Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


La profezia di don Tonino

 
Attualità.
di Alberto Chiara


CHIESA
IL RICORDO DELLA "MARCIA DEI 500" NELLA CITTÀ ASSEDIATA


QUEL VIAGGIO A SARAJEVO,
SUO ULTIMO GESTO DI PACE


Nel dicembre del 1992 c’era anche don Tonino tra i pacifisti che forzarono la legge delle armi. Morì quattro mesi dopo.

Vinse paura, odii e guerra nel nome dei più deboli, proprio mentre stava perdendo contro il nemico che l’aveva personalmente aggredito, il cancro.

Ricordo don Tonino Bello tra i 500 pacifisti che riuscirono a entrare nella Sarajevo assediata, 15 anni fa. L’allora direttore di Famiglia Cristiana, don Leonardo Zega, mi aveva incaricato di seguire l’iniziativa promossa dal movimento "Beati i costruttori di pace".

Ricordo quel 7 dicembre 1992, un lunedì. Pioveva ad Ancona. Verso sera sarebbe salpato il grande traghetto che ci avrebbe portato a Spalato, prima tappa della travagliata marcia verso il cuore sanguinante della Bosnia. Per tutta la giornata, coloro che avevano raccolto l’invito a interporsi fisicamente tra le parti belligeranti proclamando così il diritto di tutti a vivere in pace (esempio di non violenza attiva), avevano animato lunghe assemblee. Partire o no?

C’era gente d’ogni età, d’ogni credo politico e d’ogni fede religiosa: suore e militanti dell’estrema sinistra, anarchici, frati, obiettori di coscienza. Sacerdoti, come don Albino Bizzotto. Una manciata di parlamentari. Ma anche due vescovi: monsignor Luigi Bettazzi, e lui, monsignor Tonino Bello.

Partimmo, infine. Da Spalato la carovana di pullman raggiunse Kiseljak, a circa 30 chilometri da Sarajevo. Dopo estenuanti trattative con le parti, ecco il "via libera". Una delegazione si fermò a Ilidza, per dialogare con i serbo-bosniaci che raccontarono le loro sofferenze e piansero i morti: venne donata loro una delle due ambulanze portate dall’Italia.

L’altra venne regalata alle autorità di Sarajevo, città in cui entrammo l’11 dicembre, percorrendo con il fiato sospeso (era ormai buio) il cosiddetto "vialone della morte", abituale bersaglio delle milizie contrapposte. L’indomani, don Tonino parlò nel teatro di Sarajevo: «Ringrazio il Signore che, attraverso il nostro gesto un po’ folle, ha realizzato un’utopia», disse. «Questo è infatti il compimento di un sogno che abbiamo portato nel cuore, probabilmente sospettando di non poterlo realizzare. Invece, passo dopo passo, siamo arrivati. Un viaggio all’inferno e ritorno».

Il coraggio delle utopie

«Quest’esperienza è stata una specie di Onu rovesciata», proseguì. «Qui non è arrivata l’Onu dei potenti, ma l’Onu della base, dei poveri. L’Onu dei potenti può entrare a Sarajevo fino alle 16. L’Onu dei poveri si può permettere di entrare anche dopo le 19. Io penso che queste forme di utopia dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi e terra nuova. Io penso che noi dobbiamo puntare tutto su questo».
I 500 pacifisti tornarono a casa incolumi dopo aver incontrato cattolici, ortodossi, musulmani ed ebrei.

Don Tonino morì a Molfetta, quattro mesi dopo, il 20 aprile 1993.

Alberto Chiara

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