Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


Il prezzo della pace

Così è crollato il mito
dell'invincibilità

 
Attualità.
di Fulvio Scaglione


MEDIO ORIENTE
INTERVISTA A PADRE SAMIR KHALIL SAMIR, GESUITA LIBANESE


«HEZBOLLAH SENZA ARMI,
NON È SOLO UN’UTOPIA»


«Vi provvederà lo stesso popolo libanese. Purché Israele rinunci alla sua politica di aggressione sistematica».

Come può vivere un religioso libanese il dramma del proprio Paese tra Hezbollah e Israele? Come può affrontare questa crisi uno studioso che nel 1986 ha fondato a Beirut il Cedrac (Centro di documentazione e ricerca arabo-cristiana, dal 1996 integrato nell’Università Saint Joseph e ancor oggi da lui diretto) per favorire il dialogo con l’Islam attraverso la cultura araba? Difficile immaginarlo. Quindi abbiamo provato a chiederglielo. E padre Samir Khalil Samir, gesuita, intellettuale di fama internazionale, ha risposto con la preoccupazione per il presente, ma anche con alcune proposte concrete per il futuro. E una premessa: «Durante la guerra è stata molto forte, in Libano, la solidarietà tra le diverse comunità religiose. La parte cristiana è stata meno toccata dal conflitto, e allora parrocchie, istituti religiosi, scuole e organizzazioni cristiane hanno aperto le porte a tutti, soprattutto ai musulmani sciiti e sunniti. L’Università Saint Joseph, per fare un solo esempio, ha distribuito più di mille pasti al giorno nell’ultimo mese. Speriamo che questo slancio resista anche dopo la fine della guerra».

  • Padre Samir, e adesso? Già si comincia a dire che il difficile arriva proprio ora che non si spara più. Quali sono le priorità?

«Intanto va detto che, almeno nella situazione attuale, la Risoluzione 1701 dell’Onu pare ragionevole. In base a essa, dunque, l’esercito libanese e le truppe Onu dovranno garantire la sicurezza nel Sud del Libano. Anche se sarebbe stato più giusto che le truppe dell’Onu si dispiegassero non solo in territorio libanese, ma anche in territorio israeliano: così, invece, sembra che solo Israele debba essere protetto, come se fosse stato attaccato dal Libano. Poi c’è la ricostruzione: oggi l’emergenza è ovunque, ma bisogna pensare subito all’aeroporto e alle strade, perché ora il Libano è diviso in dieci pezzi che non riescono a comunicare tra loro. E le scuole: l’anno scolastico comincia il 15 settembre, molte aule sono diventate rifugio per i profughi, bisognerà sgombrarle e sistemarle, molte altre sono state distrutte o danneggiate. E infine la crisi umanitaria: ci sono un milione di profughi, su tre milioni e mezzo di abitanti, da assistere mentre si ricostruiscono le case distrutte da Israele. Il Libano da solo non ce la può fare. E questo è un compito fondamentale, per ragioni umanitarie ma anche politiche».

  • In quale senso?

«Finché ci sarà precarietà, la pace sarà a rischio. È stato colpito soprattutto il Sud, cioè gli sciiti. Se si sentiranno abbandonati, il potere di Hezbollah crescerà ancora. Ciò che molti non capiscono è che Hezbollah è una milizia armata, ma anche un partito che, negli ultimi anni, ha avuto l’astuzia di presentarsi come un gestore globale della situazione nel Sud Libano. L’appoggio politico della Siria e quello finanziario dell’Iran sono stati usati non solo per comprare armi, ma anche per varare interventi sociali che hanno procurato consenso. Questa è la realtà, anche se ovviamente è da condannare la pretesa di Hezbollah di atteggiarsi a difensore del Libano, pretesa resa possibile dagli appoggi di cui si diceva e dalla debolezza del Governo libanese».

Una suora in una chiesa di Tiro.
Una suora in una chiesa di Tiro
(foto AP/La Presse).

