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ESCLUSIVO/ Seveso: la testimonianza di Linda Longinotti


DIOSSINA

«Paghiamo solo noi»

   
di BARBARA CARAZZOLO - foto di FAUSTO TAGLIABUE
  

Famiglia Cristiana n.29 del 16 luglio 1997 - Home Page A ventun anni dall'incidente un rapporto di Greenpeace rilancia l'allarme tumori: colpa della sostanza chimica prodotta dall'Icmesa? «Forse, ma voglio saperlo con certezza», dice Linda, che ancora oggi teme per i suoi figli.

Seveso ventun anni dopo: si può dimenticare la diossina quando ce l’hai ancora nel corpo? Non dimentica Linda Longinotti, una signora di 51 anni dall’apparenza fragile ma dalla volontà d’acciaio, che il 10 luglio 1976, dalla terrazza di casa, vide alzarsi la nube dallo stabilimento dell’Icmesa e sentì diffondersi nell’aria quel cattivo odore di medicinale. Per ventidue giorni Linda, il marito e i due figli piccoli continuarono a respirare, calpestare, toccare diossina, mentre gli animali da cortile morivano, le piante ingiallivano e gli esperti si contraddicevano. Poi l’evacuazione, le polemiche, i bambini che si ammalano di cloracne, quella brutta malattia che sembra mangiare la pelle come un’ustione.

Oltre alla casa, la nube di diossina si è portata via la falegnameria di famiglia, tutta la vita è cambiata. Passano due anni e la zona è dichiarata bonificata. Gli abitanti sono invitati a rientrare nelle case ma con alcune precauzioni. Racconta Linda: «Non toccare la terra, lavarsi bene, non far giocare i bambini sul prato. Non ero per niente tranquilla, nessuno voleva firmare un documento per dichiarare ufficialmente pulita la mia casa. Avevo paura e rifiutai». Linda Longinotti

Passano gli anni, cominciano le cause di risarcimento ma la maggior parte della gente, anche il Comune di Seveso, si accorda con la Hoffman-La Roche, proprietaria dell’Icmesa, per una transazione.

Pochi mesi fa la signora Longinotti comincia a sentire dolori allo stomaco. Ha inizio la solita trafila di visite ed esami: sarà gastrite, sarà la tensione, provi queste capsule. Poi la diagnosi: carcinoma gastrico. A marzo la signora viene operata d’urgenza e le viene asportato lo stomaco. Ma lei è testarda, vuole sapere perché si è ammalata e perché incontra tanta gente di Seveso durante le sedute di chemioterapia. Sembra che ogni famiglia abbia un malato di cancro.

Chiede aiuto a Greenpeace. L’associazione, che da tempo segue il problema, lo scorso anno aveva fatto fare un esame sul terreno del signor Antonio Colombo, situato in una zona classificata B e considerata sufficientemente bonificata già dal 1987. E invece la diossina c’era ancora. Ora la Fondazione Lombardia per l’ambiente, un ente scientifico di ricerca, sta terminando le misurazioni in quella zona e i dati di Greenpeace sembrano confermati.

Antonio Colombo sul suo terreno, con le "carote" estratte per i controlli organizzati da Greenpeace. La zona classificata in categoria B è stata bonificata sin dall'87, ma secondo gli esami la diossina è ancora presente. Antonio Colombo sul suo terreno...

Intanto la signora Longinotti, dopo l’intervento, ottiene una sezione dell’organo asportato e Greenpeace la invia a un laboratorio tedesco in grado di misurare la presenza di diossina Tcdd, cioè quella firmata Icmesa. Che viene puntualmente trovata: 64,8 ppt (parti per trilione) nell’organo e 90,1 ppt nelle aderenze grasse. Si può sostenere che il tumore è stato causato dall’incidente? Il problema ha un risvolto anche legale perché la Hoffman-La Roche, a parte la cloracne, non ha mai riconosciuto e risarcito danni biologici e una parte della scienza ufficiale è ancora molto cauta nello stabilire collegamenti.

Ma la signora Longinotti e il signor Colombo hanno dalla loro parte una sentenza penale di terzo grado che li riconosce parte civile contro l’azienda svizzera. Colombo è in attesa della prima udienza del processo ci vile, che dovrà quantificare i danni. Ma quello di Linda Longinotti c’è già stato.

«In primo grado, dopo vent’anni di battaglie, ci hanno riconosciuto un risarcimento di 18 milioni, più 20 di provvisionale», dice con amarezza. «Forse non c’è più memoria di quel che è successo. Ma penso a che cosa può accadere ai miei figli e voglio finalmente sapere se la colpa del mio male è della diossina. Al processo d’appello si discuterà anche di questo».

