Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


Il prezzo della pace

«Hezbollah senza armi,
non è solo un'utopia»

 
Attualità.
di Guglielmo Sasinini


MEDIO ORIENTE
ISRAELE ALLE PRESE CON LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA


COSÌ È CROLLATO IL MITO
DELL’INVINCIBILITÀ


L’obiettivo di sconfiggere Hezbollah è fallito. E il Paese mette ora sotto accusa Ehud Olmert e i vertici militari.

Per Israele il cessate il fuoco della seconda guerra del Libano è giunto nel momento peggiore: il Paese non vive una situazione di vittoria, né di disfatta, ma semplicemente di grande impasse. Crollato il mito dell’invincibilità in battaglia dello Stato ebraico, la gente si interroga sul significato profondo della guerra agli Hezbollah. Una guerra, a parere di molti, con troppi "condotti", ma senza un vero "condottiero".

Troppa la fiducia in sé stessi dei comandanti militari, troppi i discorsi alla Churchill e troppa poca la riflessione sullo scopo dell’operazione militare in Libano. C’è chi si chiede che cosa abbia spinto il capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano a convincere un Governo relativamente principiante a intraprendere in poche ore una vera guerra in risposta al rapimento di due soldati. Senza un programma preciso, senza pensare a come sarebbe finita, a quale sarebbe stata la sua forza distruttiva e a quanto sarebbe durata.

Ad Ariel Sharon non sarebbe successo. In tutto quello che fece, nel bene e nel male, nella sua lunga carriera, sapeva fin dal principio dove voleva arrivare. Sharon era un leader che sapeva condurre. Ehud Olmert è entrato nei panni di Sharon senza averne le doti e il carisma.

Nel primo discorso alla nazione si era impegnato ad arginare gli Hezbollah e a eliminare la minaccia costituita dai razzi che colpivano Israele. Non è chiaro oggi in virtù di cosa avesse fatto quelle promesse. Probabilmente basandosi sulle assicurazioni del capo di Stato Maggiore, Dan Halutz. L’interrogativo è se Olmert aveva posto ad Halutz le domande giuste. Se, per esempio, gli aveva chiesto come l’esercito era in grado di distruggere gli Hezbollah, o quantomeno di disarmarli. Se aveva chiesto quali erano i pericoli che le retrovie civili avrebbero corso e quale capacità di resistenza avevano.

Soprattutto, la domanda principale: è possibile vincere questa guerra solo con l’aviazione, senza intraprendere in parallelo un attacco con le forze di terra? Halutz, eccellente pilota di caccia, forse si è dimostrato un po’ troppo sicuro di sé, al punto da convincere Olmert, senza preparare adeguatamente la fanteria, senza equipaggiare i riservisti come si deve e soprattutto facendoli entrare in gioco troppo tardi.

Il Governo Olmert ha peccato di eccesso di fiducia, non controllando fino in fondo come l’operazione militare si sarebbe sviluppata. Per il momento a pagare il prezzo del mancato successo della guerra è stato Halutz. Per quanto riguarda Olmert, sembrerebbe, a meno di elezioni anticipate che non si possono escludere, che non rischi di perdere la sua poltrona da premier anche se da più parti se ne esigono le dimissioni.

Il primo ministro aveva basato la sua campagna elettorale sul secondo ritiro unilaterale dai territori occupati, come il ritiro dalla Striscia di Gaza, proclamando perfino che il ritiro unilaterale era la ragion d’essere del nuovo partito Kadima, di cui si era ritrovato a essere capo dopo il ricovero di Sharon. Ma oggi il piano di ritiro dalla Cisgiordania, esattamente un anno dopo quello di Gaza, è morto e sepolto.

Un Governo a fine corsa?

Lo ha annunciato lo stesso Olmert alcuni giorni fa durante incontri informali con ministri del suo Governo. L’annullamento del progetto impone due domande: che cosa succede nei territori? Che senso ha la continuazione del Governo Olmert?

La politica di Israele nei confronti dell’Autorità palestinese si riduce al boicottaggio del Governo di Hamas e a promesse, ormai impolverate, di dialogo con Abu Mazen. Tutto è congelato in attesa dell’accordo con il quale, in cambio del rilascio del soldato israeliano rapito, Gilad Shalit, saranno scarcerati centinaia di palestinesi, e il lancio di missili Kassam cesserà in cambio del ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. A questo si limita, al momento, l'orizzonte politico. Il conflitto coi palestinesi è relegato nelle pagine interne dei quotidiani, l’invio della forza multinazionale delle Nazioni Unite attira tutte le attenzioni.

Rispunta Benjamin Netaniahu

L’esame di coscienza che si sta facendo Israele impone a Olmert delle alternative al piano di ritiro unilaterale. Una alternativa che dia a Israele una nuova speranza. Senza un nuovo programma politico convincente, il Governo Olmert non ha molte possibilità di sopravvivere a lungo. Benjamin Netaniahu, il capo dell'opposizione, sta capitalizzando con grande sapienza gli errori del Governo Olmert, preparandosi a un suo possibile ritorno all’incarico di primo ministro, il che allo stato attuale non dispiacerebbe a molti.

Come conferma un recente sondaggio condotto dal quotidiano Yediot Ahronot, secondo il quale il 68 per cento degli israeliani pensa che Olmert dovrebbe dimettersi, imitato dal capo di Stato Maggiore Halutz (le cui dimissioni sono invocate dal 54 per cento degli intervistati), mentre alla domanda: «Chi sarebbe oggi il leader più indicato a ricoprire la carica di primo ministro?», il 22 per cento indica appunto Benjamin Netaniahu, seguìto dal leader dell’estrema destra Avigdor Lieberman (18 per cento), e solo l’11 per cento vorrebbe ancora Olmert alla guida del Governo, preceduto anche da Shimon Peres (12 per cento). In un ipotetico ballottaggio tra Netaniahu e Olmert, il primo prevarrebbe con il 45 per cento delle preferenze, contro il 24 per cento dell’attuale premier. Se si aggiunge che il 74 per cento degli israeliani vuole anche la rimozione del leader laburista Peretz dalla carica di ministro della Difesa, la disfatta dell’attuale Governo appare dunque totale e senza appello.

Guglielmo Sasinini

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