  • Hezbollah, appunto. Tutto ruota intorno al disarmo delle milizie, e lo sceicco Hassan Nasrallah ha già detto che non poserà le armi. Che fare?

«Sul disarmo di Hezbollah nessuna concessione è possibile, nessun compromesso è accettabile. E questo non perché l’ha deciso l’Onu con la Risoluzione 1559 del 2004, ma perché l’aveva già deciso il Libano con gli accordi di Taef del 1989. Le milizie cristiane e sunnite hanno rispettato il patto, quelle palestinesi più o meno. Quando è venuto il turno di Hezbollah è intervenuta la Siria e la milizia sciita si è proclamata baluardo della frontiera Sud, sfruttando il fatto di essere stata fondata dopo l’invasione israeliana del 1982. Bisogna ricordare che all’inizio Hezbollah predicava un islam radicale di stampo khomeinista, che non raccoglieva i consensi di tutti gli sciiti: solo più tardi venne la svolta politica che ha permesso loro di crescere, in contemporanea con la forte espansione dello sciismo in tutto il Medio Oriente».

  • Ma lei crede davvero che si riuscirà a disarmare Hezbollah?

«Sì, ne sono convinto, anche se non lo si può fare immediatamente. La priorità va alla creazione di una zona a sud del fiume Litani, dove l’esercito libanese e le forze dell’Onu dovranno garantire la sicurezza assoluta. Poi si potrà disarmare Hezbollah. Bisogna però che Israele abbia la saggezza di ritirarsi dal Libano, per non dare pretesti a Hezbollah: se lo farà, i libanesi si rivolteranno contro Hezbollah al minimo segno di nuove violenze».

  • Ora si cerca una "pace duratura". Ma come si può ottenerla senza che i Paesi arabi riconoscano il diritto di Israele a vivere in pace?

«La pace viene solo dalla legalità internazionale, su questo non può esserci dubbio. C’è però una cosa che il mondo dimentica con grande facilità: da quasi 40 anni vige, da parte di Israele, un’occupazione che è peggio di un’aggressione, perché è un’aggressione sistematizzata. Prendo la tua casa e la faccio saltare, prendo il tuo campo e ci costruisco un muro: e poi mi aspetto la pace? Bisogna essere onesti, su questo, anche se poi l’unica strada per recuperare la propria terra è quella della diplomazia e mai quella della violenza. Lo dimostra l’Egitto, che proprio per vie pacifiche ha recuperato tutti i territori che aveva perso. Bisogna rispettare le frontiere internazionalmente riconosciute: entro quei confini Israele non si tocca, e questo deve valere per tutti, Iran compreso. E Israele deve fare altrettanto, per esempio riconoscere i diritti della Siria e ritirarsi dal Golan. E poi Gerusalemme…».

  • Che cosa serve per Gerusalemme?

«Una Commissione internazionale, che comprenda quindi israeliani e palestinesi, per tracciare uno statuto della città. La frontiera passa in mezzo alla città, la parte antica si trova in Palestina, ma è comprensibile che gli ebrei la sentano come propria eredità. Bisogna dunque prevedere un accordo, a partire proprio da quella frontiera. Si deve, insomma, entrare in un processo mentale di pace: se vogliamo far cessare queste continue aggressioni, dobbiamo pensare a qualcosa di più che all’assenza di guerra».

  • A che cosa, in concreto?

«Io immagino un’Unione mediorientale (Umo) sul modello dell’Unione europea (Ue). Un’unione non panaraba, non panislamica, ma regionale, in cui ogni Paese porterà ciò che ha di meglio: chi la capacità di lavoro, chi la tecnologia, chi le ricchezze naturali, chi la fertilità della terra. Se pensiamo all’animosità che c’era in Europa tra Francia e Germania, che si erano combattute in ogni epoca, ci rendiamo conto che la cosa è possibile anche in Medio Oriente. La pace produce benessere, nell’economia e nel cuore. E non c’è altra via».

Fulvio Scaglione

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