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ESCLUSIVO/ Seveso


DIOSSINA
Il presidente del Movimento per la vita:
così Seveso spinse la legge 194

«Quegli aborti non erano necessari»


   
di ROBERTO PARMEGGIANI
  

Famiglia Cristiana n.29 del 16 luglio 1997 - Home Page Due studi confermano: i feti non presentavano malformazioni. «Ma l’onda emotiva fu fortissima», dice Carlo Casini, «e il Parlamento approvò il testo».

«I fatti di Seveso furono strumentalizzati al massimo. Ci sono fotografie che mostrano femministe e radicali venuti da fuori a terrorizzare le donne incinte, dicendo loro che avrebbero partorito dei mostri. E questa campagna ha dato i suoi frutti».

L’onorevole Carlo Casini, parlamentare europeo e presidente del Movimento per la vita italiano, ricorda bene quei giorni. Furono 33 gli aborti eseguiti sull’onda emotiva dello scoppio all’Icmesa. Paura degli effetti della diossina, paura di far nascere figli deformi. Ma sono stati 33 aborti inutili: due diversi studi, uno dell’Università di Lubecca e uno della Commissione bicamerale di inchiesta nominata dal Parlamento italiano (il primo presentato il 25 febbraio ’77, il secondo il 25 luglio ’78), dimostrano che nessuno dei feti abortiti presentava malformazioni.

«Quei 33 bambini morti per niente sono stati le uniche vere vittime della diossina», dice Casini. Ma gli effetti della strumentalizzazione andarono molto oltre quelle interruzioni volontarie di gravidanza.

«La legge 194 sull’aborto, che fu approvata il 19 maggio ’78, è tutta punteggiata di fatti per così dire simbolici. Già nel ’75 la spinta al dibattito parlamentare fu data, in gennaio, dalla scoperta della clinica degli aborti del dottor Conciani, a Firenze. Allora l’aborto in Italia non era ammesso e quegli interventi clandestini, illegali, furono sostanzialmente il primo impulso alla liberalizzazione dell’aborto».

Sempre nel ’75 arrivò la sentenza della Corte Costituzionale che, pur affermando che il diritto alla vita andava ricompreso tra quelli fondamentali riconosciuti dall’articolo 2 della Costituzione, in effetti apriva una breccia all’aborto legale, riconoscendo la preminenza dei diritti della madre su quelli del concepito. Poi ci fu l’incidente di Seveso.

«Seveso dette una spinta emotiva fortissima alla legge», continua Casini. «In seguito a quei fatti i lavori parlamentari vennero accelerati e si arrivò all’ultimo voto del 7 giugno ’77. A sorpresa, la legge fu respinta al Senato per incostituzionalità, ma subito qualcuno – e purtroppo fu proprio Giovanni Spadolini – trovò il modo di riaprire il dibattito. La 194 fu approvata il 19 maggio ’78, dieci giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Moro. C’era un clima tesissimo, in cui sembrava che le cose importanti fossero altre: anche le ultime resistenze furono fiaccate dal desiderio di evitare nuove lacerazioni e polemiche».

Polemiche ce n’erano state sin dall’inizio. «Ma poi il ministro della Giustizia di allora», spiega Casini, «dichiarò che i fatti di Seveso, anche alla luce della sentenza del ’75, giustificavano l’interruzione di gravidanza. In realtà il ministro interpretò in senso molto allargato la decisione della Corte Costituzionale, perché si trattava non di rischio per la salute delle madri, ma di rischio eugenetico. Furono aborti eugenetici belli e buoni, giustificati dalla scusa dei rischi per la salute psichica delle donne».

Gli aborti vennero eseguiti a Milano dal professor Candiani. «Il quale», ricorda Casini, «molti anni dopo in un convegno scoppiò in lacrime, affermando che quello fu il momento più buio della sua vita, anche perché, disse, nessuno di quegli aborti era necessario».

«E così Seveso ha ucciso davvero», conclude Casini. «Noi non sappiamo se la diossina abbia realmente effetti letali, ma di sicuro ci sono esseri umani che sono morti per effetto indiretto di quella sostanza chimica, con l’aborto. Per questo bisogna ricordare il grande coraggio delle donne incinte di Seveso che riuscirono a resistere alla pressione psicologica e che in seguito sono apparse anche in televisione con i loro figli: ragazzi che oggi hanno poco più di vent’anni, e sono perfettamente sani».

Roberto Parmeggiani

   

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