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PERCHÉ NON POSSIAMO
NON PARLARE   

 
Famiglia Cristiana n.29 del 16 luglio 1997 - Home Page Bella la foto. Il Papa con gli occhi chiusi, il volto levato al cielo, in un intensissimo momento di preghiera. Accanto, il titolo forte, al limite della temerarietà: "Jesus contro Papa". Colpisce duro il Giornale del 2 luglio, subito sottolineando maliziosamente che Jesus è di Famiglia Cristiana, madre e figlio. E così i Paolini sono serviti.

In realtà, che cosa è successo? Nel numero di maggio, Jesus ha pubblicato un ampio dossier intitolato "Verso un Papato ecumenico?" e il quotidiano milanese ne sintetizza così la tesi: «Il successore di Wojtyla dovrà essere "ecumenico" e mettere in discussione il primato di Pietro per favorire la riconciliazione con gli altri cristiani». In principio era il Verbo: questa volta il verbo è a metà ed è coniugato al futuro, "dovrà". Il prossimo Papa "dovrà", ecc. ecc. È questa la tesi dei Paolini? No, non lo è. Il dossier di Jesus non aveva nessuna "tesi" ma uno scopo: "ripensare" il primato di Pietro nello spirito nel quale Giovanni Paolo II ha invitato tutta la Chiesa a compiere questa operazione nell’enciclica Ut unum sint, che è del 25 maggio 1995.

In essa il Papa scrive: «Ciò che riguarda l’unità di tutte le Comunità cristiane rientra ovviamente nell’ambito delle preoccupazioni del primato. Quale Vescovo di Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente Lettera enciclica, che la comunione piena e visibile di tutte le Comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel costatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova (...). Compito immane che non possiamo rifiutare e che non posso portare a termine da solo» (nn. 95,96).

Dunque il Papa propone a tutte le "Comunità cristiane" (quindi non solo alla Chiesa cattolica, ma anche alle confessioni cristiane ortodosse e riformate) di impegnarsi con lui a «cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero (il primato di Pietro, ndr) possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri».

Tutti nella Chiesa e nelle Chiese possono e debbono collaborare a questo "compito immane". E molti lo stanno facendo, con grande libertà, come il cardinale Daneels in un’intervista al Regno, e il cardinale König sull’ultimo numero dell’insospettabile Trenta giorni. Tutti, dunque, meno vescovi, teologi, studiosi, giornalisti sulle pagine di Jesus (anche se si occupa esclusivamente di cultura e informazione religiosa). E perché? Perché non lo vuole il Giornale, e perché, secondo don Gianni Baget Bozzo, il mensile della San Paolo ritiene Giovanni Paolo II «il Papa di Trento e del Vaticano I», anzi, «l’ultimo Papa del Vaticano I». Naturalmente, nemmeno questo è minimamente vero. Ciò che è vero, e i lettori di Jesus hanno potuto verificarlo da soli, è che quel dossier intendeva svolgere il tema proposto dal Papa collazionando le opinioni di illustri uomini di Chiesa (tre cardinali, Lorscheider, Fagiolo e Cassidy, un vescovo cattolico di rito bizantino, un vescovo anglicano, un teologo ortodosso, un pastore protestante) e di alcuni laici, fra i quali lo storico del Vaticano II Giuseppe Alberigo, su tutti gli aspetti rilevanti della vita della Chiesa di oggi, alcuni dei quali costituiscono dolorose ma inevitabili pietre d’inciampo sul cammino dell’ecumenismo, che il Papa definisce «una delle priorità pastorali» del suo pontificato: dunque non solo di quello prossimo (come, secondo il Giornale, penserebbe Jesus).

Sottofondo di tutto il dossier è il rilievo che in esso assume la consapevolezza che, discutendo del "primato" del Papa, si ripercorre la vicenda storica bimillenaria di una Chiesa nella quale l’esercizio del potere ha assunto via via forme e modalità diverse con il mutare delle contingenze storiche in cui operava, fra scismi dolorosi e riforme e controriforme anche violente, pur tenendo sempre fermo "l’essenziale" della sua missione, e cioè la trasmissione della fede nel Vangelo di Cristo alle generazioni che si succedevano. Per dirla ancora con il Papa, il "ministero d’unità" del vescovo di Roma «costituisce una difficoltà per la maggior parte degli altri cristiani, la cui memoria è segnata da certi ricordi dolorosi. Per quello che ne siamo responsabili, con il mio Predecessore Paolo VI imploro perdono» (n. 88).

Rilevando la liceità di un discorso sul primato petrino anche sotto il profilo storico, lealmente e umilmente accettato dal Papa, non ci illudiamo di confondere il Giornale e altri quotidiani della medesima ispirazione che di tanto in tanto amareggiano i nostri giorni con attacchi e accuse, sempre pretestuose e talvolta palesemente assurde. È così, e amen. Ma non possiamo per questo rinunciare al diritto di parola per difendere, con la nostra dignità, anche la verità.

         

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