Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

«E io vi dico: i loro voti verranno contesi»

Adriana, cenerentola dell'immigrazione

 
Attualità.
di Ahmad Gianpiero Vincenzo


IMMIGRATI
LA SORTE DEI CLANDESTINI RESPINTI IN LIBIA


RITORNO ALL’INFERNO

Storia di Semret, ragazza eritrea di 17 anni fuggita dal suo Paese e dal servizio di leva a vita con la traversata del deserto del Sudan. Sognava l’Europa. Non ce l’ha fatta.

Semret era su uno dei barconi provenienti dalle coste africane, intercettati il 7 maggio scorso dalla Guardia costiera italiana in acque internazionali. È stata fatta salire sulla motovedetta e riportata indietro, in ossequio ai "respingimenti" decretati dal ministro dell’Interno Maroni. Ma che ne è stato dei respinti? Un volontario italiano è riuscito a raggiungerla. E ha ascoltato la sua storia, una di quelle che nessuno, da noi, vuole sentire. È l’avventura di una piccola eritrea di 17 anni, cristiana, ultima di cinque figli.

I suoi fratelli maggiori sono stati costretti a prestare servizio militare a tempo indeterminato. Non si fanno più sentire da anni e la famiglia ha perso le speranze di rivederli. In Eritrea le cose funzionano così: il Governo affigge un foglio nella piazza del paese con i nomi di ragazzi e ragazze che devono presentarsi per la leva. Chi non lo fa viene arrestato per renitenza. Molti giovani scappano appena leggono il loro nome. Allora i soldati hanno preso l’abitudine di aspettarli direttamente all’uscita di scuola.

Semret viene fatta salire su una jeep, ma salta giù insieme ad altri studenti. Alcuni di loro si feriscono e vengono ripresi. Semret e due amiche riescono a fuggire verso il Sudan. Lungo la strada una di loro muore di stenti e la seppelliscono nella sabbia del deserto. Le due superstiti raggiungono Khartoum dove lavorano come donne delle pulizie, cercando di mettere da parte qualche soldo. La loro speranza è l’Europa, di cui tutti parlano come della sola salvezza dai mali dell’Africa. Nemmeno il Sudan, infatti, è un posto accogliente. I profughi vivono in una zona della città dove è facile individuarli.

L’ambasciatore eritreo organizza retate per riportarli in patria, alla guerra e alla morte. Appena Semret teme che scatti la trappola, fugge su un container fino a Tripoli. Di quello che avviene nei campi libici non vuole parlare, nemmeno con sé stessa. Dopo il dramma dei campi, arriva il suo turno per salire su una carretta del mare. Salpano dalla Libia, ma la notte incontrano le tre motovedette italiane che li riportano indietro.

Nel porto di Tripoli, Semret viene avvicinata da un volontario italiano. Non le era mai successo che qualcuno si interessasse alla sua storia, alla sua vita. L’uomo l’ascolta, poi le chiede se vuole firmare una carta, una lettera da presentare a Strasburgo. Non serve tanto per lei, quanto per quelli che verranno dopo: ci vorranno mesi perché l’Europa si muova. Semret dice di sì. Decidono di rivedersi nel centro di raccolta tripolino. Il volontario riesce a entrare corrompendo una delle guardie, e si presenta con i fogli delle procure. Raccoglie 24 firme e impronte digitali. Sono tutte di eritrei e somali. Chiede insistentemente di Semret, ma lei sembra svanita nel nulla. Solo una ragazza, forse la sua amica del cuore, sussurra una frase frettolosa: «Appena è calato il sole è scappata, scavalcando le reti».

Ahmad Gianpiero Vincenzo
   
   
I DIRITTI NEGATI DEI RIFUGIATI POLITICI

Quando i guardiacoste e i finanzieri italiani hanno intercettato i profughi diretti a Lampedusa, avevano già l’ordine di riportarli indietro. Li hanno fatti salire sulle loro tre motovedette e li hanno contati. Era l’unica cosa che potevano fare: 187 uomini e 40 donne, di cui almeno tre in attesa. Alcuni dei marinai devono aver avuto un groppo in gola a vedere i volti di quei disperati. Tante volte li avevano soccorsi, salvati dal mare grosso, dall’avaria delle carrette del mare, addirittura aggrappati alle reti per i tonni dopo un naufragio. La stessa Onu ha premiato i marinai italiani per il coraggio e l’umanità. Molti di loro sapevano che probabilmente stavano facendo qualcosa di sbagliato, ma dovevano obbedire agli ordini.

In effetti, tra quei 227 migranti pescati nello Stretto di Sicilia, almeno 24 erano profughi provenienti dal Corno d’Africa, e come tali avevano diritto a chiedere asilo politico in Italia. L’articolo 4 del IV protocollo del 1963 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo impedisce i respingimenti collettivi, senza identificazione dei profughi, tanto più se avvengono verso Paesi come la Libia, che non hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e che permette violenze e torture nei suoi centri di detenzione. L’Unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo, Ong italiana che lavora per diffondere la conoscenza e il rispetto dei diritti umani, in accordo con il Cir (Consiglio Italiano per i rifugiati), ha già inoltrato una lettera informativa alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

 

LA PARTE GIUSTA DEL MEDITERRANEO

Vivere a Nord del Mediterraneo è più facile. È la parte giusta, quella dei diritti acquisiti e della tranquillità, almeno apparente. Una condizione difficilmente migliorabile, che al più si può temere di perdere. Soprattutto perché nell’altra riva del mare, la parte meridionale, la stessa sopravvivenza sta diventando sempre di più un miraggio. Guerre, dittature, carestie, sfruttamento da parte di multinazionali stanno costringendo milioni di persone a lasciare le loro terre. Un flusso di disperati che cerca un modo per continuare a vivere, di scampare alle pallottole e ai colpi di macete.

L’Africa è soprattutto la triste patria delle guerre dimenticate, come quella in Somalia. La responsabilità spesso è anche di quelli che abitano sulle altre sponde del mare. Nella primavera del 2006 le Corti islamiche, con l’appoggio della popolazione, avevano assunto il controllo politico di Mogadiscio, dopo 17 anni di guerra civile. All’inizio dell’anno successivo, l’intervento dell’Etiopia, appoggiata dagli Stati Uniti, rigettava il Paese nel caos. Nel 2007 si sono registrati quasi un milione di profughi. Ancora oggi Mogadiscio è zona di guerra. Solo nel maggio di quest’anno, altri 40 mila profughi si sono allontanati dalla regione, andando ad aggiungersi alle migliaia che vagano per l’Africa. Alcuni di questi arrivano sulle coste del Nord Africa e vengono intercettati dai trafficanti di esseri umani, che gestiscono la tratta verso l’Europa. Chi ha qualche soldo da parte viene messo su di un barcone, per quelli senza averi, c’è il lavoro forzato e la prostituzione.


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