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Spettacoli.
di Emilia Patruno


TELEVISIONE
SU LA7 DAL 2 FEBBRAIO TORNANO LE "INVASIONI BARBARICHE"
DELLA BIGNARDI


«IO UNA "BARBARA"?
SÌ, MA CON RISPETTO»


Daria torna alla carica con le sue interviste, aggressive eppure non cattive cattive. «E soprattutto», dice con orgoglio, «mai volgari».

Ti insegna, con grazia pizzicante, il dono dell’autenticità. Un incontro con Daria Bignardi non può che essere fatto di "caffè alla macchinetta" (per non allontanarsi neppure un momento dalla redazione) e chiacchiere sulla famiglia, sulla vita di una qualsiasi giovane moglie e mamma che lavora. «Sono una donna molto predisposta al lavoro. Mi organizzo, porto i figli a scuola, ceno ogni sera con loro, vado a parlare con gli insegnanti. Ho avuto modo di ragionarci su, di fare le cose (credo) per bene: ho avuto il primo figlio a 35 anni, il secondo a 42. Non sono la "mamma del Mulino Bianco", ma ho assolutamente presenti le priorità. I miei figli sono la priorità. Il lavoro è il mio modo di esserci, ma anche i figli sono il mio modo di esserci».

C’è una frazione di secondo di commozione. Così, quando le chiedi se è emozionata alla ripresa della terza edizione delle Invasioni barbariche (La7, dal 2 febbraio, 8 puntate), con disarmante semplicità sgrana gli occhi e dice: «Sì, ogni volta è una prima volta, ogni volta senza rete, un’avventura».

Anche questa edizione? Anche questa volta, dopo aver ricevuto il Premiolino (premio giornalistico importante), il Telegatto per l’informazione e il plauso della Confconsumatori, che l’ha incoronata "migliore trasmissione attualmente in Tv" lo scorso 15 dicembre, prima di Striscia la notizia, Report, Le iene e Mi manda Raitre? «Sì, anche questa volta».

L’intervista "barbarica" (dove con barbarico si intende uno stile che si è un po’ inventato lei, la Bignardi) sembra facile a farsi: domande dirette, non elusive, "chiedere è lecito e rispondere è cortesia", specialmente per un giornalista, no?, mai essere rozzi o sgarbati, stupidi.

Daria Bignardi a Le invasioni barbariche.
Daria Bignardi a Le invasioni barbariche
(foto Olycom).

L’importante è giocare pulito

Il problema è che se le domande non provocano, le risposte non fanno audience, non fanno rissa, non solleticano, non alludono. Ma Daria non cede, e la classe non è acqua: per quanto scabroso possa essere l’argomento, lei lo affronta con un suo stile, una grazia e una freschezza che le fanno onore, e che le sono valse complimenti e ammirazione di tanti. Perciò si rifiuta di fare le interviste che spesso si vedono, quelle che fingono di essere informazione e sono solo curiosità morbosa e volgarità. Reti grandi e potenti ne sono piene.

«La trasmissione è in diretta», dice, «e so che qualcosa può non funzionare. E so benissimo che le "interviste barbariche" non sono facili da subire. Bisogna mettersi in gioco. Eh, un po’ di coraggio ci vuole, lo so. Ma rivendico il fatto di giocare pulito. Io a livello emotivo sento di non aver molte difese. Per esempio, quando Gianni Alemanno mi disse che gli avevo fatto violenza, chiedendogli che cosa significasse quella croce che aveva al collo, ci rimasi molto male. Io non sono cinica, anche se faccio Tv, dove tutto va, dove tutto si mischia...».

In passato è stata criticata, anche da questo giornale. Rifarebbe tutto quello che ha fatto? «Quello che è fatto, è fatto. Io non rinnego il mio passato (televisivo). Adesso i reality, però, preferisco vederli seduta sul divano di casa. Per tornare alle Invasioni... Per me esiste un limite, che è il gusto, la decenza. Non ho dei tabù che "mi coltivo", né curiosità morbose rispetto al privato (il privato intimo) delle persone, ai casi di cronaca nera. Non ho "pruriti", non mi piace mettere in difficoltà chi intervisto, non godo degli imbarazzi altrui, specie se mi stanno seduti davanti. Mi interessano i racconti, come se fossi davanti a un libro. In un libro c’è sempre uno stile, un colpo di scena, un protagonista, una personalità, dei particolari che, nel momento del racconto, diventano proprietà anche degli altri».

Le interviste: sono tante. Nel 2006, 24 puntate, tre a puntata, fate il conto voi. Stavolta saranno solo 24, però sempre molto lunghe, 25 minuti l’una. Nella prima puntata Piero Fassino, Carlo Rossella e Alessandro Preziosi.

Il bello delle donne-guerriere

Qualcuno si è rifiutato di venire? «Berlusconi ha detto no. Lo stesso Baricco. D’Alema, nonostante non abbia mai detto no, non è mai venuto».

E quelle indimenticabili? «Il pubblico ministero Clementina Forleo, alla sua "prima" televisiva. L’avvocato Giulia Bongiorno. Barbara Berlusconi. Emma Bonino, che mi ha fatto commuovere quando ha raccontato di due bambine prese in affido in Africa. Ricordo ancora il loro nome, Aurora e Rugiada».

C’è chi ha fatto il bis? Che ha partecipato più volte, intendo... «Ma sì. La Littizzetto, Simona Ventura». Tutte donne. «A me piacciono le donne-guerriere. Se avessi potuto, per esempio, intervistare un personaggio storico (dico così, per assurdo), avrei intervistato Giovanna d’Arco. Avrei intervistato con enorme piacere un’altra grande donna, Annalena Tonelli, la missionaria italiana trucidata in Somalia. Eravamo anche lontane parenti, lei e io...».

Quando non riescono bene, le "interviste barbariche"? «Quando l’intervistato è sulla difensiva, quando ha un pregiudizio, quando scatta una chiusura. Oppure ha semplicemente paura. Ma io non sono scorretta. Non mi metto d’accordo dietro le quinte, ma neanche tendo trappole, tranelli. Perché se facessi così non ne "quaglierebbe" nemmeno una, di intervista. E allora non sarebbe solo una brutta intervista, ma anche una brutta televisione».

Emilia Patruno

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