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Attualità.
di Luciano Scalettari


KENYA
L’ESPLOSIONE DI VIOLENZA DOPO LE ELEZIONI


I GIORNI DELL’ODIO

Uno dei Paesi più prosperi e pacifici dell’Africa è ormai precipitato in un abisso di orrori e scontri etnici e tribali. Che potrebbero estendersi anche ad altre regioni "calde".

«La situazione continua a peggiorare. La violenza è esplosa prima a Kibera, poi a Korogocho… sabato c’è stata guerriglia per otto ore a Ngomongo e Grogon, come al solito vicino a casa nostra. Lotte, uccisioni, saccheggi. Sette persone hanno perso la vita e tra loro due bambini».

Una chiesa luterana data alle fiamme durante le violenze, nello slum di Kibera (Nairobi).
Una chiesa luterana data alle fiamme durante le violenze,
nello slum di Kibera (Nairobi) [
foto AP].

Le parole sono di padre Daniele Moschetti, missionario nello slum di Korogocho, periferia di Nairobi. Sono le parole delle ore più difficili, quando pareva «di essere a un passo dalla guerra civile». Il 30 e il 31 dicembre, e ancora l’1 e il 2 gennaio: «Quattro giorni di assoluta follia tribale», li ha definiti padre Mariano Tibaldo, superiore dei comboniani in Kenya. Il 27 dicembre c’erano state le elezioni. Il 30 era stata annunciata l’inattesa vittoria del presidente uscente, Mwai Kibaki. Il favorito della vigilia, Raila Odinga, in testa anche durante lo spoglio, risultava perdente per 200 mila voti. Immediata l’accusa di brogli (probabilmente fondata, anche secondo gli osservatori internazionali europei). In poche ore in diverse città del Kenya, e soprattutto a Nairobi, si è scatenato l’inferno: case bruciate, omicidi, attacchi di bande organizzate, spedizioni punitive incrociate, una chiesa data alle fiamme col tragico esito di 40 vittime arse vive.

Scontri a Nairobi (foto AP)
Scontri a Nairobi (foto AP).

Il bilancio finale? Quasi 500 morti e migliaia di feriti; 250 mila sfollati; 500 mila persone bisognose di aiuto umanitario. Queste le spaventose conseguenze di quattro soli giorni di follia. Un’esplosione di violenza e odio del tutto inaspettata. Non solo per chi, in Europa, ha in mente il Kenya del turismo esotico, ma anche per gli stessi missionari e cooperanti di Nairobi che conoscono a fondo il Paese: «Questa crisi l’abbiamo vista arrivare», spiega padre Renato Kizito Sesana, anche lui missionario comboniano, in Kenya da molti anni, «ma nessuno ne aveva capito la potenziale distruttività e la carica di tribalismo che stava prendendo».

Com’è potuto accadere? Occorre un passo indietro. Il Kenya, anche se è un Paese che fin dall’indipendenza (1963) non ha mai vissuto guerre civili, ha avuto tuttavia un solo partito al Governo per 39 anni – l’Unione nazionale africana del Kenya (la cosiddetta Kanu) – e il medesimo presidente, Daniel Arap Moi, che dal 1978 al 2002 ha guidato il Paese con una dittatura mascherata da un solo partito legale, senza libertà di stampa e incarcerando gli oppositori.

L’avvento di Kibaki

La Kanu è stata sconfitta nelle elezioni di cinque anni fa da una coalizione che comprendeva tutta l’opposizione, guidata da Kibaki. Quindi, questa tornata elettorale era la prima in cui realmente si confrontavano fra loro diversi partiti e sette candidati, di cui tre con vasto seguito: il presidente Kibaki, fondatore del Pnu (Partito di unità nazionale) che i sondaggi quotavano intorno al 42 per cento dei voti; Raila Odinga, leader dell’Odm (Partito democratico arancione), indicato come favorito col 48 per cento; infine Kalonzo Musyoka, dato al 10 per cento, a capo di un partito nato da una costola di quello di Odinga. È curioso il fatto che tutti e tre siano stati nel tempo alleati, ministri e poi avversari del vecchio padre-padrone Moi; Kibaki, Odinga e Musyoka, tutti e tre nella stessa coalizione nel 2002; tutti e tre nello stesso Governo fino al 2005.

