Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Spettacoli.
di Maurizio Turrioni


CINEMA
"LA CENA PER FARLI CONOSCERE", DI PUPI AVATI


ALLA RICERCA DEL PADRE

Un uomo solo e finito. Tre figlie che tornano dal passato. Uno strano incontro. E la speranza che si riaccende.

La prima volta a 68 anni. Pupi Avati non aveva mai girato una vera commedia. Lo ha fatto adesso, e con un coro di protagoniste femminili: La cena per farli conoscere è un film "lieve", come dice lui, ma poi nemmeno tanto, sulla perdita del ruolo paterno nella nostra società. Ma anche sulla possibilità di rimediare a questa carenza, prima che sia troppo tardi.

  • Avati, è contento di questo film?

«Sì, è il film che volevo fare. Questo non vuol dire che sia destinato a piacere o a convincere. Ma è uno dei due o tre miei film che assomiglia di più all’idea originaria, grazie a una serie di circostanze fortunate, partendo dalla scrittura, che mi è sembrata molto agevole, durante la quale mi sono divertito e ogni tanto anche commosso. Poi l’ambientazione, la possibilità di girare in gran parte a Cinecittà. È la prima volta che affrontavo una commedia rispettandone le regole. Di solito i miei film sono più corali, hanno più respiro».

  • Ha scelto un tema più leggero?

«È un tema più lieve, con dei momenti che non sono poi così lievi. Ho voluto esprimere la mia opinione sulla figura del padre moderno, anche per la mia esperienza fortemente autocritica nei riguardi di quello che è stato il mio ruolo di padre. Ho potuto parlare di me, raccontando questo genitore che a un certo punto avverte cosa avrebbe dovuto essere e, invece, non è stato. Volevo recuperare la figura paterna, che si sta sbiadendo in modo totale. E io, che ho avuto il padre soltanto per i primi dieci anni della mia vita, so quanto è importante un maschio in casa con cui confrontarsi, misurarsi, con cui avere un rapporto anche difficile, magari competitivo. Ma un rapporto vero».

Sandro Lanza (Diego Abatantuono), attore sessantenne che vive a Roma, si trova nel momento più critico della sua vita. Dopo 10 anni non è più il protagonista della serie tv in cui recita. Per di più si vede invecchiare e, innamorato di una ragazza molto più giovane di lui, tenta un’operazione chirurgica che non riesce, e si ritrova con la faccia storta, brutto, vecchio e solo. Tenta allora il suicidio, per richiamare l’attenzione.

Ricoverato in ospedale, viene raggiunto dalle tre figlie, avute con donne diverse, che vivono sparse per l’Europa. Le sorelle si ritrovano, dopo tanti anni, per decidere come comportarsi con il padre; stabiliscono tra di loro, per la prima volta, un rapporto autentico, e decidono di organizzare una cena per fare incontrare al padre la "donna giusta".

  • Avati, che tipo di uomo è il protagonista del suo film?

«Uno che ha abdicato al ruolo di genitore. Si è lasciato andare a tutte le tentazioni possibili, senza rendersi conto che stava ingurgitando troppo».

  • C’è, in lui, una parte anche di lei?

«Vedendo crescere i figli, ho capito che mi sono perso la gran parte della stagione nella quale tu padre vivi con tuo figlio. Te ne rendi conto quando lui esce di casa, e comincia a mancarti e vedi che non puoi più recuperare».

  • C’è anche il tema della confusione di ruoli nella famiglia d’oggi...

«Le figlie del protagonista sono di tre madri diverse, che hanno pagato a carissimo prezzo l’aver sposato un uomo che non ha risposto agli impegni che aveva assunto nei loro riguardi. È il padre rimosso da tutti, che ha goduto di questa rimozione, nel senso che non si è fatto carico di nulla, ma all’improvviso si ritrova solo, perché la giovane fidanzata l’ha lasciato, e finisce nello sbandamento totale. Questo è il pretesto per far sì che le tre figlie decidano di presentargli una donna. E qui la commedia si accende di toni grotteschi nell’incontro con questa persona, che non è esattamente l’àncora di salvezza...».

  • Lui è Abatantuono...

«Io e Diego ci intendiamo in un modo totale. Ha assunto una verosimiglianza che mi entusiama. In genere tende a essere molto "macho". Qui il suo personaggio è più bolso, più umano».

  • Nel film ci sono tanti ruoli femminili: Violante Placido, Vanessa Incontrada e Inés Sastre, le figlie. E Francesca Neri, la donna per il padre. La loro interazione dà un tocco positivo: è un segno di speranza?

«Assolutamente sì, sarebbe criminale che io testimoniassi il presente per dire che non c’è più un futuro».

  • Il protagonista è un uomo fragile, ma oggi è di moda essere vincenti...

«Nel film si avverte questa mancanza totale di autenticità, diffusa anche nei contesti familiari delle tre figlie. Ma, come sempre succede, la sofferenza è una grandissima maestra. Ed è proprio il percorso nella sofferenza che porta al riavvicinamento di questi corpi estranei, che non avrebbero avuto alcuna ragione per ritrovarsi assieme e ricostituire un nucleo affettivo, che alla fine riescono a creare, molto forte e struggente. Quando ormai non c’è più nessuna speranza che possano diventare davvero figlie, e lui padre. E invece lo divengono. Se questo film non avesse tale conclusione sarebbe gravissimo, perché sarebbe stato solo un documento di denuncia fra i tanti. Per questo ho fatto una proiezione invitando solo alcuni miei amici sacerdoti, premettendo che è un film in cui il turpiloquio, ahimè, ricorre perché è contestualizzato nell’oggi. Volevo far vedere loro che sono queste le situazioni con cui ci confrontiamo. Ma sempre con speranza».

Maurizio Turrioni

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