«Non si può affermare senza ombra di dubbio la responsabilità della diossina come causa del tumore, ma i sospetti sono tali e tanto circostanziati che nessuno potrebbe affermare il contrario; e nel dubbio si dovrebbero considerare le ragioni delle vittime», dice Fabrizio Fabbri di Greenpeace. «I livelli riscontrati nella signora sono più alti di quelli della popolazione non esposta e la maggior parte delle diossine trovate sono del tipo uscito dal reattore Icmesa. Proprio recentemente, poi, l’International Agency for the Research on Cancer (Iarc) di Lione ha riclassificato la diossina come cancerogena per l’uomo. E la popolazione di Seveso mostra un andamento crescente di tumori rispetto alla popolazione generale».

Questo lo dicono anche i dati ufficiali. Dal 1983 il professor Pier Alberto Bertazzi, dell’Istituto di medicina del lavoro dell’Università di Milano, e il professor Paolo Mocarelli, docente di Patologia clinica e direttore del Servizio universitario di medicina di laboratorio dell’ospedale di Desio, compiono indagini epidemiologiche sugli effetti a lungo termine della diossina di Seveso. Purtroppo i dati attualmente disponibili sull’incidenza dei tumori riguardano soltanto i primi dieci anni e si riferiscono soltanto alla mortalità.

Anche secondo i dati ufficiali, comunque, a Seveso c’è stato un incremento, non altissimo ma significativo, di linforeticulosarcomi, di mielomi multipli e di leucemie mieloidi, di sarcomi dei tessuti molli e di tumori epatobiliari. «Però», dice il rapporto del professor Bertazzi, «dai risultati fin qui ottenuti non sembra giustificato attendersi per il futuro aumenti di entità clamorosamente superiore o per tipi di patologie totalmente differenti da quelli finora osservati».

«La diossina è una sostanza cancerogena ma non così potente come si pensava», dice il professor Mocarelli, che si occupa degli effetti sul sistema riproduttivo ed immunitario. «Anche altri studi proseguono: stiamo monitorizzando le persone e in alcuni casi stiamo misurando il livello di diossina nel sangue. Sospettiamo possibili effetti sul sistema riproduttivo: a Seveso, nei primi anni dopo l’incidente, sono nate più femmine che maschi mentre il rapporto normale è di 106 maschi contro 100 femmine. È un cambiamento notevole, certamente legato alla diossina, che ci porta a svolgere anche studi sulla fertilità. Ma è ancora presto per poter trarre delle conclusioni».

Cautela, dunque. Ma non tutti sono d’accordo. «Queste conclusioni non tengono conto del periodo di latenza dei tumori epiteliali, che sono poi i più frequenti, come il tumore gastrico o quello al polmone», dice il dottor Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei tumori di Milano e responsabile del Registro tumori della Regione Lombardia. «Queste malattie sono a lunga latenza, cioè compaiono dopo più di vent’anni, e dunque è probabile che a Seveso un eccesso di tumori continuerà a manifestarsi anche nei prossimi anni. D’altronde nella letteratura scientifica internazionale ci sono ben quattro lavori che parlano di un aumento del dieci per cento di rischio di tumori allo stomaco in persone esposte a diossina. Una parte della comunità scientifica, invece, continua a cercare e a sottolineare elementi di "rassicurazione", e non mi sembra corretto, soprattutto nei confronti delle persone coinvolte».

Proprio il dottor Crosignani ha firmato un parere pro veritate, nel quale collega un caso di osteosarcoma all’esposizione alla diossina di Seveso.

Il paziente, che abbiamo incontrato ma che ha chiesto di non pubblicare il suo nome, è un carabiniere che effettuò servizio a Seveso per un anno e mezzo subito dopo l’incidente.

I tecnici prelevano e controllano campioni di terreno contaminato...
I tecnici prelevano e controllano campioni di terreno
contaminato dalla diossina

«Per i primi sette mesi non ci fecero usare nessuna precauzione», racconta. «Avevamo solo le tute mimetiche e gli stivali alti, anche se il nostro comandante, di sua personale iniziativa, ci raccomandò di lavarci bene, di non portare a casa le tute e di lavare ogni volta anche le campagnole. Solo dopo sette mesi ci diedero le tute apposite, gli stivali, le mascherine. Io non mi lamento ma nel 1988, a 39 mi sono ammalato di tumore osseo e mi hanno amputato una gamba. L’Arma, nel suo rapporto, collega la malattia di cui soffro al servizio a suo tempo prestato a Seveso. La Commissione medica dell’ospedale militare mi riconosce la pensione privilegiata ordinaria, pari a circa 400 mila lire in più al mese. Ma il ministero della Difesa respinge tutto. Adesso sono in causa».

Carabinieri, soldati e parte del personale che effettuò la bonifica non sono mai stati controllati. Quanti di loro si sono ammalati?

Barbara Carazzolo

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