Una famiglia di sfollati cerca di allontanarsi dal centro delle violenze e degli scontri.
Una famiglia di sfollati cerca di allontanarsi dal centro delle violenze
e degli scontri
(foto AP)

La rottura si era consumata due anni fa, quando Odinga e Musyoka si erano battuti contro la riforma della Costituzione keniana (che avrebbe ampliato i poteri del presidente) fortemente voluta da Kibaki e sottoposta a referendum: la proposta era stata bocciata al voto, offrendo a Odinga la possibilità di utilizzare il successo politico come trampolino per le presidenziali dei giorni scorsi.

Tra istruzione e corruzione

Il problema è che la campagna elettorale non ha messo in primo piano le luci e le ombre dei cinque anni di governo. Anche se di temi caldi ce n’erano tanti. Da un lato Kibaki ha ottenuto livelli record di crescita economica (il 6,1 per cento nel 2006 e circa il 7 nel 2007), introdotto la scuola primaria gratuita per tutti, garantito la libertà di stampa, contenuto l’incremento demografico (oggi all’1,5 per cento); dall’altro, però, il problema della corruzione è rimasto grave, la crescita ha arricchito ulteriormente solo i ceti benestanti, la piaga della povertà non è stata neanche affrontata (la disoccupazione è al 40 per cento), come pure la riforma fondiaria e il decentramento dei poteri. E soprattutto non ci sono stati miglioramenti rispetto al dramma delle baraccopoli. A Nairobi, in particolare, il 60 per cento degli abitanti (2,5 milioni) vive in baracche fatiscenti "insaccate" in un territorio della capitale non più esteso del cinque per cento.

Sfollati della baraccopoli di Mathare.
Sfollati della baraccopoli di Mathare (a Nairobi - foto AP).

Prima e più di queste cruciali questioni, i due principali leader hanno fatto propaganda solleticando e incitando le rispettive appartenenze etniche: per primo Raila Odinga, instillando l’idea ai luo (la sua etnia, la terza per numero) che era giunto il momento di prendere il potere. Così pure Kibaki con i "suoi" kikuyu, l’etnia maggioritaria. Insomma, la benzina che ha portato all’esplosione delle violenze è stata sparsa per mesi, da entrambi i leader più votati. L’unico che non l’ha fatto è Musyoka, arrivato terzo con grande distacco, segno che la carta "etnica" ha pagato in termini di voti, ma ha anche fatto pagare un tragico prezzo al Paese. Il tribalismo ha fatto presa soprattutto sui più poveri, tant’è vero che gli scontri più sanguinosi sono avvenuti nelle baraccopoli di Nairobi e delle altre città. Del resto avviene da tempo che i leader politici utilizzino (anche per pochi scellini) gruppi di disperati degli slum per creare disordini o fomentare tensioni. Dopo il caos è tornata la calma, anche per le forti pressioni delle diverse Chiese, della comunità internazionale, dei Governi occidentali, dello stesso papa Benedetto XVI.

Un altro momento delle proteste dell opposizione, che accusa Kibaki di brogli elettorali.
Un altro momento delle proteste dell opposizione,
che accusa Kibaki di brogli elettorali
(foto AP).

In pochi giorni sono giunti a Nairobi l’inviato speciale del Governo Usa, il vescovo anglicano e premio Nobel Desmond Tutu, il capo dell’Unione africana John Kufuor: tutti a chiedere ai due leader di fare un passo indietro e accettare un negoziato sulla crisi, forse il riconteggio dei voti e un Governo di unità nazionale. Anche perché il Kenya è l’unico Paese stabile dell’Est Africa. E il caos del Kenya comporterebbe una tragedia continentale per le sue ricadute su tutte le crisi dei Paesi confinanti (Sudan, Somalia, Etiopia, Eritrea e Uganda). In ogni caso, come sottolinea padre Kizito, «i problemi che hanno originato le violenze rimangono. Nelle prossime settimane molti nodi verranno al pettine. Ed è probabile che la tensione torni a salire». Intanto, sul terreno restano gli sfollati, i nuovi affamati, l’emergenza umanitaria. E, per tutti i keniani, la scoperta di essere affetti da un male sconosciuto, il tribalismo. Con cui ora devono fare i conti.

Luciano Scalettari

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