Non è un concetto
retorico, tantomeno generico. Dopo tutto è stato usato anche dal
governatore della Banca d’Italia, Draghi. Il professor Franco Garelli,
preside della facoltà di Scienze politiche all’Università di Torino e
segretario delle Settimane sociali, difende la scelta dei cattolici di
occuparsi del bene comune alla centesima Settimana sociale, che comincia
giovedì 18 ottobre a Pistoia e che prosegue a Pisa fino al 21 ottobre.
«Davanti all’esplosione di istanze antipolitiche,
davanti a partiti che pensano solo alla propria sopravvivenza, inchiodare la
discussione sul bene comune significa richiamare tutti al dovere del
servizio alla collettività». Si parla delle prospettive della biopolitica
con il professor Francesco D’Agostino, docente di Filosofia del
diritto a Roma Tor Vergata; di Stato, mercato e Terzo Settore con il
sociologo Pier Paolo Donati; si fa il punto sul futuro con una tavola
rotonda finale alla quale interviene anche Savino Pezzotta,
presidente della Fondazione per il Sud e leader del nuovo movimento Officina
2007. Ma, soprattutto, si discute del bene della politica, in un tempo
in cui sembra messa alla porta. Perché, professor Garelli?
«La gente percepisce l’invadenza degli apparati, ma non
credo affatto sia contraria ai partiti. Vuole efficienza e trasparenza,
sentire più vicina la politica, vedere un progetto e non solo la risposta a
bisogni immediati. E per questo è disposta anche a sacrifici».
- I cattolici come giudicano Grillo?
«Diffidano di questo tipo di manifestazioni. Hanno sempre
avuto un atteggiamento più costruttivo, perché conoscono la fatica del
lavoro pubblico dentro le istituzioni. E temono le ondate di qualunquismo».
- Però i cattolici si sono un po’ ritirati dalla vita
politica negli ultimi anni...
«Purtroppo è vero. C’è meno sensibilità all’impegno
nelle istituzioni. La forte espansione del volontariato dimostra che non
manca l’impegno sociale, ma si preferiscono strutture e ambienti che
offrano maggior trasparenza e un ruolo più significativo alle persone. Si
teme, invece, l’impegno, certamente più difficile, in contesti dove
bisogna mediare e dove la dinamica del pluralismo è naturalmente
fondamentale».
- Pericoloso lasciare la politica ad altri?
«Sì, e per questo la Settimana sociale di Bologna
qualche anno fa e questa di Pistoia e Pisa oggi servono per ribadire che va
restituita pari dignità all’impegno nella politica e nel sociale. Gli
uomini migliori della società civile devono diventare risorse per le
istituzioni, là dove si prendono decisioni collettive».
- Ma oggi la presenza pubblica dei cattolici viene
contestata da più parti e si riparla di nuova "questione
romana" e di allargare le sponde del Tevere...
«La gerarchia e parte del cattolicesimo italiano sono
intervenuti quando hanno visto lo scollamento tra politica e società,
quando sono andati in crisi alcuni valori della convivenza e la stessa idea
di laicità. Ma non credo che una "laicità fredda", come sostiene
qualcuno, sia in grado di motivare le persone a occuparsi di più del bene
comune. Certamente, oggi c’è una presenza più forte, che ho chiamato nei
miei studi "culturale e identitaria". Significa che i cattolici
intendono contribuire alla modernità avanzata, a progettare una società
attorno a idee e a valori. Il problema è come comporre queste istanze in
una società pluralistica».
- Quando c’era la Dc era più facile?
«C’erano meno problemi, poiché la mediazione era
affidata a un partito riconosciuto anche dalla Chiesa. Oggi non ci sono
partiti riconosciuti, in qualche modo, dalla Chiesa, e i cosiddetti
movimenti laicali sono meno preparati e anche meno disposti a tradurre
valori e idee in un progetto politico. Eppure, l’attuale stagione ci
invita a impegnarci di più in questa direzione».
- La nascita del Partito democratico non ha interessato
molto i cattolici...
«Non sono d’accordo. Ha interessato i cattolici che
votano il Centrosinistra. Credo che nel Pd si gioca una sfida interessante
per i cattolici».
- C’è un posto per i cattolici nel Paese?
«Eccome ed è socialmente riconosciuto. Io non sono di
quelli che vedono la Chiesa come una cittadella assediata. Trent’anni fa
si accettava la Dc, ma non si dava grande credito all’impegno e alla
presenza dei cattolici nella cultura e nell’opinione pubblica. Oggi,
invece, ai cattolici si riconosce impegno in molti settori di frontiera, ma
anche nella cultura. A Torino la metà dei presidi di facoltà è di area
cattolica. Non vedo preclusioni verso chi ha capacità propositive, è
preparato e soprattutto ha cose da dire. Penso che con i laici ce la
giochiamo alla pari. E poi dipende da noi non lavorare sempre in ambiti
ristretti».
- Che cosa manca ai cattolici?
«Un luogo dove confrontarsi. Al Convegno ecclesiale di
Palermo nel 1995 venne proposto di pensare a un luogo dove i cattolici
potessero incontrarsi, analizzare, elaborare scenari e progetti, anche se
poi votavano in maniera diversa. Non è mai stato fatto».
- Una Settimana sociale ogni anno?
«Lascerei alle Settimane sociali la cadenza attuale.
Penso, piuttosto, a una sorta di congresso annuale dei cattolici, come si fa
in Germania, per discutere, senza la pretesa di arrivare a posizioni
univoche, sui temi emergenti per essere più incisivi nella società».