Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


Il cavaliere della pace

«Ragazzi non temete,
fate come Francesco»

 
Spettacoli.
di Mariaelena Finessi


TELEVISIONE - ESCLUSIVO
STORIA DI UN FILM MAI GIRATO SU "FRATE FRANCESCO"


LO VOLEVA ANTONIONI

Negli anni 80 padre Caroli dell’Antoniano di Bologna convinse il grande regista "ateo". Nei panni del santo, Roberto Benigni. Scritta la sceneggiatura, tutto andò però a monte. Purtroppo.

Si sarebbe dovuto chiamare inizialmente Il bacio, un titolo che doveva portare alla memoria il pietoso gesto di Francesco d’Assisi, quella carezza data al lebbroso che gli sconvolse per sempre la vita.

Presto, però, Michelangelo Antonioni lo cambiò in Frate Francesco, un film che non vide mai la luce. Adesso la sceneggiatura, 148 pagine sepolte in un cassetto per 25 anni, riappare nelle mani di chi la commissionò al grande regista recentemente scomparso, padre Ernesto Caroli, francescano, allora direttore dell’Antoniano di Bologna.

L’idea prese a lusingargli la mente agli inizi degli anni ’80 quando, di lì a poco, si sarebbe festeggiato l’ottavo centenario della nascita del Poverello. «Volevo far conoscere Francesco anche all’estero. Pensai a un film». Il nome di Antonioni, che a quel tempo aveva già conquistato il pubblico straniero con Blow-Up e Professione: reporter, venne fuori quasi naturalmente: «Sapevo che il suo cinema era lontano dal mondo cristiano. Eppure per questo lo scelsi». La proposta sbalordì lo stesso regista: «Padre, lo chiede a me che sono un miscredente?». Antonioni in realtà non era un ateo, punto e basta. Era "l’ateo" che il francescano voleva. Lui, non altri.

Cercare l’uomo sotto il "giullare"

Certo, convincere il cineasta non fu cosa facile. Ricorda padre Caroli: «Pur non avendo alcuna fede, aveva rispetto per la cristianità». Tuttavia Antonioni aveva reale in mente il rischio dello scontro con i cattolici. Diceva: «Mi aiuti, padre. Come posso rendere in immagini lo strazio di Francesco che tutta la notte, nel bosco della Verna, chiede: "Signore, chi sei tu e chi sono io?". E nelle pause cosa si fa?». «Maestro», fu la risposta del frate, «sappia che quando Francesco dice così è perché sente Dio vivere dentro di sé, in un modo che a noi sfugge. Se lei capisce questo, l’immagine è affare suo». E allora, detto e fatto.

Il criterio seguito per la sceneggiatura emerge da una vecchia lettera del regista: «Disancorare la figura di Francesco dalla leggenda e calarla nella realtà. Sfuggire al mito di Francesco "giullare di Dio" e cercare in lui l’uomo».

D’altra parte, come racconta la moglie di Antonioni, Enrica, «a stregare Michelangelo era sempre l’animo umano. Figuriamoci se un tipo come san Francesco non l’affascinava». Tanto che al santo di Assisi il regista ferrarese dedicò «non uno o due anni di studio, ma una buona parte della vita», anche dopo la firma del cosiddetto "contratto ponte", nel 1982, con il quale la Rai si impegnava a coprire le spese «della sceneggiatura, del preventivo e del piano di lavorazione». Per il treatment, sorta di racconto narrativo che anticipa la sceneggiatura e spiega il soggetto, l’impresario Augusto Michelini staccò un assegno di 45 milioni di lire. Poca cosa rispetto ai 14 miliardi necessari per realizzare quello che Antonioni, Roberto Roversi e Tonino Guerra avevano concepito attorno alla figura di Francesco: un grandioso film sul Medioevo.

Padre Caroli racimolò in fretta quattro miliardi da una società tedesca, la Rai partecipò con due e il network americano Nbc aggiunse i restanti 8 miliardi. «Un budget», spiega il produttore Gianni Massironi, «che avrebbe reso possibile sia il film sia una sua versione televisiva in tre o quattro puntate».

La sceneggiatura in alcune parti evoca smarrimento: «Un silenzio pesante grava sulla piana. A perdita d’occhio il terreno è cosparso di morti e di feriti, una visione angosciosa nella luce livida del tramonto autunnale». È la prima scena, in cui stormi di corvi volteggiano nel cielo, e descrive ciò che resta di una battaglia combattuta nella piana tra Assisi e Perugia. La pagina successiva cancella invece ogni brandello d’armatura, ogni rantolo dei sopravvissuti.

Un lussureggiante corteo che rimarca le diverse facce della vita mondana, saltimbanchi, elefanti e ballerini, 20.000 comparse al seguito del Saladino. Antonioni immagina di ricostruire un’epoca e compie molti sopralluoghi nella terra di Francesco, in compagnia dell’umbro Enrico Bellani, suo assistente alla regia. Poi studia le Fonti francescane, un volume di 3.000 pagine, le pitture di Giotto e Cimabue. Il lavoro doveva essere confezionato in lingua dell’epoca, così da «astrarre lo spettatore dal mondo odierno e immergerlo in quello del frate». Ma la Nbc voleva il film per il mercato americano recitato in inglese.

La "ricognizione" nei conventi

Il regista propose di far recitare in inglese solo Liz Taylor, che avrebbe dovuto essere la madre di Francesco. Ma il frate no, anzi, avrebbe dovuto parlare la lingua del tempo e addirittura essere sottotitolato in italiano. Antonioni voleva che fosse Roberto Benigni a interpretare Francesco. Il regista girò per una cinquantina di conventi per capire i francescani e a molti sottopose la sceneggiatura per raccoglierne critiche.

A un certo punto capì di essere sulla strada giusta. Ma il contrasto con gli americani non si sanò e Antonioni ritirò la sceneggiatura. Si rammarica adesso padre Caroli: «Mi resta un immenso dolore». Sulla reale bellezza di ciò che il regista avrebbe potuto creare, ogni dubbio si sbriciola nelle ultime righe della sceneggiatura, quelle in cui Chiara trova il corpo di Francesco privo di vita.

La traccia della paternità di Antonioni, la sua firma, è lì: «Chiara spalanca la bocca in un urlo senza suono più disperato d’ogni voce. Apre le braccia per abbracciare il padre, il fratello che è morto. Sembra che voglia, con lui, abbracciare il mondo».

Mariaelena Finessi

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