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Attualità.
di Francesco Anfossi


BANCHE

CHI PAGA PER LA DOTE?

Il matrimonio tra Intesa e San Paolo è la consacrazione di Giovanni Bazoli come baricentro del capitalismo italiano. Anche se sulle nozze d’oro pesano numerose incognite.

Le galassie spaziali durano milioni di anni. La galassia bancaria del Nord di Enrico Cuccia si è rivelata molto più effimera. Chi l’avrebbe detto? C’è voluto poco più di un lustro perché la costellazione di intrecci finanziari di grandi aziende e istituti bancari del fondatore di Mediobanca, scomparso a giugno del 2000, finisse di irradiare il cosmo del capitalismo italiano, per effetto dell’irresistibile espansione della finanza bianca, grazie alla buona stella del banchiere Giovanni Bazoli.

Il matrimonio annunciato tra Intesa e San Paolo, che darà vita al più grande polo bancario del nostro Paese, un colosso con 65 miliardi di euro di capitalizzazione, 16 milioni di clienti e 6 mila sportelli, è il capitolo finale di una storia che parte da lontano. Da quando Bazoli, allora cinquantenne avvocato bresciano e docente di Diritto all’Università Cattolica, venne convinto dal ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore Carlo Azeglio Ciampi a prendere in mano le redini del Nuovo Banco Ambrosiano, la fenice nata dal crack dell’istituto di Roberto Calvi, la banca della borghesia milanese devastata da mafia e P2.

Da allora il processo di aggregazione non ha conosciuto soste: prima la Banca Cattolica del Veneto, poi la Cariplo, infine la Comit, una delle tre banche di interesse nazionale, con una storia secolare che andava da Giuseppe Toeplitz a Raffaele Mattioli, fiore all’occhiello assai caro a Enrico Cuccia. Tanto per fare un esempio, il processo di consolidamento finanziario della Fiat è stato guidato da un pool di banche che faceva capo a Intesa, ormai protagonista indiscussa e baricentro del capitalismo italiano.

Fino a dieci anni fa nessuna operazione di questo tipo poteva svolgersi fuori dall’orbita della "galassia del Nord" di Mediobanca. Che non è più la numero uno, anche se resta una delle banche d’affari migliori del mondo e ha in pancia partecipazioni importanti come il gigante di Trieste, Generali (legata però a Intesa come azionista e per tutta una serie di accordi che la fanno rientrare nella sua orbita), ed Rcs-Corriere della Sera (ma anche in questo caso Bazoli ha una parte importante nella sua governance). Oggi la musica è cambiata.

Oltretutto un segnale che il capitalismo italiano sta girando diversamente, se sussurri e grida venissero suffragati dai fatti, sarebbe la notizia che la famiglia Agnelli, in pieno accordo con l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, sta preparando l’uscita da Mediobanca e, tramite Ifil, la finanziaria del Lingotto, si accinge a entrare nel patto di sindacato della nuova superbanca Intesa-San Paolo.

Giovanni Bazoli segna un’altra schiacciante vittoria della finanza bianca, con un matrimonio alla pari, quello tra Intesa e San Paolo, che profuma molto di acquisizione, come dimostrano i mugugni all’ombra della Mole e la governance della nuova creatura, che vede l’avvocato bresciano a capo del Consiglio di sorveglianza e il suo braccio destro Corrado Passera amministratore delegato unico. I "torinesi" del San Paolo devono accontentarsi del consiglio di gestione, guidato dal numero uno del San Paolo, Enrico Salza, e di altre poltrone di seconda fila.

Il silenzio-assenso di Draghi

La nascita del primo polo bancario italiano, terzo in Europa, è stata benedetta praticamente da tutto il mondo politico, da Romano Prodi a Silvio Berlusconi (che ha definito l’operazione "un bene"), oltre che da buona parte di quello finanziario, a cominciare dal governatore Mario Draghi, che ha suggellato il matrimonio col suo silenzio-assenso (anche se per effetto delle nuove norme entrate in vigore recentemente non era necessaria nemmeno la comunicazione preventiva a Bankitalia).

