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Attualità.
di Alberto Bobbio


SOCIETÀ
A PISTOIA E A PISA LA CENTESIMA "SETTIMANA SOCIALE"


IL POSTO DEI CATTOLICI

Si discute di bene comune, di impegno politico e, dentro le istituzioni, di cultura e solidarietà. Per riaffermare una presenza che continua a essere preziosa e riconosciuta.

Non è un concetto retorico, tantomeno generico. Dopo tutto è stato usato anche dal governatore della Banca d’Italia, Draghi. Il professor Franco Garelli, preside della facoltà di Scienze politiche all’Università di Torino e segretario delle Settimane sociali, difende la scelta dei cattolici di occuparsi del bene comune alla centesima Settimana sociale, che comincia giovedì 18 ottobre a Pistoia e che prosegue a Pisa fino al 21 ottobre.

«Davanti all’esplosione di istanze antipolitiche, davanti a partiti che pensano solo alla propria sopravvivenza, inchiodare la discussione sul bene comune significa richiamare tutti al dovere del servizio alla collettività». Si parla delle prospettive della biopolitica con il professor Francesco D’Agostino, docente di Filosofia del diritto a Roma Tor Vergata; di Stato, mercato e Terzo Settore con il sociologo Pier Paolo Donati; si fa il punto sul futuro con una tavola rotonda finale alla quale interviene anche Savino Pezzotta, presidente della Fondazione per il Sud e leader del nuovo movimento Officina 2007. Ma, soprattutto, si discute del bene della politica, in un tempo in cui sembra messa alla porta. Perché, professor Garelli?

«La gente percepisce l’invadenza degli apparati, ma non credo affatto sia contraria ai partiti. Vuole efficienza e trasparenza, sentire più vicina la politica, vedere un progetto e non solo la risposta a bisogni immediati. E per questo è disposta anche a sacrifici».

  • I cattolici come giudicano Grillo?

«Diffidano di questo tipo di manifestazioni. Hanno sempre avuto un atteggiamento più costruttivo, perché conoscono la fatica del lavoro pubblico dentro le istituzioni. E temono le ondate di qualunquismo».

  • Però i cattolici si sono un po’ ritirati dalla vita politica negli ultimi anni...

«Purtroppo è vero. C’è meno sensibilità all’impegno nelle istituzioni. La forte espansione del volontariato dimostra che non manca l’impegno sociale, ma si preferiscono strutture e ambienti che offrano maggior trasparenza e un ruolo più significativo alle persone. Si teme, invece, l’impegno, certamente più difficile, in contesti dove bisogna mediare e dove la dinamica del pluralismo è naturalmente fondamentale».

  • Pericoloso lasciare la politica ad altri?

«Sì, e per questo la Settimana sociale di Bologna qualche anno fa e questa di Pistoia e Pisa oggi servono per ribadire che va restituita pari dignità all’impegno nella politica e nel sociale. Gli uomini migliori della società civile devono diventare risorse per le istituzioni, là dove si prendono decisioni collettive».

  • Ma oggi la presenza pubblica dei cattolici viene contestata da più parti e si riparla di nuova "questione romana" e di allargare le sponde del Tevere...

«La gerarchia e parte del cattolicesimo italiano sono intervenuti quando hanno visto lo scollamento tra politica e società, quando sono andati in crisi alcuni valori della convivenza e la stessa idea di laicità. Ma non credo che una "laicità fredda", come sostiene qualcuno, sia in grado di motivare le persone a occuparsi di più del bene comune. Certamente, oggi c’è una presenza più forte, che ho chiamato nei miei studi "culturale e identitaria". Significa che i cattolici intendono contribuire alla modernità avanzata, a progettare una società attorno a idee e a valori. Il problema è come comporre queste istanze in una società pluralistica».

  • Quando c’era la Dc era più facile?

