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INCHIESTA


I CUSTODI DEGLI ANGELI


   
di SIMONETTA PAGNOTTI
  

Famiglia Cristiana n.29 del 16 luglio 1997 - Home Page Circa centomila complessi parrocchiali, monastici e monumentali, molti dei quali ricchi di preziosi oggetti: il patrimonio artistico della Chiesa è immenso, ma spesso poco curato. Ora qualcuno si sta organizzando: sono i volontari, che si candidano a tutori dell’arte sacra.

L'originale è al sicuro nell’"area di benessere" di una teca superblindata. La Madonna del Parto di Piero della Francesca ha ritrovato finalmente il lapislazzolo della veste e l’incanto che, secondo la tradizione, ha trasformato la madre dell’artista, popolana di Monterchi, nella Regina del cielo. Il celebre affresco che tutto il mondo ci invidia, dopo il sapiente restauro che l’ha sottratto all’umidità e all’incuria, ha trovato casa nell’ex scuola elementare che la cittadina della provincia di Arezzo ha improvvisato a museo. Scudi e barricate quando si è parlato di riportarlo nella chiesina di fianco al cimitero, in piena campagna.

«Qui la Madonna è al sicuro, e con lei è arrivata la Provvidenza». Il custode del museo di Monterchi era anche il custode della cappella del cimitero, quando ospitava l’affresco prima del restauro. Poi ha vinto la gara d’appalto e ha trasformato il museo in un’impresa: tiene aperto tutto il giorno, d’estate fino a mezzanotte, organizza concerti sul prato ben curato, offre specialità gastronomiche.

«Cosa c’è di male? In quella cappella non la vedeva nessuno», continua il custode, «e l’umidità la uccideva, qui è amata e protetta, ha creato in paese una ventina di posti di lavoro. Siamo il primo museo della provincia di Arezzo, con oltre 50.000 visitatori l’anno: lavorano i ristoranti, è nato persino un tour operator». Unico neo: l’opera d’arte era nata per stare in una chiesa, offerta al culto dei fedeli, ribadisce la Chiesa di Arezzo, che trova alleata la Soprintendenza.

Il caso di Monterchi, con l’interrogativo che pone sulla corretta fruizione delle opere di arte sacra, onore e onere del nostro Paese, è solo una goccia nel mare. E c’è da dire che lo sterminato patrimonio dei beni artistici e culturali della Chiesa ha dei guai ben peggiori. Un anno fa è crollata la Cattedrale di Noto, poi ha rischiato di andare in fumo la Sacra Sindone: ogni giorno il degrado provoca danni, talora irreparabili, a un patrimonio fatto di dipinti, sculture, arredi e migliaia e migliaia di edifici sparsi in città e campagna.

Circa centomila tra chiese parrocchiali, complessi monastici e monumentali, per lo più non ancora censiti né catalogati. Ma questo è ancora niente di fronte allo stillicidio dei furti. Negli ultimi cinque anni le chiese italiane hanno subìto 3.254 furti con l’asportazione di 23.574 oggetti, secondo i dati forniti dal generale Roberto Conforti, comandante del reparto Tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, che ha al suo attivo un ritrovamento eclatante come quello della Croce Veliterna del Duomo di Velletri, mentre mancano all’appello, per restare nel campo delle tele più famose, la Madonna dell’Orto del Bellini e la Natività di Caravaggio.

Ma i furti su commissione non colpiscono solo i capolavori più quotati. Non c’è chiesetta di campagna che sia priva di una Pietà o di un Crocifisso che farebbero la gioia di un collezionista, per non parlare di panche, arredi sacri, fregi dorati, statuette, persino confessionali. La devastazione è feroce, e l’ondata di pellegrini prevista dal Giubileo impone di correre ai ripari.

«Se noi tutti non ci sentiamo un po’ custodi di questi beni», dice allargando le braccia il generale Conforti, «non c’è sistema di sicurezza che tenga».

Qualcosa però si sta muovendo all’interno della comunità dei fedeli, e c’è chi in proposito è particolarmente ottimista, come monsignor Francesco Marchisano, responsabile per la Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa. «C’è un entusiasmo nuovo, qualcosa di inarrestabile. E anche da parte dei sacerdoti c’è una nuova sensibilità al valore dell’arte».