Stavolta l’"italianità" dell’operazione è stata considerata un bene, e l’analogia con quanto è avvenuto la scorsa estate, quando il governatore Antonio Fazio fu criticato proprio perché difendeva la Banca popolare di Lodi in nome degli stessi valori, fa alquanto pensare all’ironia della storia.

La globalizzazione dei mercati ha reso assolutamente necessari processi di aggregazione nel mondo del credito, per evitare che i nostri campioni nazionali diventino preda delle Opa degli stranieri (come è avvenuto per la Bnl, conquistata dai francesi di Bnp Paribas). Grazie alla più grande fusione bancaria mai realizzata in Italia il colosso Intesa-San Paolo sarà in grado di rastrellare il 20 per cento della clientela italiana e soprattutto di trattare da pari a pari in Europa, agendo anche da importante propulsore di acquisizioni aziendali, megafusioni societarie e operazioni del genere Oltralpe.

Non sono tutte rose e fiori

Ci saranno senza dubbio vantaggi per gli azionisti dei due istituti di credito. Secondo le stime preliminari fornite da Ca’ de Sass e piazza San Carlo, l’utile netto del 2009 sarà di sette miliardi di euro, con una crescita media annua del 13 per cento e un impegno alla distribuzione dei dividendi pari almeno al 60 per cento dei profitti. Insomma, la notizia della megafusione è stata definita "un fiore d’agosto", dallo stesso Bazoli, nell’annunciarla insieme con Salza e con il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, partecipando al Meeting di Rimini.

Ma in realtà non vi è la certezza che sarà tutto rose e fiori. Perché le incognite nell’operazione non mancano. Quale sarà l’effetto delle nuove sinergie aziendali per i clienti e per le imprese, al di là dei vantaggi delle spese di bancomat e della "portabilità" del mutuo (la possibilità di trasferirli da una banca all’altra)? Nessuno ancora lo ha calcolato. Inoltre, è probabile che per effetto della fusione ci siano degli esuberi (si parla di 15 mila unità) e i sindacati sono sul chi va là. Insomma, quel matrimonio s’ha da fare, è la globalizzazione dei mercati finanziari che ce lo impone, ma in questo genere di nozze potrebbero essere i piccoli imprenditori, i risparmiatori e soprattutto i dipendenti a pagare la dote, salata.

Francesco Anfossi
   
    

AL GRAN BALLO DELLE FUSIONI

L’analista Robert Baron, di DeltaForex, ricorre a una metafora azzeccata: «L’operazione Intesa-San Paolo è stata come la regina sulla scacchiera. Ben presto pure tutti gli altri pezzi si muoveranno». Di fronte alle nozze d’oro Intesa-San Paolo è probabile che gli altri grandi gruppi presenti nel sistema creditizio italiano non stiano a guardare. Anche perché chi non si allea è perduto, o quasi.

Unicredit, la seconda grande banca italiana, si è già rafforzata con importanti acquisizioni in Germania e nei Paesi dell’Est, ma il suo amministratore delegato Alessandro Profumo ha detto che non sarebbe stata alla finestra nel grande risiko. C’è poi Capitalia di Cesare Geronzi, che, dopo il fallimento delle trattative proprio con Intesa, è rimasta con il cerino in mano. Un suo potenziale partner potrebbe essere il Monte dei Paschi di Siena, la florida e antichissima banca vicina ai Ds.

Il suo presidente Giuseppe Mussari ha detto ufficialmente che la strategia di Montepaschi non prevede alleati, ma non ci crede nessuno. Non è detto che i tre gruppi non trovino partner all’estero: proprio su Capitalia potrebbe dirottare la spagnola Santander, dopo l’uscita consensuale dal San Paolo. Al gran ballo delle fusioni partecipano anche le piccole casse di risparmio, come la Popolare italiana, promessa sposa alla Popolare di Milano o alla Banca popolare di Intra.

F.AN.


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