Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
L'editoriale.
di Beppe Del Colle


DOPO LA PROPOSTA DI MORATORIA, OCCORRE SUPERARE GLI STECCATI

ABORTO, ANCORA TROPPE
FALSITÀ E VERITÀ TACIUTE


Il Governo sta per decidere sulla pillola abortiva Ru486. Uno studio dimostra che fa male, ma i giornali non ne parlano. Eppure, anche tra i laici c’è chi ammette che la legge 194 va applicata meglio nella parte preventiva.

Dal clamore giornalistico e politico suscitato dalla proposta di Giuliano Ferrara di una "moratoria" circa l’aborto simile a quella decisa all’Onu sulla pena di morte, emerge prepotente un principio: abortire è uccidere.

Per dirlo nella maniera più laica possibile, citiamo lo scrittore Claudio Magris, che ha appena ricevuto il premio "Pavia città della vita 2007": «In un discorso pacato e argomentato con la sua magistrale intelligenza logica, etica e giuridica, Norberto Bobbio sottolineava il diritto fondamentale del concepito e si stupiva che i laici lasciassero ad altri "il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere"».

Alcune confezioni della pillola RU486  (foto AP).
Alcune confezioni della pillola RU486  (foto AP).

È sempre meno comprensibile, dunque, che qualcuno si arroghi "il privilegio e l’onore", intesi al contrario, di negare quella innegabile equazione. Tanto più che conosciamo il nessun rispetto che l’opinione pubblica laicista mostra verso le ragioni di chi sta dall’altra parte. Un esempio. Il Governo sta per decidere sull’ammissione dell’uso della pillola abortiva Ru486, già sperimentata in alcune Regioni. Il 6 dicembre 2007 è stato presentato, nella sala stampa della Camera, un dossier curato da varie associazioni medico-scientifiche sulla base di dati provenienti da Paesi in cui l’uso della Ru486 è autorizzato da anni.

L’esito della ricerca, presentata sotto il nome "Promed-Galileo", si può condensare in questa frase: «L’interruzione di gravidanza farmacologia, con il prodotto conosciuto come Ru486, si caratterizza con un profilo di sicurezza inferiore rispetto al metodo chirurgico». Il tasso di mortalità associato all’aborto con questo prodotto è, a parità di età gestazionale, dieci volte maggiore rispetto al metodo chirurgico in Paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Svezia, e altri ancora.

Si cita poi una serie di "conseguenze nefaste" a carico di una decina di giovani donne; più una casistica riferita a esperienze italiane, in cui dopo l’aborto chimico si è dovuti ricorrere a interventi chirurgici riparatori (raschiamento): 65 casi su 394 aborti in Toscana con la Ru486, «con un tasso di fallimento del processo chimico del 16,5 per cento». In un rapporto circa la sperimentazione in atto da anni a Torino, si afferma che i raschiamenti si sono resi necessari nel 6 per cento su 362 aborti chimici: una ventina di donne, non poche.

Ebbene, della ricerca "Promed-Galileo" non ha parlato nessuno dei maggiori quotidiani italiani.

In parole povere: le italiane non devono sapere che la pillola abortiva può far male e che negli Stati Uniti un’indagine federale condotta fra il 2005 e il 2006 si è conclusa con la richiesta del ritiro del prodotto per la sua pericolosità e con l’accusa di negligenza nei confronti della Food and Drug Administration che ne ha autorizzato l’uso.

Perché non se ne deve parlare? Perché così vuole l’ideologia dei "diritti delle donne", che da quarant’anni (esatti, dal 1968) sta devastando i costumi di un Paese che non per nulla è denunciato universalmente in declino, a cominciare proprio dalla crescente denatalità.

Stiamo a vedere come finisce la tempesta provocata dalla "moratoria" suggerita da Ferrara. Per ora registriamo un risultato positivo: anche le più ragionevoli fra le personalità pur favorevoli all’aborto si dicono d’accordo sulla necessità che la legge 194 vada realizzata meglio, nel senso di renderla più efficace nella prevenzione dell’aborto attraverso una maggiore attenzione per le condizioni delle donne che lo chiedono e che possono esserne dissuase. L’esempio concreto lo stanno dando la Regione Lombardia e il Comune di Milano con stanziamenti a questo fine.

Beppe Del Colle

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