Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


Una calda accoglienza

 
Attualità.
di Roberto Zichittella


SANITÀ
A ROMA L’ACCOGLIENZA PER I PICCOLI DEL BAMBINO GESÙ


NELLA CASA DI PETER PAN
TRA ALLEGRI ASSISTENTI


Ogni mattina un pulmino porta pazienti e genitori in ospedale per le cure, al rientro si gioca e si sta insieme.

Il pulmino arriva puntuale ogni mattina alle 7.30. Percorre i sampietrini di via San Francesco di Sales e si ferma davanti a una palazzina proprio in fondo alla strada. In pochi minuti il pulmino si riempie di bambini. Anche quando non fa freddo alcuni di loro indossano sciarpe e berretti, qualcuno ha una mascherina che protegge la bocca. Sono bambini un po’ speciali. Delicati. Hanno il cancro.

Il pulmino riparte e si arrampica verso il Gianicolo. Ci mette solo cinque minuti per raggiungere l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. Qui i piccoli malati passano la mattina al day hospital. Fanno esami, controlli e terapie, a volte dolorose e fastidiose, come la chemio che ti fa cadere i capelli e ti procura la nausea. A fine mattina il pulmino raccoglie i bambini e scende verso Trastevere. Addio corsie, camici bianchi, aghi, flebo. Si riapre il portone di via San Francesco di Sales e si entra nel mondo di Peter Pan.

Peter Pan è il nome scelto dall’associazione che si occupa dei bambini oncologici, e delle loro famiglie, in cura presso il Bambino Gesù di Roma. Il nome è azzeccato. Evoca allegria e leggerezza. «Non abbiamo voluto scegliere una sigla o "santificare" il figlio di qualcuno. Peter Pan, invece, riassume la nostra filosofia. Cerchiamo di affrontare la malattia rendendola più sopportabile, vivibile e meno penosa con la leggerezza di Peter Pan e un ragionevole ottimismo», spiega Maria Teresa Barracano Fasanelli, presidente dell’Associazione.

L’idea dell’associazione matura agli inizi degli anni Novanta nelle corsie dell’ospedale. Fondato nel 1869 con un atto di beneficenza, il Bambino Gesù è stato il primo ospedale pediatrico in Italia. Dal 1985 è Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. Oggi è un punto di riferimento non solo per Roma, ma per tutto il Centro-sud. Nelle corsie dell’ospedale, seguendo le cure dei propri figli, alcuni genitori si resero conto dei disagi che devono affrontare le famiglie non residenti a Roma. «Già la malattia è devastante», dice la signora Fasanelli, «ma tutto diventa più difficile se devi lasciare la casa, gli affetti, gli altri figli, e trasferirti per un periodo indefinito in una città cara come Roma. Abbiamo visto mamme perdere il lavoro, padri costretti a fare i pendolari o a dormire in auto. Bisognava fare qualcosa». Nel novembre del 1994 nasce l’Associazione Peter Pan (www.asspeterpan.it) ei soci si mettono alla ricerca di una sede. La trovano in uno degli angoli più tranquilli del centro di Roma, tra il Vaticano e Trastevere, proprio ai piedi del Gianicolo. È una palazzina a due piani, fatiscente, abbandonata da una decina di anni, succursale di un liceo artistico. I soldi per i restauri arrivano grazie alla generosità di diverse aziende come l’Alitalia, di Francesco Gaetano Caltagirone (editore del Messaggero, che lancia una sottoscrizione fra i lettori) e di tanta gente. «Il progetto parla da solo, ci ha subito dato credibilità, tutti lo hanno sentito come qualcosa di vero», racconta la presidente.

Uno spazio a misura di famiglie

La casa è inaugurata nel 2000. Ha 12 stanze con 2-4 letti, tutte con bagno privato, più altre due stanzette. C’è un grande salone refettorio, una cucina con quattro unità di lavoro, due saloni comuni, un locale per lavanderia e stireria, una terrazza panoramica e un tranquillo giardino di 200 metri quadri. In ogni stanza c’è spazio per tutto il nucleo familiare dei piccoli malati. I bambini possono avere accanto fratelli, sorelle, genitori. Negli spazi comuni, come la cucina o il giardino, si socializza, si condividono paure, attese, speranze. Quando occorre c’è anche un parrucchiere. «È giusto che le mamme abbiano un aspetto curato, davanti al dolore dei figli non devono lasciarsi andare, è importante psicologicamente pure per i bambini», dice la signora Fasanelli.

Due anni di aspettativa

Domenico è un giovane padre che viene dall’Abruzzo. Si è preso due anni di aspettativa retribuita per seguire le terapie della sua bambina di nove anni, operata l’anno scorso. «Abbiamo passato dei momenti molto brutti», racconta, «ma ora pare vada tutto bene. Senza l’aiuto di Peter Pan non avrei saputo come fare. Qui tutto è al servizio dei bambini. Sono stupende soprattutto le Wendy, che li tengono sempre allegri». Le Wendy, dal nome della bambina protagonista della fiaba di Peter Pan, sono le animatrici della casa. «Essere Wendy vuol dire far giocare i bambini», spiega Paola, 32 anni, volontaria qui da quattro. Aggiunge: «Dentro questa casa c’è tanta energia, non riesco proprio a vedere questi bambini come dei malati».

Qui tutti i volontari hanno nomi buffi. I "pifferai magici" curano l’accoglienza in ospedale, le "spugne" sterilizzano e puliscono le stanze, i "mastri Geppetto" curano la manutenzione della casa, il "pipistrello" è il volontario nel turno notturno. «La nostra è una straordinaria esperienza di cittadinanza attiva, capace di raccogliere tanti volontari attorno a un unico progetto», spiega Gian Paolo Montini, da un anno direttore dell’associazione.

Nel luglio del 2004 ha aperto la "Seconda stella di Peter Pan", una casa con dieci stanze vicina al Policlinico universitario Umberto I. Dal 4 settembre 2000 al 1° aprile 2006, nelle due case sono stati accolti 269 bambini. Oltre la metà di loro ha un’età compresa fra 0 e 4 anni. Provengono soprattutto dal Sud e dalla Sardegna, ma ci sono anche bambini e famiglie dalla Libia, dall’Albania, dal Marocco, dall’Irak. La solidarietà non conosce confini.

Roberto Zichittella

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