Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Eugenio Arcidiacono


CHIESA
PARLA IL PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE DI CATEGORIA


PROFESSIONE SACRISTA

In Italia sono circa ventimila, riuniti nella Fiudac. «La nostra è una vocazione», dice Aurelio Pellicioli. «Per questo valutiamo con molta attenzione i candidati».

Quando entriamo in una chiesa e la troviamo pulita, ordinata, o addobbata con gusto, il merito, anche se non li vediamo, è loro. Un tempo si chiamavano "ostiari", oggi si chiamano "addetti al culto" o, più semplicemente, "sacristi". Sono 20.000, sparsi nelle parrocchie d’Italia e organizzati in una federazione, la Fiudac. Il loro presidente è Aurelio Pellicioli, sacrista a Lonno, un paesino sulle colline bergamasche. Per lui fare il sacrista più che un lavoro è una missione di famiglia.

«I Pellicioli sono i sacristi della chiesa di Lonno da 157 anni», dice. «Ricordo quando 36 anni fa mio nonno decise di smettere. Io non volevo fare il sacrista, dovevo partire per il militare. Ma tre giorni dopo ho visto il mio parroco mentre stava per chiudere la chiesa e d’impulso gli ho chiesto se poteva darmi le chiavi. Da allora la chiesa è diventata la mia seconda casa». Aurelio si è sposato molto giovane, a 23 anni, e ha aperto un albergo poco distante dalla chiesa. La moglie e i quattro figli lo aiutano nel suo doppio lavoro: «Quando sono in giro per l’Italia a incontrare gli altri sacristi, badano loro alla chiesa».

Ma come si diventa sacrista? Spesso le parrocchie affiggono annunci nelle bacheche, oppure si rivolgono direttamente alla Fiudac: «L’aspirante sacrista deve prima superare un periodo di prova, dai tre ai sei mesi, che serve a valutare l’intensità della vocazione, e poi frequentare gli incontri di formazione organizzati in ogni diocesi».

Fare il sacrista, infatti, è un lavoro impegnativo: quasi sempre occorre rinunciare alla domenica di riposo che è, anzi, il giorno di maggior impegno: bisogna preparare i paramenti per le celebrazioni eucaristiche, suonare – dove ancora sono in uso – le campane, o attivare con il computer il programma per riprodurne il suono, coordinare i chierichetti e il coro. In più, il sacrista si occupa della diffusione della stampa parrocchiale – «è dal 1958 che distribuisco le copie di Famiglia Cristiana», aggiunge Aurelio – e della cura degli arredi, anche se non ne ha la responsabilità in caso di furto. «Tutte le parrocchie hanno un’assicurazione che copre sia i beni sia le persone che vi lavorano».

Aurelio ha incontrato papa Wojtyla nel 2003 con una delegazione di giovani sacristi e aspetta di essere ricevuto da Benedetto XVI: «Ma l’ho già conosciuto alcuni anni fa in Vaticano. Stavo andando alla Segreteria di Stato, quando l’ho visto mentre scendeva dalle scale. Gli amici sacristi che erano con me hanno cercato di fermarmi, ma io mi sono fatto coraggio e sono andato da lui. Mi è sembrato davvero una persona molto semplice e disponibile».

I sacristi sono, in grande maggioranza (circa 18.000) volontari. I restanti 2.000 lavorano invece a tempo pieno. Soltanto nella diocesi di Bergamo i sacristi "professionisti" hanno diritto, oltre allo stipendio, anche all’abitazione, in base allo statuto stipulato negli anni ’20 del secolo scorso dall’allora segretario del vescovo di Bergamo Angelo Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII.

«Quattro sacristi negli ultimi anni sono diventati sacerdoti nella diocesi di Bergamo. Ma molti giovani si presentano da noi solo perché sanno che con questo lavoro si ha la casa assicurata. Per questo motivo prestiamo un’attenzione particolare nella loro valutazione», aggiunge Pellicioli.

Lavorare di domenica

Non è il caso di Bruno Silini, 31 anni, da cinque sacrista in due chiese a Petosino, un altro paese del bergamasco. «Lavoravo in una ditta di trasporti, andavo in chiesa, ma non pensavo assolutamente di fare il sacrista. Invece, un giorno ho visto nella bacheca della mia parrocchia un annuncio. Ho risposto e ora sono diventato il segretario nazionale della federazione dei sacristi».

Lavorare la domenica non gli pesa più di tanto: «In fin dei conti, anche i medici e gli infermieri lo fanno. È un impegno che lascia comunque tempo per coltivare la propria vita privata. All’inizio temevo di avere difficoltà a trovare amici, invece in parrocchia si incontrano sempre persone nuove».

Bruno Silini non si è ancora sposato, ma intanto è molto benvoluto dai fedeli che frequentano la parrocchia: «Pensi, la mattina di santa Lucia ho trovato davanti alla porta di casa mia un bel pacco pieno di dolci».

Eugenio Arcidiacono
   
   

SOLO 2.000 LAVORANO A TEMPO PIENO

I sacristi italiani sono circa 20.000 (a tempo pieno 2.000).

Il loro rapporto di lavoro è regolamentato dal Contratto collettivo nazionale di lavoro sottoscritto dalla Faci (Federazione delle associazioni del clero in Italia) e da Fiudac (Federazione italiana delle unioni diocesane degli addetti al culto).

I sacristi sono inquadrati in due categorie, a seconda del tempo di lavoro prestato: sacristi occupati a tempo pieno a servizio di una chiesa o eventualmente di più chiese dipendenti da un unico datore di lavoro; sacristi occupati a tempo parziale per un monte ore non inferiore a 10 ore settimanali.

La retribuzione mensile (per 14 mensilità) del sacrista è fissata per il 2006 in 1.025 euro, comprensivi dell’ex indennità di contingenza.

L’orario di lavoro è stabilito in 45 ore settimanali, distribuite su sei giorni lavorativi. Il sacrista ha diritto a un’intera giornata di riposo settimanale concordata con il datore di lavoro, non necessariamente coincidente con la domenica e le altre festività religiose.


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