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Spettacoli.
di Maurizio Turrioni


CINEMA
"LA STELLA CHE NON C’È", DI GIANNI AMELIO


CUORE D’ACCIAIO

L’odissea di un italiano in Cina, alla ricerca di un altoforno "perduto" e pericoloso. Una metafora della vita, interpretata da Sergio Castellitto e dall’esordiente Tai Ling.

Notte. Pioggia battente. Un gruppetto di ombrelli, illuminati da luci fioche, davanti a una cancellata chiusa. Sullo sfondo la sagoma scura di una fabbrica metallurgica. È l’acciaieria di Bagnoli: "dismessa". Termine asettico per mascherarne la forzata chiusura e la vendita, letteralmente a pezzi. Arriva un pullman con la delegazione cinese: gli acquirenti. Dagli ombrelli degli operai sale un urlo: «Avvoltoi! Avvoltoi!». Ed è in cinese.

È la scena iniziale di La stella che non c’è, il nuovo film che Gianni Amelio porta in concorso alla 63ª Mostra del Cinema di Venezia perché poi esca nelle sale italiane. Paradossalmente, però, non è l’incipit di La dismissione, il libro di Ermanno Rea al quale la pellicola s’ispira.

«È una forma di rispetto nei confronti dell’autore. Ho sempre dimostrato, con il mio lavoro, di essere conscio della profonda differenza che esiste tra romanzo e film», sottolinea Amelio, 61 anni, calabrese di San Pietro Magisano ormai trapiantato a Roma. «Ho parlato a lungo con Rea, perché fosse chiaro che il protagonista era il suo personaggio. Gli ho chiesto una sorta di viatico, poi ho raccontato tutt’altro: il mio film comincia là dove finisce il libro. Credo che sia il primo caso di una pellicola che è il sequel di un romanzo mai portato sullo schermo. Ma Rea ha avuto un ruolo fondamentale nella genesi: senza il suo libro, forse, il film non ci sarebbe stato».

  • Com’è scattata la scintilla?

«Il mio cosceneggiatore, Umberto Contarello, mi ha citofonato: nella libreria sotto casa c’era una montagna di copie del nuovo romanzo di Rea. Aveva letto il risvolto di copertina: gli sembrava interessante. Ci mettemmo a leggerlo in due e a metà racconto ecco l’idea! Solo dopo, scritta la sceneggiatura, ottenuto il sì di Sergio Castellitto per il ruolo di Vincenzo, fatti i sopralluoghi in Cina, ho capito il perché di quella idea».

  • Vale a dire?

«La narrazione di Rea era basata su una vicenda reale. E io mi sono chiesto che cosa avrebbe provato, in quel frangente, un uomo che a cinquant’anni si fosse trovato a perdere il lavoro. O ci si sente schiacciati dall’ingiustizia di una cosa contro natura. Oppure si cerca una molla per rinascere, in qualche modo. Magari un sogno personale, che vada contro ogni logica. Ciò che un tempo non si aveva paura di chiamare utopia».

Quella di Vincenzo, in effetti, pare un’assurdità. Lui non manifesta con gli altri, sta chiuso in fabbrica. Ma non è un crumiro. Il fatto è che non si dà pace, perché sa che uno degli altiforni venduti ai cinesi nasconde un problema. Chi ci lavorerà potrebbe morire. I cinesi gli chiedono lumi, ma lui non sa dire dove si nasconda il difetto. Rimugina giorno e notte. Quando, però, si presenta col pezzo di centralina modificato, i cinesi non ci sono più. E neppure l’acciaieria. Licenziato va bene, ma gabbato no! Per coerenza morale, Vincenzo si paga il biglietto d’aereo per Shanghai. La società acquirente, però, era solo un’intermediaria: Dio solo sa dove si trovi ora l’altoforno. Vincenzo non parla la lingua, i cinesi gli sembrano tutti uguali. Ma lui non molla: ingaggia Liu Hua, la fragile ragazza che faceva da interprete a Bagnoli. E con lei parte alla ricerca dell’impianto. Sarà un’odissea che, seguendo il corso del Fiume Azzurro, lo Yangtze, gli farà attraversare il grande Paese. Sorprese, emozioni, arrabbiature, incontri: Vincenzo vedrà una Cina ben diversa da come se la immaginava. Soprattutto scoprirà, giunto fino in Mongolia, che si possono fare decine di migliaia di chilometri per poi accorgersi che la risposta ai veri problemi sta dentro di sé.

