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Primo piano
di Adriano Pessina
Direttore del Centro di bioetica dell Università Cattolica


TESTAMENTO BIOLOGICO, EUTANASIA E ACCANIMENTO TERAPEUTICO

MORIRE NON È UN DIRITTO
MA UNA SCONFITTA


Il Governo italiano vuole introdurre, malgrado discussioni, riserve e critiche, il Testamento biologico (o dichiarazione anticipata di trattamento), e in questi giorni è iniziato, presso la commissione Sanità del Senato, l’esame delle varie proposte di legge al riguardo.

Ma che cos’è il Testamento biologico? È un documento sottoscritto davanti a un notaio, da un cittadino maggiorenne, alla presenza di testimoni, nel quale si chiede, qualora non si possa più decidere autonomamente, di non essere sottoposti ad alcuni trattamenti (di solito di non essere rianimati, o di non essere alimentati e idratati artificialmente).

Ma perché rifiutare questi, o altri, trattamenti? Si dice: per evitare l’accanimento terapeutico. Con ciò, al di là della parola, si intende un trattamento che ha smesso di essere una terapia perché è sproporzionato rispetto alla situazione clinica del paziente, provoca più danni che benefici e non porta nessun conforto alla fase terminale della vita.

L’accanimento terapeutico è sbagliato. Ma non sempre rianimazione e idratazione artificiali sono accanimento terapeutico, anzi a volte salvano la vita ed evitano sofferenze: dipende dalle situazioni, difficilmente prevedibili in un testamento preventivo e generico. E per non essere sottoposti ad accanimento terapeutico non è necessario chiederlo, è un diritto riconosciuto dai medici e dall’intera società.

La vicenda di Piergiorgio Welby (nella foto) ha riacceso il dibattito sul diritto a morire.
La vicenda di Piergiorgio Welby (nella foto) ha riacceso il dibattito
sul diritto a morire (foto AP/La Presse)

Ma allora a che cosa serve davvero questo testamento? Alcuni suoi difensori negano che serva per introdurre l’eutanasia (accettare la richiesta del malato e causarne la morte con sostanze letali), o il suicidio assistito (cooperare alla morte di una persona, su sua richiesta, anche sospendendo sostegni vitali non sproporzionati), o l’abbandono terapeutico (astenersi da trattamenti necessari e proporzionati alla situazione del malato). Costoro dicono che vogliono soltanto tutelare la volontà dei malati.

Ma che cosa vogliamo quando siamo malati? Vogliamo essere guariti, e se non possiamo guarire vogliamo essere curati e assistiti, vogliamo essere liberati dal dolore, essere ascoltati, essere trattati sempre con rispetto, anche quando non siamo più in grado di intendere e volere, vogliamo che nessuno ci consideri di peso o di troppo soltanto perché nel nostro corpo e nella nostra mente si manifestano i limiti della condizione umana.

Vogliamo trovare una società che ci sostenga nella fatica dei nostri ultimi giorni. Queste volontà non sono solo desideri, sono dei diritti umani e comportano dei doveri. Possiamo continuare a pensare che la società sia in grado di assicurare questi vincoli di rispetto e di solidarietà e non soltanto dei contratti depositati dal notaio, garantiti dal magistrato e controllati dalla polizia? Introdurre tra il medico e il paziente e i suoi familiari nuove carte (solo per rinunciare a qualcosa) aiuta davvero a migliorare l’assistenza in Italia? Non lo penso.

Tra i diritti elencati non c’è nessun diritto di morire perché la morte non è un bene che vada tutelato, o messo a disposizione della volontà umana. Servono scelte propositive (come quelle espresse dal manifesto, metodologicamente laico, sul "Coraggio di vivere e di far vivere", pubblicato anche sul sito del Centro di bioetica http://www.centrodibioetica.it/, che vale la pena leggere e, se condiviso, sottoscrivere) per affrontare persino i momenti di disperazione dei malati, senza imporre atti eroici, ma anche senza cedere alla tentazione del farla finita.

La morte verrà, comunque: non anticipiamo ciò che già è necessario. Sarebbe una vera sconfitta se la nostra civiltà passasse dal desiderio di liberazione dalla morte alla prassi di liberalizzazione della morte, magari con una semplice carta depositata da un notaio.

 Adriano Pessina

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