«C’erano meno problemi, poiché la mediazione era affidata a un partito riconosciuto anche dalla Chiesa. Oggi non ci sono partiti riconosciuti, in qualche modo, dalla Chiesa, e i cosiddetti movimenti laicali sono meno preparati e anche meno disposti a tradurre valori e idee in un progetto politico. Eppure, l’attuale stagione ci invita a impegnarci di più in questa direzione».

  • La nascita del Partito democratico non ha interessato molto i cattolici...

«Non sono d’accordo. Ha interessato i cattolici che votano il Centrosinistra. Credo che nel Pd si gioca una sfida interessante per i cattolici».

  • C’è un posto per i cattolici nel Paese?

«Eccome ed è socialmente riconosciuto. Io non sono di quelli che vedono la Chiesa come una cittadella assediata. Trent’anni fa si accettava la Dc, ma non si dava grande credito all’impegno e alla presenza dei cattolici nella cultura e nell’opinione pubblica. Oggi, invece, ai cattolici si riconosce impegno in molti settori di frontiera, ma anche nella cultura. A Torino la metà dei presidi di facoltà è di area cattolica. Non vedo preclusioni verso chi ha capacità propositive, è preparato e soprattutto ha cose da dire. Penso che con i laici ce la giochiamo alla pari. E poi dipende da noi non lavorare sempre in ambiti ristretti».

  • Che cosa manca ai cattolici?

«Un luogo dove confrontarsi. Al Convegno ecclesiale di Palermo nel 1995 venne proposto di pensare a un luogo dove i cattolici potessero incontrarsi, analizzare, elaborare scenari e progetti, anche se poi votavano in maniera diversa. Non è mai stato fatto».

  • Una Settimana sociale ogni anno?

«Lascerei alle Settimane sociali la cadenza attuale. Penso, piuttosto, a una sorta di congresso annuale dei cattolici, come si fa in Germania, per discutere, senza la pretesa di arrivare a posizioni univoche, sui temi emergenti per essere più incisivi nella società».

Alberto Bobbio
   
   

DA UN SECOLO NEL CUORE DEL PAESE

Le Settimane sociali dei cattolici italiani nacquero per iniziativa di Giuseppe Toniolo. La prima si tenne a Pistoia nel 1907. Si svolsero ogni anno fino alla prima guerra mondiale. I temi affrontati furono soprattutto il lavoro, la scuola, la condizione della donna, la famiglia.

Dal 1927, un ruolo importante nell’organizzazione fu assunto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. Poi, nel 1935, arrivò la prima sospensione a causa degli attriti con il regime fascista.

Ripresero dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, in quella che fu la storica edizione in cui intervenne Giuseppe Dossetti per porre le basi al dibattito sulla Costituzione e sulle istituzioni democratiche. Dossetti sottolineò come la democrazia politica non solo doveva essere integrata da una democrazia economica, ma attraverso il "patto costituente" si doveva giungere alla piena tutela di una serie di valori e al conseguimento di obiettivi di giustizia. Le Settimane sociali continuarono fino al 1970, poi fu la volta di una seconda e lunga sospensione.

In seguito alle sollecitazioni del Convegno di Loreto del 1985, la ripresa avvenne tre anni dopo, con una Nota pastorale della Cei: Ripristino e rinnovamento delle Settimane sociali dei cattolici italiani. Da allora si sono tenute quattro edizioni: nel 1991 a Roma su "I cattolici italiani e la nuova giovinezza dell’Europa"; nel 1993 a Torino su "Identità nazionale, democrazia e bene comune"; nel 1999 a Napoli su "Quale società civile per l’Italia di domani?"; nel 2004 a Bologna sul tema "Democrazia: nuovi scenari, nuovi poteri".

Il tema della democrazia è stato più volte dibattuto, accanto a questioni più specifiche tra cui anche la riforma agraria. Nel 1958, monsignor Pietro Pavan, per otto anni segretario e per dodici vicepresidente delle Settimane sociali, scrisse che la democrazia è esposta «sia a esiti oligarchici, sia a tentazioni e a spinte populiste», e che bisogna trovare «un quadro culturale capace di germinare e di suscitare la rinascita della vita politica».


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