da questo atteggiamento più umanitario le accuse di tradimento che in questi anni sono state rivolte ai fazzoletti verdi per giustificare l’eccidio di Porzus, che viene alimentato dalla paura nei confronti di tutto ciò che potrebbe ostacolare una costruzione rapida del socialismo internazionale.

È una brutta storia, quella degli episodi che precedono la strage. Storia di contrapposizioni ideologiche che sfiorano livelli parossistici, dove si muore per uno sguardo, un’allusione, una voce buttata là. È una tragedia sulla quale convergono ragioni militari e interessi internazionali, che ha molte matrici e che lascia dopo quasi mezzo secolo ancora aperti molti interrogativi.

Liquidare i partigiani ribelli

L’8 settembre 1944 Vincenzo Bianchi, nome di battaglia "Vittorio", rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus titino, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, riceve una lettera da Edvard Kardelj, ideologo e braccio destro di Tito, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus.

I partigiani verdi rivendicano la propria libertà e tornano in montagna, da soli. Risalgono le strade che portano a Porzus. È inverno. Molti tornano a casa, aspettando la primavera. Vicino a Porzus nel villaggio di Canebola, dove si trova il comando garibaldino, il 7 novembre si fa festa per annunciare la solenne adesione alle formazioni titine. Bolla convoca i suoi: «Ci vogliono far sloggiare. Chi vuole andarsene se ne vada, noi restiamo». Restarono in venti alle malghe.

Ma sotto, in pianura, comincia a scattare la trappola. Girano con sempre maggiore insistenza voci di tradimento da parte dei verdi. Conferma Moretti: «Qualche intesa umanitaria, nessun tradimento. Tentavamo solo di anticipare la pace in un angolo del fronte». Poi le voci si infittiscono, fino a riferire di contatti con i repubblichini della X Mas di Valerio Borghese.

Che cosa c’era di vero? Moretti conferma che Cino Boccazzi, un partigiano della Osoppo preso prigioniero dai fascisti della X Mas, ricattato sulla sorte della moglie e dei figli, fu rimandato a Udine per cercare un contatto con la Osoppo, con la quale Valerio Borghese voleva collaborare per difendere il confine orientale dalle pretese titine, in modo da farsi un’immagine di patriota in vista della fine della guerra.

Boccazzi ne aveva parlato con l’ufficiale inglese Rowort, che lavorava clandestinamente a Udine, nome di battaglia "Nikolson". Egli prende tempo prima di sentire il suo comando a Londra e ricevere una risposta negativa, ma intanto i sospetti aumentano, sulla scorta anche dell’ingenuità del capo missione inglese. Gli inglesi conoscevano bene la forte collaborazione che c’era all’inizio tra partigiani cattolici e partigiani comunisti. Al punto da esserne preoccupati; al punto, secondo Moretti, «di lavorare per dividerci, anzi di sacrificarci per gettare l’ombra del discredito sulle formazioni comuniste, alle dipendenze di un esercito, quello jugoslavo, che ormai era visto come conquistatore e non più come alleato. Insomma gli Alleati erano preoccupati del loro futuro governo nella zona».

Un processo prima della strage

E scatta la trappola. Tutto ruota attorno alla figura di una donna, Elda Turchetti. Moretti la ricorda bene: «Era una ragazza di Pagnacco, il paese dove i tedeschi avevano un deposito di carburante. Gli informatori inglesi raccolgono voci su amicizie della ragazza con alcuni tedeschi. Cosa normale, in un piccolo paese. Radio Londra la denuncia come spia. Lei, impaurita, si rivolge a un amico partigiano, che la porta da "Giacca", Mario Toffanin, capo di una brigata gappista, uomo duro, sprezzante». Toffanin è il partigiano che comanderà la strage a Porzus. Ma Toffanin non la uccide, come accadeva sempre per le spie, e la consegna a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo. Bonitti la fa salire a Porzus in attesa del processo partigiano.

Moretti entra con noi in una delle due malghe: «A Natale eravamo qui tutti insieme. La bufera spingeva la neve fin sotto la porta. La Elda dormiva accanto al fuoco, un po’ in disparte. Noi partigiani dall’altra parte. "Bolla" non voleva storie. Il 1° febbraio del 1945, sette giorni prima della strage, ci fu il processo. Assolta».

Ma intanto un’altra voce si aggiunge sui sospetti di connivenza con il fascismo. L’ordine arriva dal Pci di Udine, ma viene incaricato Toffanin, uomo feroce, ossessionato dalla presenza dei traditori. Ha una settantina di uomini. Arriva alle malghe e quando vede Elda Turchetti, dirà in questi anni in molte interviste, non ha dubbi sul tradimento di quelli della Osoppo. Spara, uccide, e fa prigionieri altri 16 partigiani, che ucciderà, dopo processi sommari, nel corso dei dieci giorni successivi. Li troverà Moretti, a giugno, a guerra finita, sepolti sotto gli alberi di Bosco Romagno. Tra loro c’è anche il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guido, il partigiano "Ermes". C’è scritto sul cippo di pietra: «Caduti pai nestris fogolars».

Moretti ora è stanco. Stanco di raccontare lo scannatoio e le bugie, la crudeltà e l’ingiustizia. Porzus è una ferita ancora aperta da queste parti. Per anni si è identificato il comunismo con la lingua slovena delle popolazioni del Friuli orientale. Per anni un’organizzazione segreta che portava lo stesso nome (Osoppo) delle brigate verdi, alle dirette dipendenze dell’esercito italiano, ha operato per cercare di snazionalizzare la comunità slovena del Friuli, perseguitando sacerdoti e insegnanti. Forse pensavano di vendicare Porzus combattendo una personale guerra fredda sul confine orientale, fomentando un altro odio, questa volta verso gli sloveni.

Ora anche su questa storia con coraggio si fa luce e per la prima volta in Friuli un libro (Gli anni bui della Slavia) racconta le attività delle organizzazioni segrete. È dedicato «ai sacerdoti della Slavia friulana che hanno lottato e sofferto per la dignità della gente». Il vecchio monsignore, che anni fa aveva approvato l’esistenza di queste formazioni in funzione di propaganda anticomunista, oggi parla di «gravi e ripetuti errori»: «Noi combattemmo in montagna per la libertà e la patria, non per il nazionalismo italiano o sloveno che sia».

E oggi, dopo tanti anni, scendendo da Porzus va a trovare Giuseppe Bernardi, partigiano garibaldino, sindaco di Cividale, uno che stava dall’altra parte, ma che è convinto che quelli che sono morti siano degli eroi. E gli racconta il sogno. Quello di salire, un giorno prima di morire, alle malghe di Porzus a benedire una lapide con questa insegna: «I fatti di sangue qui compiuti ci ammoniscono che vanno rispettate in ogni comunità di qualunque popolo e la patria e la nazionalità». Oggi le malghe di Porzus sono un monumento, non ancora un ammonimento.

Alberto Bobbio

Segue: «Pietà per le vittime e gli assassini
   

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