  • Amelio, qual è la morale del film?

«Ritroviamo dignità! Torniamo a essere meno cialtroni o pressappochisti. Ciascuno di noi. E le cose miglioreranno».

  • È stata dura girare in Cina?

«Mai avuta una lavorazione così facile! Tutto organizzato a puntino. Grazie ai finanziatori: RaiCinema e la Cattleya di Riccardo Tozzi. E soprattutto per merito del produttore esecutivo Mario Cotone, uno che conosce la Cina come pochi avendo già lavorato al Marco Polo, a L’ultimo imperatore e al Piccolo Buddha. Le riprese sono finite due settimane prima. Tornerei a collaborare coi cinesi pure domani. Se poi un regista lavora con Castellitto, allora si sente miracolato».

  • Così fondamentale il suo apporto?

«È il più grande attore italiano vivente. Usa una tecnica di recitazione sopraffina senza darlo a vedere. E, poi, uno che sa sorridere quando arriva al mattino sul set è una benedizione. Sergio sa essere leggero senza essere superficiale. Insomma, è una gran bella persona».

  • Come ha scelto la ragazza cinese?

«L’ho scovata facendo provini alle studentesse di italiano all’Università di Pechino. Non riuscivo a staccarle l’obiettivo di dosso: non per la bellezza, ma per l’espressività, il carattere. La fanciulla che fa l’interprete, nel film, custodisce un segreto... Si chiama Zhou Ting: Tai Ling è, come dice lei, il suo "nome artistico". Una ragazza semplice, immediata, deliziosa. Un piccolo angelo custode che sa sorriderti al momento giusto».

  • Le sue pellicole ottengono spesso la vetrina della Mostra. Raccomandato?

«Magari! Significherebbe avere un potere che non ho. Il guaio, invece, è che una volta finito il film non so mai se riuscirò a girare ancora. A Venezia mi hanno applaudito, criticato, premiato, spernacchiato. Il festival è il passaggio obbligato per titoli non commerciali, come i miei. Stavolta però il premio l’ho già vinto: so che girerò il prossimo film in Argentina, dove emigrò mio padre. Mi ispirerò al libro Senza Patricio di Walter Veltroni. Liberamente, come piace a me».

Maurizio Turrioni
   
    

CHE CI SIANO TROPPI "GALLI" NELLA MOSTRA?

In gara per il Leone d’oro della 63ª Mostra c’è anche un altro titolo italiano: Nuovomondo di Emanuele Crialese, il regista che tante lodi ha avuto per Respiro, film d’esordio. La storia di una famiglia di emigranti italiani, in cerca di fortuna nell’America del primo ’900.

Tra i 21 titoli in competizione (rappresentanti ben 18 Paesi, considerate le coproduzioni), molto attesi The black dahlia, thriller di Brian De Palma con Scarlett Johansson e Hilary Swank; Bobby, in cui Emilio Estevez racconta l’ultima notte di Robert Kennedy, interpreti Anthony Hopkins, Sharon Stone e Demi Moore; The Queen di Stephen Frears, con Helen Mirren che finterpreta regina Elisabetta alle prese con la morte di Lady D; Children of men di Alfonso Cuarón, con Michael Caine e Julianne Moore; Private fears in public places del maestro Alain Resnais, con Lambert Wilson, Sabine Azéma e la nostra brava Laura Morante.

Fuori concorso si segnalano Inland Empire di David Lynch (Leone d’oro alla carriera), The magic flute di Kenneth Branagh, World Trade Center di Oliver Stone, Belle toujours del centenario Manoel De Oliveira.

Curiosa la giuria, guidata da Catherine Deneuve. Tra l’americano Cameron Crowe e lo spagnolo Bigas Luna c’è Michele Placido, che, memore dei fischi di due anni fa al suo Ovunque sei, dice: «Alla Mostra ci sono troppi maleducati». Un buon inizio.


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