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Attualità.
di Francesco Anfossi


INIZIATIVE - "ROMANZI CON L’ANIMA":
LO ZIO PRETE DI LUIGI SANTUCCI È IL ROMANZO CON L'ANIMA DI QUESTA SETTIMANA


LO SCRITTORE DELL’AMICIZIA

Aveva una vastissima cerchia di amici, molti dei quali religiosi. «Per lui era uno dei valori più importanti e coltivati», dice la figlia Emma. Che aveva tanti zii preti .

Luigi Santucci è il prototipo di quello scrittore che, come scrive Salinger ne Il Giovane Holden, quando hai finito un suo romanzo vorresti che diventasse tuo amico, telefonargli ogni tanto, frequentarlo, o al limite conoscerlo di persona almeno una volta, per sapere più cose e arricchire la tua vita. È esattamente quello che viene voglia di fare dopo aver letto l’ultima parte de Il velocifero. E coloro che lo hanno fatto (e sono stati tanti, studiosi, studenti universitari, semplici lettori) non se ne sono certo pentiti.

Emma Santucci
Emma Santucci, quarta e ultima figlia dello scrittore,
con il figlioletto Giulio nella casa paterna di Guello, vicino a Bellagio, 
dove lo scrittore riceveva gli amici (foto Image).

Anche il sottoscritto fa parte del novero e fu conquistato come tutti dalla sua cordialità e affabilità, dalla sua allegria contagiosa. Nella mia memoria Santucci, scomparso qualche anno fa, è un ricordo vivido e indimenticabile. Lo conobbi 20 anni fa, quando accettò di farsi intervistare sui suoi ricordi scolastici deamicisiani, che sapevano ancora di carta assorbente e calamaio ed erano popolati di schiere di Franti e Garrone.

Io ero poco più che uno "sbarbato" e lui un nume letterario, ma mi trattò come uno zio affabile e premuroso, anche perché con i giovani ci sapeva fare. Fin dalle prime battute al telefono fu attratto dal mio cognome, che ricorreva nelle prime pagine del suo Il velocifero tra gli scapestrati compagni del protagonista Renzo, svelandomi che era un omaggio a uno dei suoi migliori amici. Il primo colloquio (ve ne fu un altro in occasione di Manoscritto da Itaca), cordialissimo fin dall’inizio proprio a causa di quell’omonimia, avvenne nella sua casa di via Donizetti, nel cuore di Milano.

Una fede matura ma inquieta

Mi pareva che di persona avesse qualcosa di ottocentesco, nel senso più nobile del termine, forse per la capigliatura con i favoriti e qualche vanità di lunghezza sul collo che gli incorniciava l’ampia fronte stempiata, o più probabilmente per il richiamo irresistibile de Il velocifero, un capolavoro di impronta manzoniana ambientato nella Milano post-unitaria. In realtà Santucci era un gentiluomo nutrito di cultura antifascista, uno spirito ribelle che aveva precorso le inquietudini del Concilio e aveva simpatizzato per le spinte riformiste più autentiche del Sessantotto.

Aveva una fede matura ma inquieta, frutto di una forte dialettica interiore che finiva per ispirare le sue opere, dense di un cristianesimo a volte gioioso, punteggiato da bellissime battute di humor, come i romanzi di Chesterton, e a volte sofferto come le opere di Bernanos, Peguy e degli altri autori cattolici francesi che lo avevano molto influenzato; il tutto, però, pervaso da una luce finale di speranza e di pienezza salvifica.

Ricordo ancora che dietro il suo tavolo di lavoro vi era una specie di mappa di personaggi, con nomi e fotografie che io scambiai per la trama di un suo prossimo romanzo e, invece, scoprii che era la cerchia dei suoi amici. Un convivio cartaceo che aggiornava periodicamente, aggiungendo e rimuovendo i nomi da cui si era sentito "tradito", perché era molto suscettibile, per poi perdonarli tutti e riaccoglierli nuovamente.

