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«Hezbollah senza armi,
non è solo un'utopia»

Così è crollato il mito dell'invincibilità

 
Attualità.
di Alberto Chiara


MEDIO ORIENTE
L’ITALIA E LE MISSIONI ONU: PARLA IL GENERALE GIULIO FRATICELLI


IL PREZZO DELLA PACE

«Il nostro Paese sta facendo uno sforzo notevole», spiega l’ex capo dell’Esercito. «Peccato, però, che spendiamo molto meno delle altre nazioni occidentali impegnate in analoghi interventi».

A conti fatti, dice, è un "ritorno al futuro" molto più problematico di quanto sembri. «Andiamo nuovamente in Libano dopo esserci stati a partire dal 21 agosto 1982». Un ritorno, dunque. Ma, dato che la storia non si ripresenta mai identica a sé stessa, è un ritorno venato di novità: «L’approvazione pressoché unanime (perfino ampi settori pacifisti si sono detti d’accordo) corona il cammino di riavvicinamento tra le nostre Forze armate e l’opinione pubblica durato trent’anni. Tuttavia la missione che sta cominciando solleva molti interrogativi».

Il generale Giulio Fraticelli ha le carte in regola per ragionare di spedizioni Onu. Ufficiale di artiglieria, tra il settembre 1998 e il settembre 2000 ha infatti lavorato al 36° piano del Palazzo di vetro, a New York, dov’è stato – unico italiano, finora, a ricoprire quel ruolo – consigliere militare del segretario generale delle Nazioni Unite, il "professionista" più alto in grado chiamato a pianificare le operazioni di pace e l’invio dei Caschi blu. Successivamente, dal luglio 2003 al luglio 2005, è stato capo di Stato Maggiore dell’Esercito italiano.

La "Forza di proiezione dal mare"

Il generale Fraticelli parla con Famiglia Cristiana quando tutto è chiaro, o quasi. In Libano va subito la cosiddetta "Forza di proiezione dal mare", di recente costituzione, che vede riuniti i lagunari dell’esercito e i fucilieri di marina del battaglione San Marco. Si tratta complessivamente di circa 2.500 militari, tra marinai imbarcati sulla portaerei Garibaldi e sulle altre navi, elicotteristi, piloti dei caccia Harrier, soldati da schierare a terra, compresi artificieri, esperti di guerra nucleare, batteriologica e chimica, unità del genio, delle trasmissioni e dei reparti logistici, nonché nuclei di sommozzatori e team delle forze speciali, insieme con unità di ricognizione della cavalleria dotate di blindati Centauro, armati con cannoni da 105 millimetri.

Lo sbarco è previsto a Naqura, dove c’è il quartier generale di Unifil. I reparti devono prendere posizione nell’area assegnata, preparando il terreno alla task force che costituirà il contingente italiano vero e proprio: si parla di 2.200-3.000 uomini, in buona parte appartenenti alla brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli.

Tabella: le missioni internazionali italiane.

Regole di ingaggio soddisfacenti

«Le regole di ingaggio sono soddisfacenti, i mezzi impegnati anche, ma il numero di soldati annunciato ancora no», commenta il generale Fraticelli. «La Risoluzione 1701 non cita esplicitamente il settimo capitolo dello Statuto delle Nazioni Unite, quello – per capirci – che disciplina l’uso della forza per imporre la pace a due o più contendenti in conflitto tra loro (cosa che, invece, era stata fatta, quando ero a New York, per la missione in Sierra Leone). Le indiscrezioni relative alle regole d’ingaggio lasciano comunque intendere che si fa sul serio. In Libano, i caschi blu (i quali avranno a disposizione blindati, carri armati ed elicotteri d’attacco) sono autorizzati a usare la forza, aprendo – se necessario – il fuoco contro chi impedisca loro di portare a termine l’incarico oppure quando si crei una situazione di pericolo per il contingente o per i civili che siano nei pressi. Non toccherà a loro disarmare direttamente Hezbollah (compito questo dell’esercito libanese), ma non resteranno con le mani in mano qualora una delle due parti violasse la tregua".

Il presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac, ha affermato che 15.000 militari sono troppi. «La cifra la si legge nella Risoluzione 1701, approvata su proposta degli Usa e della Francia», osserva Fraticelli. «In particolare, l’Onu ritiene di aver bisogno di 15 battaglioni da 1.000 uomini ciascuno, per un totale di 15.000 militari. Se si prende il fronte di 120 chilometri e si divide per 15, vediamo che ogni battaglione dovrebbe essere responsabile di ciò che avviene lungo 8 chilometri di confine».

Soglia minima: 12 mila soldati

«Considerato che un buon numero dei battaglioni sarà fornito da nazioni che hanno una preparazione militare e una tecnologia di buon livello», prosegue il generale Fraticelli, «si può pensare di ampliare un po’ l’area di azione e arrivare a far coprire da ogni battaglione 10 chilometri: si scende così a 12 battaglioni, dunque a 12.000 soldati, ma a mio avviso questo è davvero il limite minimo, soprattutto se si considera che i settori assegnati potranno avere una profondità di 10-20 chilometri e che dunque ciascun battaglione potrebbe essere chiamato a presidiare aree di 100-200 chilometri quadrati, talvolta densamente popolate. Auspico che i contributi di uomini e mezzi siano all’altezza della quantità e della qualità promesse. Al momento si sa che i Paesi dell’Unione europea mettono a disposizione 7.000 uomini. Si sa, altresì, che 2.000 militari sono già schierati in Libano. E gli altri? Speriamo bene. Il primo obiettivo della forza dell’Onu è controllare il territorio. Non si devono lasciare degli spazi vuoti».

«Il nostro Paese sta facendo uno sforzo notevole», sottolinea Fraticelli. «Andiamo in Libano mentre lasciamo l’Irak. Esclusa la nuova missione Unifil2, oggi sono impegnati all’estero oltre 7.700 militari italiani, dalla Bosnia all’Afghanistan. La Germania ne ha 7.641, la Francia 13.100, la Spagna 2.047. Siamo dunque al passo con i nostri principali partner europei. In particolare, siamo molto richiesti per il riuscito mix di professionalità e di umanità. Peccato, però, che noi destiniamo alla funzione difesa solo lo 0,84 per cento del Prodotto interno lordo, mentre gli altri Paesi spendono più dell’1,2 per cento del Pil (la Francia il 2, la Gran Bretagna il 2,2, gli Usa il 4,4 per cento)».

«Abbiamo sottoposto le nostre Forze armate a una drastica cura dimagrante», conclude Fraticelli, «solo l’Esercito, tra il 1990 e il 2006, è passato da 250.000 a 112.000 effettivi. Oltre non vedo dove si possa andare, tenuto conto che – a differenza di tutti gli altri – noi non abbiamo veri e propri riservisti per coprire i numerosi impegni all’estero e in Italia. Ciò non è dovuto al fatto che i ragazzi e le ragazze abbiano voltato le spalle alle Forze armate. È vero il contrario. Per ogni posto di militare di truppa vengono presentate 3-4 domande e per ogni posto di ufficiale le richieste arrivano a essere 50. Se non investiamo, però, non potremo mantenere efficienti i mezzi che abbiamo o comprarne di nuovi, né potremo addestrare a dovere i nostri soldati. La missione in Libano, a cui faccio giungere di cuore il mio "in bocca al lupo", deve farci riflettere anche su queste cose».

Alberto Chiara

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