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Colloqui col padre.
di D.A.


LA TESTIMONIANZA DI ANNALISA, CRESCIUTA SENZA TRAUMI E SENZA SENTIRSI DIVERSA

FIGLIO UNICO: UNA LIMITAZIONE?

Chi ha un fratello o una sorella ha un punto di riferimento in più nella vita e una ricchezza che aiuta a vivere in modo più pieno. Ecco come il figlio unico può rimediare a questo limite.

Caro padre, alcuni giorni fa una mia collega ha detto di non volere che il proprio figlio rimanga unico perché non vuole che abbia traumi, che sia "diverso" dagli altri, che sia solo... Io sono figlia unica, ma non mi sento strana. Sono cresciuta con molti cugini e cugine di età diverse, da quelli con fidanzati e fidanzate, che ti regalano caramelle, a quelli piccoli da coccolare. Le tavolate non sono mai mancate e nemmeno le vacanze fatte insieme. Oggi, che sono insegnante, non posso dire di essere sola: tra ragazzi di ogni età, i loro genitori, i loro fratelli e la mia famiglia... a volte, la sera, sento il bisogno di trovare un minuto di silenzio.

Io non sono sposata, ma non ho il tempo di sentirmi sola: soprattutto durante le vacanze c’è sempre da correre per qualcuno o per qualcosa, e anche il lavoro in parrocchia in estate non si ferma. Le parole della mia collega mi hanno fatto pensare un’altra cosa: se ci sono due figli e uno organizza la propria vita lontano da casa, l’altro non è forse come un figlio unico che si deve occupare dei genitori anziani? Io, almeno, so che me ne occuperò direttamente e lo farò con rispetto perché i miei genitori mi hanno dato sempre tanto affetto: ho visto molti figli litigare per chi doveva occuparsi dei genitori anziani.

Ci sono genitori che riescono a viziare anche tre o quattro figli e non si accorgono di quanto male fanno. Ci sono figli con molti anni di differenza che crescono come fossero figli unici.

Quello che voglio dire, in definitiva, è che sono stufa di essere giudicata "a priori" senza che mi si conosca: non è bello essere "inquadrati" secondo luoghi comuni, che non hanno una vera consistenza. Secondo me, l’essere soli o l’essere socievoli dipende dal carattere del singolo e dal carattere di chi ci sta intorno. Non è possibile che nel XXI secolo ci sia ancora una divisione così netta tra "buoni" da una parte e "cattivi" dall’altra.

Annalisa
  

Lei termina la sua lettera dicendo: «Sono stufa di essere giudicata "a priori" senza che mi si conosca: non è bello essere "inquadrati" secondo luoghi comuni, che non hanno una vera consistenza». Ha ragione, ma questa è la prassi comune. Si giudicano le persone in base a elementi esteriori e si dimentica che la persona è molto di più di quello che appare.

Ricordiamo la frase di Sartre al giovane che diceva di essere un cameriere: «Tu non sei un cameriere; fai il cameriere». Si scambia l’agire con l’essere. Si scheda la persona in base a luoghi comuni. Si dimentica un elemento che è fondamentale quando si valutano le persone, ed è il fattore "libertà". Mi spiego.

Nella nostra vita troviamo molti "pezzi" che non dipendono da noi, ma ci sono stati trasmessi con la nascita o da particolari eventi dell’esistenza. Così, per esempio, non dipende da noi l’essere nati uomo o donna, ricchi o poveri, sani o ammalati, italiani o stranieri, oggetto di cura o abbandonati. Sono situazioni che ci troviamo addosso e di cui non siamo noi i responsabili. Però, siamo responsabili di quello che liberamente decidiamo di diventare.

Già i latini dicevano che «ognuno è artefice del proprio destino». È una frase che afferma con forza che l’uomo è un essere libero, anche se deve districarsi tra i mille condizionamenti che incontra. Ed è proprio questa libertà che impedisce a chiunque di chiudere la mia persona in uno schema. Vediamo che le persone reagiscono in modo diverso di fronte agli stessi fatti. C’è chi li subisce passivamente e chi, invece, reagisce piegandoli al suo progetto di vita.

Il fatto di essere figli unici non dipende da noi. È il frutto di una decisione dei nostri genitori o di una "costrizione" legata a problemi di salute, come ci hanno scritto in un’altra lettera due genitori. È però un’oggettiva limitazione. Dobbiamo saperla gestire in modo positivo, prevedendo i possibili limiti e mettendo in atto dei comportamenti che permettono di superarli.

In genere si dice che il figlio unico è maggiormente esposto al pericolo dell’isolamento, dell’egoismo, della iperprotezione e di un eccesso di attese da parte dei genitori. Annalisa ha avuto la fortuna di avere dei genitori che hanno saputo creare un rapporto corretto, come ha avuto la fortuna di essere attorniata da numerosi parenti e amici che hanno riempito la sua vita. La sua stessa professione, come pure le sue scelte di volontariato hanno contribuito a crearle una rete fitta di rapporti. Per questo si è sentita e si sente poco "figlia unica".

Però non possiamo dimenticare che la persona sviluppa inizialmente tutte le sue potenzialità di vita e tutte le sue capacità di relazione a partire dalla famiglia. Ed è proprio nella famiglia che la persona deve trovare quei diversi modi di relazionarsi che concorrono a formare la sua personalità. Uno di questi è il rapporto fraterno. Chi ha avuto fratelli e sorelle sa per esperienza che questo rapporto ha delle modalità che nessun altro rapporto è capace di esprimere. Si vive la vita di ogni giorno insieme, sviluppando il confronto, la solidarietà, la condivisione, il senso del limite, il senso di protezione. Non manca la conflittualità, ma è una conflittualità di persone che sono legate tra loro dal misterioso e forte "vincolo del sangue" che le porta a volersi bene e a difendersi contro tutti. Il fratello si schiera contro tutti a difesa del fratello col quale ha bisticciato fino a pochi momenti prima.

Tale legame continua nell’età adulta e diventa fonte di sicurezza, di sostegno, di aiuto nelle diverse difficoltà della vita. Chi ha un fratello o una sorella sa di avere un punto di riferimento sicuro nella sua vita. Come pure i genitori sanno di poter contare sui propri figli. Questo è vero anche se la cronaca spesso riferisce fatti incresciosi di fratelli che si dividono e di figli che dimenticano i genitori o non si mettono d’accordo nell’organizzargli un’amorosa assistenza quando sono anziani.

Ma nella normalità dei casi il rapporto fraterno è una ricchezza che aiuta a vivere in modo più pieno la propria vita. Questo non significa che il figlio unico non possa vivere una vita piena; significa però che deve rendersene conto prevedendo e provvedendo a rimediare, in qualche modo, al limite che la vita gli ha riservato.

 D.A.

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