Sono un esercito ma ancora non lo sanno

Ci vorranno anni perché si possano raccogliere i frutti dell’intesa tra Stato e Chiesa per la tutela dei beni culturali ecclesiastici. La Cei spenderà, nei prossimi quattro anni, cento miliardi l’anno per la salvaguardia del suo immenso patrimonio: per catalogazione, sistemi di sicurezza, creazione di musei diocesani e parrocchiali. Impegni importanti, ma non certo sufficienti.

La Chiesa vuole prima di tutto riappropriarsi del suo patrimonio, e per far questo prepara i nuovi guardiani. Non custodi col fucile in mano, ma volontari persuasi del valore religioso oltre che estetico di una pieve romanica o di una Madonna col Bambino.

Sono un esercito, anche se ancora non lo sanno. In Italia esistono 1.623 associazioni di volontariato che operano nel campo dei beni culturali: 70.000 volontari che tengono aperte biblioteche, collaborano all’interno dei musei, organizzano visite guidate. Molti di loro operano o sconfinano, inevitabilmente, nel settore dell’arte sacra: ma c’è anche chi avverte l’esigenza di una consapevolezza più profonda e di un’organizzazione più solida.

A questo scopo è nata da pochi mesi l’associazione che raggruppa i nuovi guardiani del sacro. Si chiama "Terzo Millennio", sede ufficiale a Firenze e operativa a Lucca (presso il Museo della Cattedrale, telefono 0583/49.05.30). Ispiratrice e coordinatrice Maria Pia Bertolucci, da anni animatrice instancabile del volontariato per i beni artistici e culturali di Lucca.

«Il nostro fine è proprio quello di creare una sensibilità nuova: ogni comunità religiosa deve prima di tutto riappropriarsi dei propri tesori, recuperando la duplice funzione, religiosa ed estetica, dell’opera d’arte sacra. Solo così potrà diventare custode della ricchezza che ha riscoperto».

"Terzo Millennio" conta già una quarantina di volontari a Lucca e si sta allargando a Piacenza, a Messina, a Sondrio. Non è un’esperienza che tolga spazio alle cooperative. Anzi. Proprio a Lucca la gestione da parte di una cooperativa del Museo della Cattedrale ha dato ottimi risultati, avvalendosi anche della collaborazione di volontari. «I volontari si inseriscono in spazi vergini, dove può fiorire anche il lavoro delle cooperative», continua la Bertolucci.

A Lucca la prova del fuoco è fissata per quest’estate. I volontari e le volontarie di "Terzo Millennio", soprattutto giovani universitari e insegnanti fresche di pensione, stanno preparando il modello di visita guidata che metteranno in pratica (alcune lo stanno già facendo) nella Cattedrale. Nel percorso ideale, che va dal tempietto del "Volto Santo" al sarcofago di Ilaria del Carretto, fino all’Ultima cena del Tintoretto, troveranno il modo di far capire anche al turista più distratto che ogni chiesa ha subìto via via successivi rimaneggiamenti per adeguarsi ai cambiamenti del culto e della liturgia.

«Stiamo preparando un opuscolo», spiega una delle volontarie, «perché questa è una carenza grande delle guide che si trovano sul mercato: non si visita una chiesa come si visita un palazzo comunale». Stanno anche preparando un percorso guidato alle pievi della campagna lucchese. Molte restano chiuse, perché non ci sono più sacerdoti che possano farsi carico della custodia. La speranza è di ricreare attorno a questi gioielli del romanico una comunità partecipe che possa recuperarle alla loro funzione originaria.

«Questo movimento riuscirà vincente»

E le varie diocesi, come reagiranno? «In alcune, come nella nostra, la collaborazione è grande», spiega Maria Pia Bertolucci, «altrove c’è ancora diffidenza, ma non importa. Credo che questo movimento riuscirà vincente. Nessuno potrà fermarlo. L’Italia è piena di iniziative di questo tipo. La maggior parte ha carattere locale. Bisogna che riusciamo a conoscerci reciprocamente, ad alzare la testa».

