Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Colloqui col padre.
di D.A.


L’INCIDENTE ALLA THYSSENKRUPP DI TORINO E LA SACRALITÀ DELLA VITA DEL LAVORATORE

DALLE PROVETTE ALLE FONDERIE

Il messaggio evangelico sulla vita è un insieme organico e coerente. L’attenzione ai segmenti estremi non deve tradursi in una minore vigilanza alle altre fasi dell’esistenza umana.

Caro padre, quel che è successo alla ThyssenKrupp di Torino non è vergognoso solo per la tragedia inferta ma perché si tratta di morti largamente annunciate, di cui ognuno di noi, volente o nolente, è responsabile e colpevole. Voglio ricordare quanta parte ha avuto e ha la cultura del lavoro nella nostra formazione. E quanto fu determinante l’apporto della classe operaia nel sostegno alla Resistenza e, dopo, alla Democrazia. Quella stessa fabbrica, che un tempo si chiamava Fiat Ferriere, fu una delle prime a scendere in sciopero nel marzo ’43, il primo dopo vent’anni di regime. Sciopero che, assieme all’avanzata degli alleati, diede il segnale che nel disastro in cui affogava la società italiana, c’erano persone e valori su cui valeva la pena investire.

In questi ultimi anni, invece, su pressione dei poteri finanziari e industriali abbiamo accettato d’idolatrare il "dio mercato", ne abbiamo fatto un feticcio cui immolare ogni cosa, vite umane comprese. Nel nome del mercato ci siamo resi flessibili, abbiamo acconsentito alla riduzione dei salari, alla privazione dei diritti, al ricatto della perdita del lavoro, al giogo degli straordinari, persino allo sfruttamento prolungato di giovani, donne e migranti.

Sempre nel nome del mercato abbiamo persino disintegrato il nostro sistema industriale e lavorativo. Così, oggi in fabbrica e nei cantieri si muore per necessità economica, per precariato, per concorrenza, per profitto, per assenza di diritti, magari anche per semplice stanchezza ideologica o fisica, per disperazione, per inciviltà.

La tragedia della ThyssenKrupp mette drammaticamente a nudo tutte queste contraddizioni e chiama noi cittadini, ministri, parlamentari, banchieri, industriali, sindacalisti, commercianti, lavoratori, precari, giovani, pensionati, disoccupati... ad affermare con forza che la garanzia della condizione di vita e di lavoro della persona ha e deve avere l’assoluta priorità sul mercato. E che è necessario, da subito, adeguarsi a tale scelta. Non è più possibile tollerare uno solo di questi incidenti, che non seminano solo centinaia di morti ma decine di migliaia di infortuni e di menomazioni spesso permanenti.

A Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria e della Ferrari, ricordo che dopo la morte di Ayrton Senna sull’autodromo di Monza, il circo economico e mediatico della Formula 1 investì a fondo sulla sicurezza. E lo seppe fare così bene che non si registrarono più incidenti mortali. Allora, è un obbligo etico pretendere che Confindustria investa altrettanto bene per salvaguardare le condizioni di vita e di lavoro delle centinaia di migliaia di anonimi Ayrton Senna che, ogni giorno, con la loro abilità e la loro fatica consentono alle industrie e ai prodotti italiani di viaggiare a mille sulle infinite rotte mondiali dell’economia.

Mauro
  

Abbiamo seguito con il cuore in gola la crescita della contabilità dei morti per l’incidente nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino. Siamo arrivati a quota sette. Sulla vicenda, che ha portato alla ribalta il problema della sicurezza del lavoro, innumerevoli voci hanno intrecciato commenti di ogni genere.

Anche Mauro ci invita a fare considerazioni scomode: sulla cultura del mercato, che ha messo il profitto al primo posto, facendone un idolo cui sacrificare vite umane; sulla perdita della considerazione sociale che godeva il lavoro, fino a un’epoca recente; sui peccati di omissione, che vanno distribuiti a diversi livelli, senza dimenticare i vertici imprenditoriali e sindacali.

Lo scandalo di una così alta percentuale di morti e di incidenti sul lavoro non potrebbe sussistere senza una complicità diffusa. Da chi omette di attivare le misure di sicurezza obbligatoria a chi fa mancare i controlli; senza dimenticare le ipocrisie di coloro che nascondono gli incidenti (non sono rari i casi di infortunati nei cantieri che vengono scaricati ai bordi delle strade, per fingere incidenti stradali...). L’anello più debole della catena sono i lavoratori stessi, che accettano di lavorare in condizioni insicure. Spesso non sono in grado di rivendicare il diritto alla sicurezza, perché non possono permettersi di perdere il posto di lavoro.

Tra le forze che, da sempre, sono venute in soccorso dei più deboli, mettiamo ai primi posti la Chiesa. In occasione dei funerali di Torino si è levata alta la voce autorevole del cardinale Poletto che, nella sua giovinezza, ha avuto un’esperienza diretta del mondo del lavoro come prete operaio. Ha ricordato le verità fondamentali della dottrina cristiana, come la subordinazione del lavoro all’uomo, e non dell’uomo al lavoro.

La sua testimonianza ci stimola a considerare che il messaggio evangelico sulla vita è un insieme organico e coerente: non si può, a piacere, accogliere una parte e lasciare cadere quella scomoda. Il richiamo vale per il principio della sacralità della vita. Sappiamo che gli sviluppi della medicina e della biologia hanno portato la Chiesa a proclamare con forza questo principio riferendolo alla vita nascente, ancor prima della nascita, in ogni fase dello sviluppo. Richiamo quanto mai necessario, per contrastare ogni tentativo di banalizzazione della vita umana, anche se in forma di embrione, anche nella condizione di coma permanente.

Bene. Ma l’attenzione a questi segmenti estremi della vita non deve tradursi in una minore vigilanza nel proclamare la sacralità della vita dell’uomo che lavora. Nell’epoca in cui lo sfruttamento si svolgeva prevalentemente nella fabbrica e nei campi, la Chiesa ha annunciato, alta e forte, la sua dottrina sociale. Grandi encicliche sul lavoro e sulla giustizia sociale hanno scandito il suo magistero. Facciamole ancora risuonare. Proteggiamo la vita umana nelle provette di laboratorio e sul letto di ospedale, ma senza dimenticare che questa è sacra anche su una impalcatura e in una fonderia. Non proteggerla è un peccato contro l’uomo. E quindi contro Dio.

D.A.

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