Figlio unico con molti fratelli

«Ne aveva davvero tanti», mi dice EmmaSantucci, la figlia che ha voluto raccogliere in un bellissimo libro (Confidenze a una figlia curiosa, Gribaudi editore) i ricordi del padre, dedicati proprio ai compagni di una vita e ai personaggi noti "visti da vicino". Una galleria che va da padre Nazareno Fabbretti a Carlo Dalla Chiesa, da padre Balducci a don Zeno Saltini, da Giuseppe Novello a Walter Chiari, fino ai suoi amici poeti e scrittori come Giuseppe Marotta, Orio Vergani, Salvatore Quasimodo, Domenico Rea e Italo Calvino. Solo per parlare dei noti, «perché i suoi amici in realtà non si contano, l’amicizia è stato uno dei suoi valori più importanti e coltivati. Nascendo figlio unico, si è circondato di fratelli, tra cui molti sacerdoti».

Emma, la quarta dilettissima figlia, la più piccola, si è ritrovata fin dall'infanzia con parecchi "zii preti": «Padre Fabretti, padre Turoldo, padre Camillo Premaz, monsignor Gianfranco Ravasi. Tutta gente che faceva parte della mia famiglia, con grande affetto, discrezione e rispetto assoluto per i suoi componenti, senza mai voler catechizzare».

Una favola della buona notte

Siamo seduti nel giardino della casa avita di Guello, vicino Bellagio, una villa con una vista mozzafiato su "quel ramo del lago di Como", così incantevole che ti vien voglia di recitare l’Addio monti. A cento metri c’è la villetta di famiglia di monsignor Ravasi, che Santucci raggiungeva nei pomeriggi di conversazione attraversando un foro nella rete di recinzione, a orari regolari scanditi dai passaggi dei battelli.

Qui, o nella casa di via Donizetti, avvenivano gli incontri conviviali organizzati dall’autore dell’Orfeo in paradiso, con memorabili mangiate, recite e stornellate (Santucci suonava la fisarmonica), a volte addirittura con la partecipazione del coro dell’Associazione nazionale alpini. «Qui a Guello, padre Turoldo, già gravemente ammalato, recitò in un incontro memorabile le sue ultime poesie, nell’estate ’91», rammenta l’amatissima moglie Bice, mentre coccola il nipotino Giulio nel giardino della villa.

La vita di Lillo, come veniva chiamato dai suoi intimi, è stata, si legge nel librointervista di Emma Santucci, «un popoloso festival dell’amicizia». Un valore che ha sviluppato anche letterariamente, e trasformato addirittura in un tramite apostolico della trascendenza, di quell’amore profondo che arriva a Dio.

«Gli incontri di mio marito», mi spiega la signora Bice, «sono sempre stati incoraggiati dal padre, che spesso se ne faceva anfitrione, organizzando cene ed eventi. Quel padre amatissimo cui Lillo lesse al suo capezzale, negli ultimi giorni della sua vita, Il Velocifero, pagina su pagina, con la stessa devozione paterna con cui in passato lo aveva letto la sera a Emma e agli altri nostri tre figli, prima di addormentarsi».

Genitore e figlio si erano scambiate le parti. Il papà dello scrittore chiuse gli occhi ascoltando quel romanzo recitatogli a voce dal figlio autore, come una favola della buona notte. Forse uno dei modi più dolci e consolanti, per un padre, di congedarsi da questa vita.

Francesco Anfossi
   
   
UN LIBRO MODERNO 50 ANNI DOPO

«Ho appena finito di leggere Lo zio prete ed è meraviglioso». Il giudizio su questa antologia di racconti è di Walter Chiari, amico e dirimpettaio di Santucci. Ma non si tratta di un giudizio isolato. Il libro piacque da subito anche agli addetti ai lavori.

«Forse il migliore manoscritto italiano che abbia letto tra quanti ne ho avuti da casa Mondadori negli ultimi due anni. La realizzazione letteraria è completa, perfetta. Si consiglia vivamente la pubblicazione». Così si esprimeva nell’ottobre 1950 Elio Vittorini sui dieci racconti che costituivano la forma originaria dello Zio prete.

«L’undicesimo, Il diavolo in seminario, sarà aggiunto subito dopo», scrive nell’introduzione Ermanno Paccagnini. «Rileggendolo mi sono ritrovata a ridere di gusto e a piangere calde lacrime», spiega la figlia Emma Santucci, editor e redattrice esterna dell’Adelphi. «C’è il gusto del paradosso, la capacità di descrivere le figure e le psicologie di questi personaggi, in una lingua volutamente trecentesca. Quando un libro a distanza di 50 anni riesce ancora a far ridere e riflettere vuol dire che ha sfondato la barriera del tempo. La sua modernità sta proprio in questo».

F.A.


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