Ci sono gruppi ed associazioni che operano nel settore dei beni culturali ecclesiastici un po’ in tutta la Toscana, da Firenze, dove operano gli "Amici del Duomo", a Montevarchi, a Sant’Antimo. Esperienze locali, che non hanno risonanza all’esterno. In molti casi le funzioni di custodia sono ancora lontane, ma prima o poi ci si arriverà.

A volte la comunità si è preoccupata di trovare fondi per i restauri, per impedire la rovina di complessi architettonici compromessi. È il caso degli "Amici di Sant’Antimo", che hanno raccolto fondi per i restauri della stupenda abbazia romanica e si sono adoprati per il ritorno dei frati. La stessa cosa è avvenuta a Bologna, dove i volontari di Santo Stefano organizzano concerti ed eventi culturali raccogliendo fondi per il restauro del complesso delle "Sette chiese", dove sono sepolte le spoglie del vescovo Petronio, il cuore cristiano della città. Qualche anno fa padre Sergio Livi lanciò l’appello. I pavimenti stavano crollando, lo splendido chiostro romanico si stava sgretolando. Da lui venne anche la proposta di utilizzare gli obiettori di coscienza per tenere aperte le chiese.

Un problema immenso: tenere aperte le chiese storiche zeppe di tesori quando i turisti incalzano e il rischio furti è a portata di mano. Ne sanno qualcosa a Venezia, dove a San Marco sono riusciti a portarsi via un leoncino nella piena indifferenza di turisti italiani e stranieri. Ma anche qui qualcosa sta cambiando. È nata "Sant’Apollonia", una associazione di volontari che opera in stretto contatto con la Diocesi, anche perché il presidente è don Gian Matteo Caputo, direttore dei Beni culturali della Curia Patriarcale di Venezia.

Si tratta di una trentina di volontari, più un gruppo di volontari "consulenti" che in questo periodo, già dall’anno addietro, organizzano visite guidate nelle chiese storiche della città dopo le 21. «Un successo enorme», spiega don Caputo, «abbiamo circa 300 visitatori per sera, la maggior parte veneziani: segno che stanno riscoprendo la loro appartenenza. Il compito di questi volontari è trasmettere la loro passione».

La passione porta anche a prendersi a cuore il problema della catalogazione, la grande sfida del prossimo futuro, l’unico rimedio al progressivo dissanguamento di questo prezioso patrimonio. Luciano Orsini, che insegna all’Istituto d’arte "Benvenuto Cellini" di Valenza, la città dell’oro, ha cercato di trasmettere questa esigenza ai suoi studenti del corso sperimentale di analisi gemmologica. In pratica li ha trasformati in volontari, mandandoli per chiese e parrocchie a schedare il patrimonio degli arredi liturgici e oggetti ornamentali: pissidi, statuette, crocifissi e quadrerie. Dopo la schedatura, procedono al restauro.

«Non è un settore dove ci si possa improvvisare», spiega Orsini, che sta curando a Roma il restauro del "Tesoro del Papa", ossia del Sacrario liturgico del Pontefice, «il rischio è di creare una leva di volontari che si improvvisano superesperti dopo dieci minuti». Le sue mani muovono con perizia oggetti di enorme valore. Mostra una pisside trasformata in zuccheriera, acquistata in un mercatino.

«Molte volte questi oggetti sono stati svenduti per poche migliaia di lire, oppure sono stati rubati, perché il mercato dei collezionisti è enorme. Il loro recupero deve venire all’interno di un atteggiamento di fede».

Orsini fa parte della Confraternita del Santissimo Crocifisso di Alessandria. Una ventina di laici che hanno deciso di cambiare il loro statuto: dal 1200 assistevano i pellegrini e i moribondi, oggi si sono convertiti al recupero dei beni culturali ecclesiastici partendo proprio dalla chiesa di San Giovannino, nel centro storico di Alessandria, che hanno restaurato e riaperto al pubblico. «La nostra città è fin troppo povera: non poteva perdere anche questa testimonianza».

Simonetta Pagnotti

Segue: Dieci musei da non perdere
   

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